Anno XVII- n.03-2001

 

 

 

 

 

Adriano Pessina

La relazione tra scienza ed esperienza è più complessa di quanto l’empirismo voglia farci credere.

Spiegare in termini scientifici non significa sempre e comunque esprimere adeguatamente ciò di cui pure si ha esperienza.

Questa differenza tra il sapere della scienza e quello dell’esperienza risalta subito quando si affrontano temi che ci sono indubbiamente familiari, ma che continuano ad essere tutt’altro che risolti, a riprova che la familiarità non corrisponde con l’evidenza e che la spiegazione si approssima all’esperienza.

Basterebbe pensare all’esperienza che ognuno di noi ha di se stesso e che il linguaggio ordinario classifica sotto il nome di coscienza o di autocoscienza. Sebbene si sia soliti attribuire la coscienza a coloro che consideriamo “nostri simili”, quando cerchiamo di spiegare il fenomeno della coscienza ci troviamo di fronte ad una distanza pressoché incolmabile tra la spiegazione delle scienze, ed in particolare delle attuali neuroscienze, e la semplice ed unitaria esperienza del nostro vissuto. Il dibattito contemporaneo tende a discutere della coscienza riproponendo in termini nuovi il problema cartesiano del rapporto tra res extensa e res cogitans, oggi tradotto nella relazione tra il cervello e la mente. Le linee prevalenti nella cultura odierna tendono ad interpretare il “mentale” ora come il prodotto del cerebrale ora come una sua funzione, approdando ad una concezione dell’uomo che ne afferma l’unitarietà ma tende, di fatto, a leggere la coscienza come epifenomeno del cervello.

Le spiegazioni delle neuroscienze e l’uso del modello cibernetico in antropologia permettono di controllare, per così dire, in termini oggettivi, i fenomeni del comportamento umano, ma pagano questa oggettività con il prezzo di dover escludere la dimensione della soggettività.

In un interessante testo di qualche anno fa, dal provocatorio titolo "Che effetto fa essere un pipistrello?" (What is it like to be a bat?), Nagel osservava che un conto è sapere quali sono gli effetti fisici di una sensazione, indicare le componenti della sensazione visiva o di un sistema sonar, un altro, invece, fare esperienza di una certa sensazione: cioè, un conto è spiegare come il pipistrello vede il mondo ed un altro è quello di fare l’esperienza della visione del pipistrello.

Quell’esempio serviva a discutere alcune teorie sul rapporto tra il mentale e il cerebrale, sulle quali non possiamo qui intervenire, ma ciò che possiamo cogliere di quell’osservazione è la distanza che c’è tra il piano della spiegazione scientifica e quello dell’esperienza “in prima persona”. Troppo volte noi trascuriamo questo livello della realtà personale, cullandoci nell’illusione che basti la spiegazione scientifica a fornire un’immagine adeguata dell’umano, dimenticando che molte delle cose che noi sappiamo sull’uomo stesso dipendono proprio dall’approccio in “prima persona”, da quella tanto bistrattata dimensione dell’introspezione che di fatto costituisce anche oggi l’invitabile ambito entro cui l’uomo può esprimere se stesso.

Che senso avrebbe, infatti, una discussione sulla coscienza o sull’autocoscienza che eliminasse l’esperienza, la testimonianza, per così dire, che l’uomo può fare di questa modalità di esistere? Il rapporto tra le sinapsi di un cervello non direbbero nulla nemmeno allo scienziato se non servissero come ipotesi per spiegare ciò che ognuno di noi (scienziato compreso) esperimenta e definisce con la parola coscienza. Ma la spiegazione scientifica esprime soltanto un livello dell’esperienza, quella “in terza persona”, cioè quella dell’osservatore, ma all’osservatore esterno sfugge proprio ciò che di essenziale c’è nell’umano, cioè la soggettività. Nei fenomeni, per esempio, dell’amore o dell’odio, un conto è rilevare le trasformazioni che avvengono a livello cerebrale o sul piano fisiologico, un altro è comprenderne il significato ed il vissuto, ai quali si accede soltanto quando li si esperimenta, o si “crede” nella testimonianza in prima persona di chi ci parla della sua esperienza, che così può diventare nota anche a noi.

L’esperienza della soggettività, peraltro, può anch’essa, per così dire, “oggettivarsi”, cioè presentarsi all’interno di una riflessione capace di render ragione di ciò che l’uomo “prova”, “sente”, “percepisce”, ed è questo il compito che la filosofia ha cercato di svolgere, costruendo un’immagine dell’uomo. L’uomo concreto, quello che pensa e che soffre, quello che vive il proprio corpo e cerca di determinarne il funzionamento, è l’uomo con il quale ha a che fare la prassi medica: ridurre l’esperienza del malato allo sguardo sulla malattia significa perdere il senso della complessità della realtà. Ma la medicina non può mai fare a meno di un’antropologia filosofica di riferimento perché le ragioni della cura e della dedizione all’uomo affondano le loro radici al di là della semplice rappresentazione scientifica del mondo.

Gli stessi fenomeni del dolore fisico e della sofferenza morale e psicologica richiedono una consapevolezza metodologica che sappia sempre integrare, nel concreto della prassi, lo sguardo oggettivo con quello “in prima persona”. Non solo: ogni prospettiva antropologica parla di ognuno di noi e pretende di dirci chi siamo, e in questo ci interpella e ci interessa al di là del provvisorio ruolo che possiamo occupare, di medico o di paziente. E il compito di rispondere al problema della nostra identità non è, in fondo, delegabile a nessuno, nemmeno a chi veste i panni della scienza.

Adriano Pessina

Docente di Filosofia Morale

e Bioetica

Università Cattolica di Milano