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Il
razzismo? Oggi, possiamo definirlo l’estrema forma di resistenza dei
popoli in pericolo di estinzione”, è stato il commento un po’ provocatorio
di Juan Salgado, famoso demografo spagnolo, all’ultimo rapporto dell’ONU,
secondo il quale gli europei, che nel 1950 rappresentavano il 22% della
popolazione mondiale, saranno ridotti nel 2050 a un misero 9 per cento.
“E’ naturale che italiani, spagnoli, francesi, inglesi, tedeschi, che
con il ridicolo tasso di natalità che si ritrovano sono condannati a
diminuire velocemente di numero, abbiano cominciato ad avere paura delle
etnie destinate a soppiantarli, e di conseguenza a osteggiarle.
Anche
se oggi gli immigranti arrivano dal Terzo Mondo con il cappello in mano,
e contribuiscono in concreto a tenere in piedi le nostre economie, è
scritto nelle stelle che, se noi non cambieremo registro, tra uno o
due secoli diventeranno i padroni. Oltre alla paura della criminalità
e agli ordinari problemi di convivenza, è questa ancora oscura premonizione
ad alimentare in molta gente l’ostilità e la diffidenza nei confronti
degli extracomunitari.
Non
è un caso che - secondo la stessa indagine dell’ONU - questi sentimenti
siano oggi particolarmente diffusi nei due Paesi europei con il minor
numero di nascite, cioè Italia e Spagna”.
La
tesi di Salgado ha un suo indubbio fascino, perché è innovativa rispetto
alla tradizionale definizione di razzismo come manifestazione di disprezzo
di un’etnia che si crede superiore nei confronti di una giudicata inferiore.
Nel
caso degli europei che insorgono contro l’invasione dei diseredati del
Terzo mondo, ci troveremmo cioè di fronte a una reazione sostanzialmente
diversa da quella dell’afrikaaner che considerava i negri del Sudafrica
esseri inferiori da tenere in stato di sottomissione, del sudista americano
che non ha mai cessato di pensare ai cittadini neri come agli eredi
degli schiavi, o del giapponese che pensa tuttora ai coreani come a
un popolo di serie B.
Non
saremmo, in altre parole, in presenza di "razzismo" nel senso tradizionale
della parola, ma piuttosto di una forma di xenofobia difensiva, di una
manifestazione degenerativa e ingiustificata - anche se in realtà assai
più blanda - dello stesso istinto di conservazione che, proprio in queste
settimane, ha spinto i Dayak tagliatori di teste del Borneo a massacrare
un migliaio di immigrati giavanesi o ha provocato recentemente l'insurrezione
dei kosovari contro i serbi. Se la componente "paura" gioca indubbiamente
un ruolo nel revival razzista cui assistiamo di questi tempi in Europa,
sarebbe arbitrario e semplicistico attribuirle tutte le manifestazioni
del fenomeno. C'è, per esempio, l'assurdo razzismo degli stadi, cui
la "International Herald Tribune" ha dedicato un'ampia inchiesta. Che
senso ha fischiare i giocatori di colore che le nostre società hanno
acquistato a caro prezzo, che contribuiscono a migliorare la qualità
del nostro calcio (e della nostra pallacanestro) e che certo non costituiscono
una minaccia per la sicurezza o per il benessere dei cittadini? Forse,
agli occhi degli “ultra”, essi rappresentano la pattuglia di élite dell’invasione,
una specie di avanguardia dell’esercito che, stando alle previsioni
dei demografi, nel XXI secolo colonizzerà l’Europa, rovesciando a nostro
danno la tendenza dominante nei cinque precedenti.
Oppure
si tratta semplicemente di una forma di stupidità, di un modo anonimo
e un po’ vigliacco di sfogare istinti primordiali, nella scia di vecchie
teorie di cui i teppisti della curva Nord non conoscono in realtà neppure
l’esistenza? La I HT, che ha raccolto innumerevoli pareri in materia,
non ha trovato una risposta convincente.
Secondo
Lennart Johannson, presidente della UEFA, si tratterebbe di un fenomeno
estremamente pericoloso da cui potrebbe sbocciare addirittura un nuovo
nazismo, un fenomeno parallelo all’aumento dei reati di violenza contro
gli stranieri che si registra in molti Paesi europei.
Secondo
altri, avremmo a che fare solo con una variante della tradizionale intolleranza
delle tifoserie, che da quando calcio è calcio hanno sempre avuto bisogno
di un bersaglio contro cui sfogare i propri istinti tribali.
Fatto
è che il razzismo da stadio è presente in tutta Europa, dalla Grecia
alla Norvegia e dalla Spagna all’Ungheria, ma - secondo il quotidiano
americano - avrebbe il suo epicentro proprio in Italia, dove già dieci
anni fa i tifosi laziali esponevano cartelli razzisti contro il “negro
ebreo” Aron Winter e di recente il presidente del Verona ha confessato
candidamente di non potere acquistare un giocatore di colore, perché
i suoi tifosi non lo tollererebbero.
