Anno XVII-n.03-2001

 

 

 

 

 

Franco Manzoni

Nel periodo di fine Ottocento, coevo agli autori napoletani Scarpetta e Di Giacomo, opera il milanese Carlo Bertolazzi (1870-1916), che nei propri testi teatrali anticipa soluzioni assai moderne e pone l'acento, insistendovi, su temi sociali di ampio respiro.

L'ambientazione nel mondo dei meno abbienti della Milano fine secolo ebbe quale conseguenza logica la scelta linguistica del vernacolo milanese. Sarà proprio nel teatro in dialetto che Bertolazzi darà il meglio di sè, mentre i successivi tentativi in lingua risulteranno sbiaditi e di maniera.

La povera gent (1893), il capolavoro di Bertolazzi, in quattro atti, avrebbe dovuto far parte di una trilogia, El nost Milan, che rimase, però, incompiuta. La vicenda è ambientata dall'autore nel 1890, e si svolge in quattro luoghi caratteristici della Milano disagiata: al Tivoli, nelle vicinanze dell'Arena; nel cortile del Broletto; nelle Cucine Economiche di Porta Volta e infine negli Asili Notturni. Protagonista è, appunto, la povera gente tratteggiata con grande maestria dal Bertolazzi, che, grazie alla propria ricchezza interiore, ci descrive la folla di poveretti alla prese con piccoli grandi eventi quotidiani, sullo sfondo di una esistenza cittadina tutta fatta di stenti. Tuttavia, questi emarginati non rimangono folla anonima, anche se un vero e proprio eroe è assente. L'impianto corale subordina l'azione drammatica. Il primo atto si svolge al Tivoli, luogo di baracche malandate, dove si trova una giostra e un circo, brulicante di mendicanti, ladri e indigenti. Il secondo atto analizza l'estrazione del lotto nel cortile del Broletto, dove nel gabbione del lotto, tra i commenti vocianti di operai e brumisti, si cerca disperatamente una svolta alla propria esistenza, alle giustificate illusioni di questi poveracci, un cambiamento che fatalmente non giungerà mai. Il terzo atto è ambientato presso le Cucine Economiche della Mensa dei poveri, all'ora del pranzo, dove tre sportelli e altrettanti addetti distribuiscono minestra, pietanza e vino alle numerose persone che vi ricorrono. Il quarto atto, infine, descrive la vita al dormitorio popolare femminile. Le donne di diversa età, poveramente vestite, si raccolgono come in coro e vivono in un'atmosfera che si può ben definire tristemente rassegnata. In ogni caso l'intera vicenda non scade mai nel patetico, ma è condotta con naturalezza nel vissuto reale. Il dramma procede secondo uno schema assai vicino a quelle dell'opera lirica: ad ogni quadro il sipario si apre su una scena d'assieme, dove le differenti situazioni sono le singole pennellate di un più ampio affresco, in cui i dettagli e l'attenzione si concentrano su alcuni protagonisti fotografati nelle diverse fasi della vicenda personale: ad esempio, l'amore tra Nina e Rico, i rapporti tra Nina, Togasso e Peppon. E' una bella ragazza la nina, figlia di peppon, saltimbanco e mangiatore di fuoco. Rico, il pagliaccio, condannato dalla tisi, muore e Togasso, il tipico smargiasso, ha messo gli occhi su Nina. Peppon, però, avverte il Togasso di girare al largo da sua figlia. Ma lei, soggiogata, se ne va col Togasso. E non basterà che il padre uccida il Togasso per vendicare l'onore offeso. La giovane, stanca di quella vita, si ribella alle numerose privazioni e decide di rivolgersi a Martina, che "colloca" le belle ragazze povere, costringendole a dare il proprio corpo a ricchi in cerca di nuove amanti. La drammatica lamentazione finale di Nina di fronte al padre riassume la volontà di denuncia del Bertolazzi. Peppon grida contro i ricchi, ma ha fallito come padre: non è riuscito ad offrire alla propria figlia se non un'esistenza grama. Di conseguenza la giovane non trova di meglio che arrangiarsi come può e si vende. L'autore partecipa con affetto ad una vicenda che pare proprio senza riscatto nè speranza, nell'inerzia di una condizione che sembra impossibile a mutarsi. La povera gent si configura come opera realistica, nella quale si guarda alla vita dura della fascia sociale più bassa, senza nessuna idealizzazione o retorica. Un'altra commedia in dialetto milanese del Bertolazzi è La gibigianna (1898), in cui i primi due atti, in netta contrapposizione tra loro, costituiscono due momenti di grande capacità descrittiva-teatrale dell'autore. Il primo quadro presenta i protagonisti nella loro camera in affitto, luogo livido e squallido, che dà su un invitante quanto profumato ristorante. Il secondo atto si svolge nel ristorante e delinea personaggi di diversa estrazione sociale, dove si fa assai stridente la realtà economica contrapposta: il ondo dei poveri più poveri e quello dei largamente ricchi. All'interno della commediografia dialettale italiana di fine Ottocento, anche il teatro veneziano prosentò un esponente di rilievo, Giacinto Gallina (1852-1897). Egli, ventenne, scrisse per la compagnia Moro Le barufe in famegia, cui seguirono Nissun va al monte, Una famegia in rovina. Egli venne considerato un continuatore del Goldoni, pur trattando, ovviamente, la materia in modo da attualizzarla rispetto ai temi propri della tradizione settecentesca. La più riuscita delle commedie di questa prima fase è El moroso della nona (1880), dove un quid di patetico viene inserito in un testo-base assai ilare e giocoso. Segue un periodo di silenzio e di rinuncia al teatro in dialeto, segno di crisi di vena inventiva. Tuttavia, con La famegia del santolo (1892), considerato dai critici il suo capolavoro, il Gallina ritorna alla scrittura in veneziano, portando sulle scene l'ambiente borghese, non più popolano, che ha uno dei suoi punti fermi nel dialogo essenziale della vita quotidiana, chiaro esempio di teatro verista. Così Gallina si distingue per la naturalità della descrizione dei personaggi e la sostituzione di tipologie di chiara derivazione settecentesca con elementi psicologici all'interno dell'azione teatrale.