Anno XVII-n.03-2001

 

 

 

 

 

Livio Caputo

Il razzismo? Oggi, possiamo definirlo l’estrema forma di resistenza dei popoli in pericolo di estinzione”, è stato il commento un po’ provocatorio di Juan Salgado, famoso demografo spagnolo, all’ultimo rapporto dell’ONU, secondo il quale gli europei, che nel 1950 rappresentavano il 22% della popolazione mondiale, saranno ridotti nel 2050 a un misero 9 per cento. “E’ naturale che italiani, spagnoli, francesi, inglesi, tedeschi, che con il ridicolo tasso di natalità che si ritrovano sono condannati a diminuire velocemente di numero, abbiano cominciato ad avere paura delle etnie destinate a soppiantarli, e di conseguenza a osteggiarle.

Anche se oggi gli immigranti arrivano dal Terzo Mondo con il cappello in mano, e contribuiscono in concreto a tenere in piedi le nostre economie, è scritto nelle stelle che, se noi non cambieremo registro, tra uno o due secoli diventeranno i padroni. Oltre alla paura della criminalità e agli ordinari problemi di convivenza, è questa ancora oscura premonizione ad alimentare in molta gente l’ostilità e la diffidenza nei confronti degli extracomunitari.

Non è un caso che - secondo la stessa indagine dell’ONU - questi sentimenti siano oggi particolarmente diffusi nei due Paesi europei con il minor numero di nascite, cioè Italia e Spagna”.

La tesi di Salgado ha un suo indubbio fascino, perché è innovativa rispetto alla tradizionale definizione di razzismo come manifestazione di disprezzo di un’etnia che si crede superiore nei confronti di una giudicata inferiore.

Nel caso degli europei che insorgono contro l’invasione dei diseredati del Terzo mondo, ci troveremmo cioè di fronte a una reazione sostanzialmente diversa da quella dell’afrikaaner che considerava i negri del Sudafrica esseri inferiori da tenere in stato di sottomissione, del sudista americano che non ha mai cessato di pensare ai cittadini neri come agli eredi degli schiavi, o del giapponese che pensa tuttora ai coreani come a un popolo di serie B.

Non saremmo, in altre parole, in presenza di "razzismo" nel senso tradizionale della parola, ma piuttosto di una forma di xenofobia difensiva, di una manifestazione degenerativa e ingiustificata - anche se in realtà assai più blanda - dello stesso istinto di conservazione che, proprio in queste settimane, ha spinto i Dayak tagliatori di teste del Borneo a massacrare un migliaio di immigrati giavanesi o ha provocato recentemente l'insurrezione dei kosovari contro i serbi. Se la componente "paura" gioca indubbiamente un ruolo nel revival razzista cui assistiamo di questi tempi in Europa, sarebbe arbitrario e semplicistico attribuirle tutte le manifestazioni del fenomeno. C'è, per esempio, l'assurdo razzismo degli stadi, cui la "International Herald Tribune" ha dedicato un'ampia inchiesta. Che senso ha fischiare i giocatori di colore che le nostre società hanno acquistato a caro prezzo, che contribuiscono a migliorare la qualità del nostro calcio (e della nostra pallacanestro) e che certo non costituiscono una minaccia per la sicurezza o per il benessere dei cittadini? Forse, agli occhi degli “ultra”, essi rappresentano la pattuglia di élite dell’invasione, una specie di avanguardia dell’esercito che, stando alle previsioni dei demografi, nel XXI secolo colonizzerà l’Europa, rovesciando a nostro danno la tendenza dominante nei cinque precedenti.

Oppure si tratta semplicemente di una forma di stupidità, di un modo anonimo e un po’ vigliacco di sfogare istinti primordiali, nella scia di vecchie teorie di cui i teppisti della curva Nord non conoscono in realtà neppure l’esistenza? La I HT, che ha raccolto innumerevoli pareri in materia, non ha trovato una risposta convincente.

Secondo Lennart Johannson, presidente della UEFA, si tratterebbe di un fenomeno estremamente pericoloso da cui potrebbe sbocciare addirittura un nuovo nazismo, un fenomeno parallelo all’aumento dei reati di violenza contro gli stranieri che si registra in molti Paesi europei.

Secondo altri, avremmo a che fare solo con una variante della tradizionale intolleranza delle tifoserie, che da quando calcio è calcio hanno sempre avuto bisogno di un bersaglio contro cui sfogare i propri istinti tribali.