Alla
base di ogni analisi, ci deve comunque essere la distinzione tra razzismo
e xenofobia. Il primo, teorizzato nell’Ottocento da Gobineau e Chamberlain
e radicato nelle teorie evoluzionistiche, si ispira al principio della
superiorità della razza bianca su tutte le altre e sulla conseguente
necessità di mantenerne la “purezza”. Esso ha ispirato, prima ancora
di essere formulato scientificamente, la tratta degli schiavi dall’Africa
nera, lo sterminio degli indiani d’America e degli aborigeni australiani,
e successivamente la discriminazione razziale negli Stati Uniti d’America,
il regime dell’apartheid in Sudafrica e soprattutto la legislazione
nazista contro gli Ebrei e il loro mostruoso sterminio. In questo caso,
tuttavia, non si può escludere che abbia interferito anche la componente
“paura”: lungi dall’essere inferiori, gli ebrei tedeschi costituivano
infatti una élite influente in molti settori della società e dell’economia,
con un livello medio di istruzione e un reddito pro capite nettamente
superiore a quelli della popolazione germanica.
Per
i razzisti veri è necessario impedire qualsiasi forma di mescolanza
tra le etnie, dai matrimoni misti alla semplice fornicazione, e l’ideale
è lo “sviluppo separato”, perseguito scientificamente in Sudafrica fino
a pochi anni fa, ma vigente sul piano pratico anche in altri Paesi.
Una
risicata maggioranza di Paesi in via di sviluppo riuscì, tempo fa, addirittura
a fare approvare dall’Assemblea generale dell’ONU una risoluzione che
equiparava il sionismo al razzismo, con il pretesto che Israele è nato
come Stato ebraico, patria per gli ebrei di tutto il mondo e di conseguenza
non contempla la possibilità di una società multietnica.
Le
basi scientifiche del razzismo, quale fu teorizzato nell’Ottocento,
si sono rivelate fragili, perché secondo le più moderne ricerche non
esisterebbero tra le varie razze umane differenze genetiche tali da
spiegare il loro diverso grado di sviluppo.
Ma,
agli effetti del sentire popolare, questa scoperta ha avuto un impatto
relativamente modesto. Nessuno può negare, infatti, che tra gli indoeuropei
(e in misura forse ancora superiore, gli ebrei) da una parte, e gli
indigeni della Papua-Nuova Guinea, i bantu del Congo o gli amerindi
dell’Amazzonia c’è anche in termini di quoziente di intelligenza un
abisso di millenni, e che anche tra spagnoli e marocchini, che pure
sono vicini e interagiscono da molti secoli, esiste una bella differenza.
Fino
a quando erano i bianchi a dominare il mondo, e a fare il bello e il
brutto tempo a ogni livello, il razzismo si è spesso intrecciato con
il colonialismo, il rapporto tra una razza che si considerava superiore
con altre reputate inferiori si traduceva in un rapporto padrone-suddito.
Ma
con la fine del colonialismo e soprattutto con la globalizzazione, che
ha portato a movimenti di popolazione molto più intensi e trasformato
l’Europa da Paese di emigrazione in Paese di immigrazione, le cose sono
radicalmente mutate; e qualcuno, come Salgado, ha potuto sostenere senza
cadere nel ridicolo la metamorfosi del razzismo dei bianchi da ideologia
aggressiva in ideologia difensiva. Ammesso che esista davvero, questa
evoluzione ha probabilmente contribuito a rendere più sfumati i confini
tra razzismo stesso e xenofobia, intesa come ostilità nei confronti
del “diverso”. Al contrario del razzismo, che come tale ha fatto la
sua comparsa solo in tempi relativamente recenti, la xenofobia esiste
da sempre, in tutti cinque i continenti, e sotto certi rispetti fa parte
della natura umana.
Allo
stato latente, essa è presente ovunque, ma per manifestarsi ha in genere
bisogno di fattori scatenanti, che possono essere economici, religiosi,
politici, storici, sociali e altro ancora, e combinarsi tra di loro
in varie forme più o meno esplosive.
Spesso
la xenofobia si confonde con l’odio etnico (e reciproco) tra popoli
diversi che le vicende della storia hanno costretto a convivere sullo
stesso territorio, ma che sono divisi da antiche rivalità talvolta sconfinanti
nella faida.
