Anno XVII - n.03/2001

 

 

 

 

 

 

 

Carlo Franza

E'una grandissima mostra quella che prende in esame la civiltà etrusca, aperta a Palazzo Grassi, Venezia, allestita dall’architetto Francesco Venezia e curata scientificamente da Mario Torelli.

Si snoda in trentatre sale che iniziano con la ricostruzione di un Simposio nella corte a piano terra, al cui centro, nella luce che piomba dall’alto è collocata la Figura spezzata di Henry Moore, scolpita in marmo nero nel 1975, omaggio all’arte etrusca, per concludersi con reperti che danno ampiamente idea di questa straordinaria civiltà, dalla formazione all’apogeo, al finale declino nella conquista romana, iniziata nel 396 con la caduta di Veio.

Un percorso cronologico rigoroso che passa dai reperti previllanoviani a villanoviani delle prime quattro sale, alle ventisei dedicate all’apogeo, e infine alle ultime quattro dedicate al declino.

Settecento reperti che provengono da un’ottantina di musei, collezioni e istituzioni culturali di tredici paesi.

Il paese che presenta il maggior numero di reperti è l’Italia con oltre 400 pezzi che giungono dalle raccolte di 46 prestatori.

Tra le opere esposte la più alta è la statua del cosiddetto Arringatore proveniente dal Museo Archeologico di Firenze, che misura un metro e ottanta.

Mentre spicca per il suo peso il sarcofago della Necropoli dello Sperandio proveniente dal Museo Archeologico Nazionale di Perugia, e che con i suoi due metri di lunghezza raggiunge i 1400 kilogrammi. Quella degli Etruschi è una storia di guerre e di viaggi, di città e di mercati, di religione e di misteri, di lavori e di grandi architetture come i sistemi fognari (è etrusca la rete fognaria romana del primo livello) e idraulici, le gallerie delle miniere ecc.

Un popolo tra gli antichi che ha interessato anche scrittori e storici come Erodoto e Dionigi di Alicarnasso.

Tre sono le ipotesi delle loro origini, tuttora incerte. C’è chi dice che venissero dall’Estremo Oriente, chi dalle Alpi, in una delle tante migrazioni di antichissime popolazioni indoeuropee, e chi infine che fosse un popolo autoctono che all’incirca nell’VIII secolo venendo a contatto con popoli più avanzati - greci e fenici - si staccò dalla civiltà villanoviana. Infatti una cosa accomuna la civiltà dei villanoviani e i protoetruschi e cioè l’incenerazione che sostituisce la più antica inumazione.

Temi suggestivi ci invitano a trovare nella mostra un’atmosfera sacrale, a iniziare dal color amaranto cupo che riveste tutto al batter d’ali degli uccelli appena alzati in volo sotto lo sguardo scrutatore di aùguri e aruspici, e ancora un clangore di spade di bronzo, lance, scudi insieme a oscure parole. Fra questi settecento reperti ecco lo Scarabeo d’oro proveniente dall’Egitto, di un centimetro quadrato; la ricomposizione del Carro di Castel San Mariano smembrato fra vari musei dal 1812, anno dell’asta, e oggi finalmente insieme.

Del periodo villanoviano fra decine di Rocchetti e Fibule ad arco serpeggiante, una stupenda Urna Cineraria dell’VIII secolo proveniente da Vulci e un Elmo bronzeo, e ancora di forte modernità una Doppia fiasca (che sta per borraccia). Reperti di pregevole fattura che giungono a raffinatezze eccelse con il Cinerario bronzeo del 730/700 a.C. della necropoli di Olmo Bello di Bisenzio, le cui figurine del coperchio presentano una finitezza di particolari. Nelle ventisei sale dedicate all’apogeo (dall’VIII al IV sec.) balza al visitatore la ricchezza e il lusso di questo popolo, nel quale il ruolo della donna era altissimo, primario nella società e nella politica. Nella sala della guerra ecco Elmi a calotta emisferica, Scudi bronzei, e ancora lance, spade e schinieri, elmi rotondi, e la ricostruzione di una Biga degli inizi del IV secolo. L’ottava e la nona sala accoglie l’opulenza ovvero i gioielli, gli anelli i ciondoli, le fibule ma soprattutto un Diadema del IV secolo a.C. proveniente da Perugia, composto di impalpabili lamine d’oro che ricostruiscono una corona d’alloro. Occorre ricordare che tutti i segni del potere romano, dai fasci littori alla sella curule, alla corona d’alloro sono etruschi, e che il “lituo” il bastone a spirale ricurvo è tuttora usato.

Delle tre tribù che composero la prima popolazione romana, due erano etrusche, i Luceres e i Titienses, unitamente ai Ramnenses.

Né va dimenticato ancora che il nome “Roma” non viene dal greco Rome (forza) ma dall’etrusco Ram-un (citta sui colli). Il tema del culto dei morti visibile già nelle tombe a tumulo della Toscana meridionale e del Lazio settentrionale, da Tarquinia a Vulci, da Populonia a Volterra, con gli affreschi degli ipogei qui rappresentati con i celebri esempi della Tomba Francois di Vulci (330 a.C.) della collezione dei principi Torlonia.

E ancora in altre sale frammenti di stoffa, fusi, conocchie, rocchetti, tettini, un grande Trono bronzeo del VII secolo, splendidi vasi greci fra cui La lotta fra Eracle e Anteo di Eufronio, considerato come La Gioconda dell’antichità ellenica.

Non mancano oggetti del quotidiano, statue funebri di coppie sdraiate in atteggiamento affettuoso, e ancora tutto un settore legato alla scrittura che in parte oggi ci sfugge: basti pensare alla Tabula Cortonensis e alle Lamine di Pyrgi in oro, del V secolo, con la dedica alla dea Astarte (Uni etrusca), il cui autore è Thefarie Velianas, re di Cere.