Fatto è che il razzismo da stadio è presente in tutta Europa, dalla Grecia alla Norvegia e dalla Spagna all’Ungheria, ma - secondo il quotidiano americano - avrebbe il suo epicentro proprio in Italia, dove già dieci anni fa i tifosi laziali esponevano cartelli razzisti contro il “negro ebreo” Aron Winter e di recente il presidente del Verona ha confessato candidamente di non potere acquistare un giocatore di colore, perché i suoi tifosi non lo tollererebbero.

Alla base di ogni analisi, ci deve comunque essere la distinzione tra razzismo e xenofobia. Il primo, teorizzato nell’Ottocento da Gobineau e Chamberlain e radicato nelle teorie evoluzionistiche, si ispira al principio della superiorità della razza bianca su tutte le altre e sulla conseguente necessità di mantenerne la “purezza”. Esso ha ispirato, prima ancora di essere formulato scientificamente, la tratta degli schiavi dall’Africa nera, lo sterminio degli indiani d’America e degli aborigeni australiani, e successivamente la discriminazione razziale negli Stati Uniti d’America, il regime dell’apartheid in Sudafrica e soprattutto la legislazione nazista contro gli Ebrei e il loro mostruoso sterminio. In questo caso, tuttavia, non si può escludere che abbia interferito anche la componente “paura”: lungi dall’essere inferiori, gli ebrei tedeschi costituivano infatti una élite influente in molti settori della società e dell’economia, con un livello medio di istruzione e un reddito pro capite nettamente superiore a quelli della popolazione germanica.

Per i razzisti veri è necessario impedire qualsiasi forma di mescolanza tra le etnie, dai matrimoni misti alla semplice fornicazione, e l’ideale è lo “sviluppo separato”, perseguito scientificamente in Sudafrica fino a pochi anni fa, ma vigente sul piano pratico anche in altri Paesi.

Una risicata maggioranza di Paesi in via di sviluppo riuscì, tempo fa, addirittura a fare approvare dall’Assemblea generale dell’ONU una risoluzione che equiparava il sionismo al razzismo, con il pretesto che Israele è nato come Stato ebraico, patria per gli ebrei di tutto il mondo e di conseguenza non contempla la possibilità di una società multietnica.

Le basi scientifiche del razzismo, quale fu teorizzato nell’Ottocento, si sono rivelate fragili, perché secondo le più moderne ricerche non esisterebbero tra le varie razze umane differenze genetiche tali da spiegare il loro diverso grado di sviluppo.

Ma, agli effetti del sentire popolare, questa scoperta ha avuto un impatto relativamente modesto. Nessuno può negare, infatti, che tra gli indoeuropei (e in misura forse ancora superiore, gli ebrei) da una parte, e gli indigeni della Papua-Nuova Guinea, i bantu del Congo o gli amerindi dell’Amazzonia c’è anche in termini di quoziente di intelligenza un abisso di millenni, e che anche tra spagnoli e marocchini, che pure sono vicini e interagiscono da molti secoli, esiste una bella differenza.

Fino a quando erano i bianchi a dominare il mondo, e a fare il bello e il brutto tempo a ogni livello, il razzismo si è spesso intrecciato con il colonialismo, il rapporto tra una razza che si considerava superiore con altre reputate inferiori si traduceva in un rapporto padrone-suddito.

Ma con la fine del colonialismo e soprattutto con la globalizzazione, che ha portato a movimenti di popolazione molto più intensi e trasformato l’Europa da Paese di emigrazione in Paese di immigrazione, le cose sono radicalmente mutate; e qualcuno, come Salgado, ha potuto sostenere senza cadere nel ridicolo la metamorfosi del razzismo dei bianchi da ideologia aggressiva in ideologia difensiva. Ammesso che esista davvero, questa evoluzione ha probabilmente contribuito a rendere più sfumati i confini tra razzismo stesso e xenofobia, intesa come ostilità nei confronti del “diverso”. Al contrario del razzismo, che come tale ha fatto la sua comparsa solo in tempi relativamente recenti, la xenofobia esiste da sempre, in tutti cinque i continenti, e sotto certi rispetti fa parte della natura umana.

Allo stato latente, essa è presente ovunque, ma per manifestarsi ha in genere bisogno di fattori scatenanti, che possono essere economici, religiosi, politici, storici, sociali e altro ancora, e combinarsi tra di loro in varie forme più o meno esplosive.

Spesso la xenofobia si confonde con l’odio etnico (e reciproco) tra popoli diversi che le vicende della storia hanno costretto a convivere sullo stesso territorio, ma che sono divisi da antiche rivalità talvolta sconfinanti nella faida.