Anche
limitandoci ai nostri giorni, gli esempi sono innumerevoli: andiamo
dallo storico conflitto tra Watutsi e Hutu nell’Africa centrale al radicato
odio per gli espatriati cinesi in molti Paesi del Sud-Est asiatico;
dallo scontro triangolare tra croati serbi e bosniaci nella ex-Jugoslavia
alla feroce storia dei rapporti tra turchi e armeni; dalla lotta tra
israeliani e arabi per la Palestina agli innumerevoli conflitti tribali
e religiosi che insanguinano in questo momento Africa ed Asia; dalla
impossibile convivenza tra indigeni melanesiani ed immigrati indiani
nelle isole Figi alle intermittenti rivolte degli indios dell’America
centrale e meridionale contro le classi egemoni di origini europee.
A ben guardare, da noi la xenofobia non ha connotati razzisti, nel senso
classico della parola. Dalle indagini demoscopiche risulta anzi che
nella popolazione italiana è molto più forte la diffidenza verso gli
slavi e gli albanesi, che sono europei come noi, e verso i romeni, che
sono addirittura latini, che non nei confronti dei senegalesi o dei
cingalesi. Il “tasso di rifiuto” non è, cioè, commisurato al grado di
diversità, alla distanza culturale ed etnica che ci separa dall’immigrato,
ma all’intensità della minaccia che, nell’immaginario collettivo, questi
rappresenta per la convivenza civile.
Gli
albanesi, cioè, non sono osteggiati perché “diversi”, ma perché tra
loro c’è una percentuale particolarmente alta di criminali, e comunque
di individui che rifiutano le nostre regole e si abbandonano alla violenza.
Al
contrario i filippini, che pure provengono dal capo opposto del mondo,
sono visti di buon occhio non solo perché mandano avanti le nostre case
e accudiscono i nostri anziani, ma anche perché creano pochissime turbative
e raramente si mettono nei guai con la legge. Anche la diffidenza verso
i musulmani non è dovuta tanto al fatto che seguono il Corano piuttosto
che il Vangelo, quanto alle loro usanze “aliene”, alla loro propensione
a organizzarsi in clan malavitosi, ai rapporti difficili con le nostre
donne e soprattutto al timore che diventino l’avanguardia di un assalto
islamico all’Europa. Nel subconscio, è ancora vivo il ricordo delle
razzie dei saraceni sulle nostre coste o delle battaglie di Lepanto
e di Vienna. Se poi andiamo a vedere dove si verificano i più acuti
fenomeni di intolleranza, scopriamo che ciò avviene dove la presenza
degli stranieri è nello stesso tempo più massiccia, più destabilizzante
per gli equilibri locali e più inutile ai fini di un equilibrato sviluppo
economico e sociale: nel quartiere Esquilino a Roma, nel quartiere San
Salvario a Torino, in certa periferia milanese. Nel Nord-Est, dove gli
extracomunitari sono diventati indispensabili per l’industria, o a Mazara
del Vallo dove mandano avanti la flotta dei pescherecci, le cose vanno
nell’insieme molto meglio. In altre parole, più che a forme congenite
di razzismo o di xenofobia, ci troviamo in Italia, e in altri Paesi
europei che si trovano nella stessa situazione, di fronte a problemi
di compatibilità.
Alla
luce di tutte queste considerazioni, i quotidiani proclami contro il
razzismo e la xenofobia e gli inviti della Chiesa e dell’establishment
liberal-internazionalista a fratellanza e tolleranza rischiano di avere
un effetto piuttosto limitato.
Certo,
il fenomeno dei naziskin deve suscitare il massimo allarme, i frequenti
rigurgiti di antisemitismo (alimentati, per la verità, anche dalle inconsulte
simpatie per i palestinesi diffuse nell’opinione pubblica europea) devono
essere combattuti con rigore, anche una campagna di educazione alla
convivenza può riuscire utile.
L’obbiettivo
principale, tuttavia, deve essere la eliminazione - nella misura del
possibile - di quelli che abbiamo chiamato i fattori scatenanti, che
sono in genere collettivi, ma possono essere anche individuali.
Una
comunità può diventare xenofoba perché si sente minacciata dagli stranieri,
nella sicurezza o nel posto di lavoro, un individuo perché un extracomunitario
ha sedotto sua figlia. Un intero popolo può essere preso in questo vortice,
almeno secondo Salgado, se percepisce una minaccia alla propria identità,
o addirittura alla propria sopravvivenza. In Europa in generale, e in
Italia in particolare, siamo in un delicato momento di transizione,
che diventerà ancora più delicato quando l’allargamento dell’Unione
Europea verso Est spalancherà le porte alla immigrazione slava e la
pressione demografica sulla riva meridionale del Mediterraneo diventerà
dirompente. Chi invoca leggi più severe contro i clandestini e contingentamenti
oculati per l’immigrazione legale, lo fa spesso proprio per evitare
che una condiscendenza eccessiva, un permissivismo incompatibile con
la situazione sul terreno alimentino le fiamme della xenofobia al di
là di ogni possibilità di controllo.
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