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Non
sapevo che da qualche anno, anche in Italia come in molti altri Paesi,
il 17 febbraio si festeggia il "Cat's day","la Giornata del gatto",con
manifestazioni, tavole rotonde e avvenimenti vari. Pare, dunque, che
il nostro sia un tempo felice per i gatti.
Tante
vecchie superstizioni e diavolerie sono state accantonate, un settore
dell'industria alimentare pensa al loro cibo, ed è normale vederli negli
"spot" televisivi, mentre fanno rotolare gomitoli con la stessa arte
di spingere la palla che hanno i grandi campioni del calcio.
Sempre
negli "spot", prima di affondare la bocca nella ciotola, il gatto è
ripreso mentre cammina sulla tastiera di un pianoforte.
Ciò
mi conferma nella convinzione che, per sua natura, egli sarebbe un pianista.
A parte le implicazioni sulla nostalgia del seno materno, gia la tendenza
a "fare la pasta" ( quel morbido premere delle zampe anteriori sulla
lana di un pullover, su una pelliccia, sul panno lasciato tiepido dal
ferro da stiro...) rivela una disposizione a estrarre suoni con l'aiuto
dei polpastrelli. Tra i gatti e la musica corrono da sempre rapporti,
se un pittore come il fiammingo David Teniers (1610-1690) dipinse un
"Concerto di gatti" con tanto di spartito, e se un poeta che adorava
le metafore come Corrado Govoni (1884 -1965) attribuì "epilettici violini"
ai miagolii notturni. Scrivere di gatti è difficile. Al pari della luna,
delle stelle, delle nuvole, dei fiori e delle rondini, il felino domestico
è un protagonista della letteratura. Il rischio è quello di ripetere
immagini che sono ormai di repertorio: dalle "pose di sfingi distese
in fondo a solitudini", dalle "mistiche pupille che screziano atomi
d'oro", come canta Baudelaire nei "Fiori del male", agli elogi cinquecenteschi
di Pierre de Ronsard: "Il gatto ha un che di sovrannaturale".
I
nomi da citare sarebbero tanti. Ci limitiamo a qualche esempio: Théophile
Gautier (" è la tigre dei poveri diavoli"), Apollinaire ("Vorrei avere
nella mia casa / una donna ragionevole / un gatto che sfiora i libri..."),
Carlo Dossi (" lo scaldamani delle vecchie povere"), Umberto Saba ("non
senti la gatta vibrare come un cuore?"), Pablo Neruda ("Ma non riesco
a decifrare un gatto./ Sul suo distacco la ragione slitta, / numeri
d'oro stanno nei suoi occhi"), Doris Lessing ("Se un pesce è la personificazione,
l'essenza stessa del movimento dell'acqua, allora il gatto è un diagramma
e il modello della leggerezza dell'aria").
C'è
anche l'esempio della "Gattomachia" di Lope de Vega (1562-1635), un
delizioso poema burlesco di quasi tremila versi. Stupisce che i versi
inventati dallo spagnolo non abbiano trovato cultori fra gli amici dei
gatti, che nessuma femmina si chiami Zapaquilda e nessun maschio Marramaquiz
o Micifuf. Né maggior fortuna ha avuto il premio Nobel Thomas Stearns
Eliot (1888-1963), con le sue proposte immaginose: Scapicchio, Burbax,
Tisquass, Bombaiurina.
La
verità la dice Eliot stesso: mettere un nome ai gatti è impresa destinata
al fallimento. Si possono riempire i testi letterari di Shah, di Murpy,
di Zinzin, di Pitou, ma il vero nome resterà sempre remoto, al di là
delle nostre moine e dei nostri tentativi d'imitare il miagolio o la
modulazione segreta delle fusa.
Soltanto
il gatto conosce il suo vero nome, registrato in chissà quale irraggiungibile
anagrafe. Il grande Eliot, preso dal gioco poetico di questa intuizione,suggerisce
un'ipotesi: quando vediamo un gatto "immerso in profonda meditazione",
significa che la sua mente è perduta nella contemplazione "del pensiero
del suo nome".
Ecco
perchè, se il cane è stato definito "candidato all'umanità", sembra
logico supporre che il gato sia "candidato alla divinità", come del
resto lo consideravano gli antichi Egizi. Ma io ritengo che si possa
uscire dal cerchio metafisico nel quale siamo finora rimasti.
Ricordo
un'immagine che mi colpì fin da quando ero giovane e lessi "Le confessioni
di un italiano" di Ippolito Nievo: "Un vecchio gattone soriano grave
come un consigliere". Ebbene, se ripenso al soriano che è stato in casa
mia per molti anni, se nella memoria lo rivedo immobile sul televisore
o sul bracciolo d'una poltrona, trovo che veramente lui è stato per
me "un consigliere".
Mi
ha insegnato almeno due virtù, il silenzio e la pazienza: due virtù
divenute più rare degli "atomi d'oro" che splendevano in fondo ai suoi
occhi. Nell'ultimo atto di "Turandot", nella grande romanza che si conclude
con il triplice squillo del "Vincerò", il principe Calaf canta "ma il
mio mistero è chiuso in me":se avesse voce di tenore, se potesse adeguare
il miagolio alla musica di Puccini, ogni gatto potrebbe fare suo quel
mirabile impeto di trionfale orgoglio. Interi scaffali di libri stanno
a testimoniare il fascino e l'interesse che il domestico felino ha sempre
suscitato.
A
volte penso, quando osservo i gatti che vivono nelle città, che i loro
segreti siano legati a una perduta idea di focolari,di legna che arde,
di cenere calda. Il gatto può dormire anche su un ripiano di plastica,
rapinare negli scomparti di un "frigidaire", mettersi in posa tra oggetti
di "design", ma la sua vocazione (trattandosi del gatto, la parola non
sembri eccessiva...) restano i cuscini delle nonne, i polli appena spennati,
i brevi labirinti delle finestre con le grate...
La
verità è che probabilmente non è possibile penetrare in modo esauriente
nella mente felina. Si spalanca sempre davanti a noi un'insormontabile
terra di nessuno, per giunta coperta da banchi di nebbia. Che fare?
Secondo alcuni studiosi dei comportamenti dei gatti, la strada più sicura
è quella di una rassegnata ironia. Rassegnata nel senso che i gatti
sarebbero nevrotici e la causa della nevrosi felina siamo noi. Cioè
noi amici, noi innamorati del gatto, noi suoi fedeli sudditi, noi suoi
devoti custodi, noi suoi cantori, incapaci di accettare qualche piccolo
comandamento indispensabile alla convivenza.
Per
esempio, questo che è stato enunciato con poche, semplici parole: "Il
maggior dono che il gatto fa al suo padrone è la concessione della sua
presenza. Bisogna sapersi accontentare". Ed è ciò che tenteremo di fare,
cari gatti, cari furtivi fantasmi che si sfiorano, care presenze addormentate
delle notti e dei meriggi, care piccole sfingi, cari monelli dei gomitoli.
Smettiamola
di bussare alle porte dei vostri segreti, di voler capire, di psicoanalizzare
i vostri occhi, di stendervi sul lettino di Freud. Voi siete la prova
che " il vero mistero del mondo è il visibile, non l'invisibile".
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