Anche limitandoci ai nostri giorni, gli esempi sono innumerevoli: andiamo dallo storico conflitto tra Watutsi e Hutu nell’Africa centrale al radicato odio per gli espatriati cinesi in molti Paesi del Sud-Est asiatico; dallo scontro triangolare tra croati serbi e bosniaci nella ex-Jugoslavia alla feroce storia dei rapporti tra turchi e armeni; dalla lotta tra israeliani e arabi per la Palestina agli innumerevoli conflitti tribali e religiosi che insanguinano in questo momento Africa ed Asia; dalla impossibile convivenza tra indigeni melanesiani ed immigrati indiani nelle isole Figi alle intermittenti rivolte degli indios dell’America centrale e meridionale contro le classi egemoni di origini europee. A ben guardare, da noi la xenofobia non ha connotati razzisti, nel senso classico della parola. Dalle indagini demoscopiche risulta anzi che nella popolazione italiana è molto più forte la diffidenza verso gli slavi e gli albanesi, che sono europei come noi, e verso i romeni, che sono addirittura latini, che non nei confronti dei senegalesi o dei cingalesi. Il “tasso di rifiuto” non è, cioè, commisurato al grado di diversità, alla distanza culturale ed etnica che ci separa dall’immigrato, ma all’intensità della minaccia che, nell’immaginario collettivo, questi rappresenta per la convivenza civile.

Gli albanesi, cioè, non sono osteggiati perché “diversi”, ma perché tra loro c’è una percentuale particolarmente alta di criminali, e comunque di individui che rifiutano le nostre regole e si abbandonano alla violenza.

Al contrario i filippini, che pure provengono dal capo opposto del mondo, sono visti di buon occhio non solo perché mandano avanti le nostre case e accudiscono i nostri anziani, ma anche perché creano pochissime turbative e raramente si mettono nei guai con la legge. Anche la diffidenza verso i musulmani non è dovuta tanto al fatto che seguono il Corano piuttosto che il Vangelo, quanto alle loro usanze “aliene”, alla loro propensione a organizzarsi in clan malavitosi, ai rapporti difficili con le nostre donne e soprattutto al timore che diventino l’avanguardia di un assalto islamico all’Europa. Nel subconscio, è ancora vivo il ricordo delle razzie dei saraceni sulle nostre coste o delle battaglie di Lepanto e di Vienna. Se poi andiamo a vedere dove si verificano i più acuti fenomeni di intolleranza, scopriamo che ciò avviene dove la presenza degli stranieri è nello stesso tempo più massiccia, più destabilizzante per gli equilibri locali e più inutile ai fini di un equilibrato sviluppo economico e sociale: nel quartiere Esquilino a Roma, nel quartiere San Salvario a Torino, in certa periferia milanese. Nel Nord-Est, dove gli extracomunitari sono diventati indispensabili per l’industria, o a Mazara del Vallo dove mandano avanti la flotta dei pescherecci, le cose vanno nell’insieme molto meglio. In altre parole, più che a forme congenite di razzismo o di xenofobia, ci troviamo in Italia, e in altri Paesi europei che si trovano nella stessa situazione, di fronte a problemi di compatibilità.

Alla luce di tutte queste considerazioni, i quotidiani proclami contro il razzismo e la xenofobia e gli inviti della Chiesa e dell’establishment liberal-internazionalista a fratellanza e tolleranza rischiano di avere un effetto piuttosto limitato.

Certo, il fenomeno dei naziskin deve suscitare il massimo allarme, i frequenti rigurgiti di antisemitismo (alimentati, per la verità, anche dalle inconsulte simpatie per i palestinesi diffuse nell’opinione pubblica europea) devono essere combattuti con rigore, anche una campagna di educazione alla convivenza può riuscire utile.

L’obbiettivo principale, tuttavia, deve essere la eliminazione - nella misura del possibile - di quelli che abbiamo chiamato i fattori scatenanti, che sono in genere collettivi, ma possono essere anche individuali.

Una comunità può diventare xenofoba perché si sente minacciata dagli stranieri, nella sicurezza o nel posto di lavoro, un individuo perché un extracomunitario ha sedotto sua figlia. Un intero popolo può essere preso in questo vortice, almeno secondo Salgado, se percepisce una minaccia alla propria identità, o addirittura alla propria sopravvivenza. In Europa in generale, e in Italia in particolare, siamo in un delicato momento di transizione, che diventerà ancora più delicato quando l’allargamento dell’Unione Europea verso Est spalancherà le porte alla immigrazione slava e la pressione demografica sulla riva meridionale del Mediterraneo diventerà dirompente. Chi invoca leggi più severe contro i clandestini e contingentamenti oculati per l’immigrazione legale, lo fa spesso proprio per evitare che una condiscendenza eccessiva, un permissivismo incompatibile con la situazione sul terreno alimentino le fiamme della xenofobia al di là di ogni possibilità di controllo.