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La
relazione tra scienza ed esperienza è più complessa di quanto l’empirismo
voglia farci credere.
Spiegare
in termini scientifici non significa sempre e comunque esprimere adeguatamente
ciò di cui pure si ha esperienza.
Questa
differenza tra il sapere della scienza e quello dell’esperienza risalta
subito quando si affrontano temi che ci sono indubbiamente familiari,
ma che continuano ad essere tutt’altro che risolti, a riprova che la
familiarità non corrisponde con l’evidenza e che la spiegazione si approssima
all’esperienza.
Basterebbe
pensare all’esperienza che ognuno di noi ha di se stesso e che il linguaggio
ordinario classifica sotto il nome di coscienza o di autocoscienza.
Sebbene si sia soliti attribuire la coscienza a coloro che consideriamo
“nostri simili”, quando cerchiamo di spiegare il fenomeno della coscienza
ci troviamo di fronte ad una distanza pressoché incolmabile tra la spiegazione
delle scienze, ed in particolare delle attuali neuroscienze, e la semplice
ed unitaria esperienza del nostro vissuto. Il dibattito contemporaneo
tende a discutere della coscienza riproponendo in termini nuovi il problema
cartesiano del rapporto tra res extensa e res cogitans, oggi tradotto
nella relazione tra il cervello e la mente. Le linee prevalenti nella
cultura odierna tendono ad interpretare il “mentale” ora come il prodotto
del cerebrale ora come una sua funzione, approdando ad una concezione
dell’uomo che ne afferma l’unitarietà ma tende, di fatto, a leggere
la coscienza come epifenomeno del cervello.
Le
spiegazioni delle neuroscienze e l’uso del modello cibernetico in antropologia
permettono di controllare, per così dire, in termini oggettivi, i fenomeni
del comportamento umano, ma pagano questa oggettività con il prezzo
di dover escludere la dimensione della soggettività.
In
un interessante testo di qualche anno fa, dal provocatorio titolo "Che
effetto fa essere un pipistrello?" (What is it like to be a
bat?), Nagel osservava che un conto è sapere quali sono gli effetti
fisici di una sensazione, indicare le componenti della sensazione visiva
o di un sistema sonar, un altro, invece, fare esperienza di una certa
sensazione: cioè, un conto è spiegare come il pipistrello vede il mondo
ed un altro è quello di fare l’esperienza della visione del pipistrello.
Quell’esempio
serviva a discutere alcune teorie sul rapporto tra il mentale e il cerebrale,
sulle quali non possiamo qui intervenire, ma ciò che possiamo cogliere
di quell’osservazione è la distanza che c’è tra il piano della spiegazione
scientifica e quello dell’esperienza “in prima persona”. Troppo volte
noi trascuriamo questo livello della realtà personale, cullandoci nell’illusione
che basti la spiegazione scientifica a fornire un’immagine adeguata
dell’umano, dimenticando che molte delle cose che noi sappiamo sull’uomo
stesso dipendono proprio dall’approccio in “prima persona”, da quella
tanto bistrattata dimensione dell’introspezione che di fatto costituisce
anche oggi l’invitabile ambito entro cui l’uomo può esprimere se stesso.
Che
senso avrebbe, infatti, una discussione sulla coscienza o sull’autocoscienza
che eliminasse l’esperienza, la testimonianza, per così dire, che l’uomo
può fare di questa modalità di esistere? Il rapporto tra le sinapsi
di un cervello non direbbero nulla nemmeno allo scienziato se non servissero
come ipotesi per spiegare ciò che ognuno di noi (scienziato compreso)
esperimenta e definisce con la parola coscienza. Ma la spiegazione scientifica
esprime soltanto un livello dell’esperienza, quella “in terza persona”,
cioè quella dell’osservatore, ma all’osservatore esterno sfugge proprio
ciò che di essenziale c’è nell’umano, cioè la soggettività. Nei fenomeni,
per esempio, dell’amore o dell’odio, un conto è rilevare le trasformazioni
che avvengono a livello cerebrale o sul piano fisiologico, un altro
è comprenderne il significato ed il vissuto, ai quali si accede soltanto
quando li si esperimenta, o si “crede” nella testimonianza in prima
persona di chi ci parla della sua esperienza, che così può diventare
nota anche a noi.
L’esperienza
della soggettività, peraltro, può anch’essa, per così dire, “oggettivarsi”,
cioè presentarsi all’interno di una riflessione capace di render ragione
di ciò che l’uomo “prova”, “sente”, “percepisce”, ed è questo il compito
che la filosofia ha cercato di svolgere, costruendo un’immagine dell’uomo.
L’uomo concreto, quello che pensa e che soffre, quello che vive il proprio
corpo e cerca di determinarne il funzionamento, è l’uomo con il quale
ha a che fare la prassi medica: ridurre l’esperienza del malato allo
sguardo sulla malattia significa perdere il senso della complessità
della realtà. Ma la medicina non può mai fare a meno di un’antropologia
filosofica di riferimento perché le ragioni della cura e della dedizione
all’uomo affondano le loro radici al di là della semplice rappresentazione
scientifica del mondo.
Gli
stessi fenomeni del dolore fisico e della sofferenza morale e psicologica
richiedono una consapevolezza metodologica che sappia sempre integrare,
nel concreto della prassi, lo sguardo oggettivo con quello “in prima
persona”. Non solo: ogni prospettiva antropologica parla di ognuno di
noi e pretende di dirci chi siamo, e in questo ci interpella e ci interessa
al di là del provvisorio ruolo che possiamo occupare, di medico o di
paziente. E il compito di rispondere al problema della nostra identità
non è, in fondo, delegabile a nessuno, nemmeno a chi veste i panni della
scienza.
Adriano
Pessina
Docente
di Filosofia Morale
e
Bioetica
Università
Cattolica di Milano
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