Anno XVII-n.03-2001

 

 

 

 

 

Giulio Nascimbeni

Non sapevo che da qualche anno, anche in Italia come in molti altri Paesi, il 17 febbraio si festeggia il "Cat's day","la Giornata del gatto",con manifestazioni, tavole rotonde e avvenimenti vari. Pare, dunque, che il nostro sia un tempo felice per i gatti.

Tante vecchie superstizioni e diavolerie sono state accantonate, un settore dell'industria alimentare pensa al loro cibo, ed è normale vederli negli "spot" televisivi, mentre fanno rotolare gomitoli con la stessa arte di spingere la palla che hanno i grandi campioni del calcio.

Sempre negli "spot", prima di affondare la bocca nella ciotola, il gatto è ripreso mentre cammina sulla tastiera di un pianoforte.

Ciò mi conferma nella convinzione che, per sua natura, egli sarebbe un pianista. A parte le implicazioni sulla nostalgia del seno materno, gia la tendenza a "fare la pasta" ( quel morbido premere delle zampe anteriori sulla lana di un pullover, su una pelliccia, sul panno lasciato tiepido dal ferro da stiro...) rivela una disposizione a estrarre suoni con l'aiuto dei polpastrelli. Tra i gatti e la musica corrono da sempre rapporti, se un pittore come il fiammingo David Teniers (1610-1690) dipinse un "Concerto di gatti" con tanto di spartito, e se un poeta che adorava le metafore come Corrado Govoni (1884 -1965) attribuì "epilettici violini" ai miagolii notturni. Scrivere di gatti è difficile. Al pari della luna, delle stelle, delle nuvole, dei fiori e delle rondini, il felino domestico è un protagonista della letteratura. Il rischio è quello di ripetere immagini che sono ormai di repertorio: dalle "pose di sfingi distese in fondo a solitudini", dalle "mistiche pupille che screziano atomi d'oro", come canta Baudelaire nei "Fiori del male", agli elogi cinquecenteschi di Pierre de Ronsard: "Il gatto ha un che di sovrannaturale".

I nomi da citare sarebbero tanti. Ci limitiamo a qualche esempio: Théophile Gautier (" è la tigre dei poveri diavoli"), Apollinaire ("Vorrei avere nella mia casa / una donna ragionevole / un gatto che sfiora i libri..."), Carlo Dossi (" lo scaldamani delle vecchie povere"), Umberto Saba ("non senti la gatta vibrare come un cuore?"), Pablo Neruda ("Ma non riesco a decifrare un gatto./ Sul suo distacco la ragione slitta, / numeri d'oro stanno nei suoi occhi"), Doris Lessing ("Se un pesce è la personificazione, l'essenza stessa del movimento dell'acqua, allora il gatto è un diagramma e il modello della leggerezza dell'aria").

C'è anche l'esempio della "Gattomachia" di Lope de Vega (1562-1635), un delizioso poema burlesco di quasi tremila versi. Stupisce che i versi inventati dallo spagnolo non abbiano trovato cultori fra gli amici dei gatti, che nessuma femmina si chiami Zapaquilda e nessun maschio Marramaquiz o Micifuf. Né maggior fortuna ha avuto il premio Nobel Thomas Stearns Eliot (1888-1963), con le sue proposte immaginose: Scapicchio, Burbax, Tisquass, Bombaiurina.

La verità la dice Eliot stesso: mettere un nome ai gatti è impresa destinata al fallimento. Si possono riempire i testi letterari di Shah, di Murpy, di Zinzin, di Pitou, ma il vero nome resterà sempre remoto, al di là delle nostre moine e dei nostri tentativi d'imitare il miagolio o la modulazione segreta delle fusa.

Soltanto il gatto conosce il suo vero nome, registrato in chissà quale irraggiungibile anagrafe. Il grande Eliot, preso dal gioco poetico di questa intuizione,suggerisce un'ipotesi: quando vediamo un gatto "immerso in profonda meditazione", significa che la sua mente è perduta nella contemplazione "del pensiero del suo nome".

Ecco perchè, se il cane è stato definito "candidato all'umanità", sembra logico supporre che il gato sia "candidato alla divinità", come del resto lo consideravano gli antichi Egizi. Ma io ritengo che si possa uscire dal cerchio metafisico nel quale siamo finora rimasti.

Ricordo un'immagine che mi colpì fin da quando ero giovane e lessi "Le confessioni di un italiano" di Ippolito Nievo: "Un vecchio gattone soriano grave come un consigliere". Ebbene, se ripenso al soriano che è stato in casa mia per molti anni, se nella memoria lo rivedo immobile sul televisore o sul bracciolo d'una poltrona, trovo che veramente lui è stato per me "un consigliere".

Mi ha insegnato almeno due virtù, il silenzio e la pazienza: due virtù divenute più rare degli "atomi d'oro" che splendevano in fondo ai suoi occhi. Nell'ultimo atto di "Turandot", nella grande romanza che si conclude con il triplice squillo del "Vincerò", il principe Calaf canta "ma il mio mistero è chiuso in me":se avesse voce di tenore, se potesse adeguare il miagolio alla musica di Puccini, ogni gatto potrebbe fare suo quel mirabile impeto di trionfale orgoglio. Interi scaffali di libri stanno a testimoniare il fascino e l'interesse che il domestico felino ha sempre suscitato.

A volte penso, quando osservo i gatti che vivono nelle città, che i loro segreti siano legati a una perduta idea di focolari,di legna che arde, di cenere calda. Il gatto può dormire anche su un ripiano di plastica, rapinare negli scomparti di un "frigidaire", mettersi in posa tra oggetti di "design", ma la sua vocazione (trattandosi del gatto, la parola non sembri eccessiva...) restano i cuscini delle nonne, i polli appena spennati, i brevi labirinti delle finestre con le grate...

La verità è che probabilmente non è possibile penetrare in modo esauriente nella mente felina. Si spalanca sempre davanti a noi un'insormontabile terra di nessuno, per giunta coperta da banchi di nebbia. Che fare? Secondo alcuni studiosi dei comportamenti dei gatti, la strada più sicura è quella di una rassegnata ironia. Rassegnata nel senso che i gatti sarebbero nevrotici e la causa della nevrosi felina siamo noi. Cioè noi amici, noi innamorati del gatto, noi suoi fedeli sudditi, noi suoi devoti custodi, noi suoi cantori, incapaci di accettare qualche piccolo comandamento indispensabile alla convivenza.

Per esempio, questo che è stato enunciato con poche, semplici parole: "Il maggior dono che il gatto fa al suo padrone è la concessione della sua presenza. Bisogna sapersi accontentare". Ed è ciò che tenteremo di fare, cari gatti, cari furtivi fantasmi che si sfiorano, care presenze addormentate delle notti e dei meriggi, care piccole sfingi, cari monelli dei gomitoli.

Smettiamola di bussare alle porte dei vostri segreti, di voler capire, di psicoanalizzare i vostri occhi, di stendervi sul lettino di Freud. Voi siete la prova che " il vero mistero del mondo è il visibile, non l'invisibile".