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Nel
periodo di fine Ottocento, coevo agli autori napoletani Scarpetta e
Di Giacomo, opera il milanese Carlo Bertolazzi (1870-1916), che nei
propri testi teatrali anticipa soluzioni assai moderne e pone l'acento,
insistendovi, su temi sociali di ampio respiro.
L'ambientazione
nel mondo dei meno abbienti della Milano fine secolo ebbe quale conseguenza
logica la scelta linguistica del vernacolo milanese. Sarà proprio nel
teatro in dialetto che Bertolazzi darà il meglio di sè, mentre i successivi
tentativi in lingua risulteranno sbiaditi e di maniera.
La
povera gent (1893), il capolavoro di Bertolazzi, in quattro atti, avrebbe
dovuto far parte di una trilogia, El nost Milan, che rimase, però, incompiuta.
La vicenda è ambientata dall'autore nel 1890, e si svolge in quattro
luoghi caratteristici della Milano disagiata: al Tivoli, nelle vicinanze
dell'Arena; nel cortile del Broletto; nelle Cucine Economiche di Porta
Volta e infine negli Asili Notturni. Protagonista è, appunto, la povera
gente tratteggiata con grande maestria dal Bertolazzi, che, grazie alla
propria ricchezza interiore, ci descrive la folla di poveretti alla
prese con piccoli grandi eventi quotidiani, sullo sfondo di una esistenza
cittadina tutta fatta di stenti. Tuttavia, questi emarginati non rimangono
folla anonima, anche se un vero e proprio eroe è assente. L'impianto
corale subordina l'azione drammatica. Il primo atto si svolge al Tivoli,
luogo di baracche malandate, dove si trova una giostra e un circo, brulicante
di mendicanti, ladri e indigenti. Il secondo atto analizza l'estrazione
del lotto nel cortile del Broletto, dove nel gabbione del lotto, tra
i commenti vocianti di operai e brumisti, si cerca disperatamente una
svolta alla propria esistenza, alle giustificate illusioni di questi
poveracci, un cambiamento che fatalmente non giungerà mai. Il terzo
atto è ambientato presso le Cucine Economiche della Mensa dei poveri,
all'ora del pranzo, dove tre sportelli e altrettanti addetti distribuiscono
minestra, pietanza e vino alle numerose persone che vi ricorrono. Il
quarto atto, infine, descrive la vita al dormitorio popolare femminile.
Le donne di diversa età, poveramente vestite, si raccolgono come in
coro e vivono in un'atmosfera che si può ben definire tristemente rassegnata.
In ogni caso l'intera vicenda non scade mai nel patetico, ma è condotta
con naturalezza nel vissuto reale. Il dramma procede secondo uno schema
assai vicino a quelle dell'opera lirica: ad ogni quadro il sipario si
apre su una scena d'assieme, dove le differenti situazioni sono le singole
pennellate di un più ampio affresco, in cui i dettagli e l'attenzione
si concentrano su alcuni protagonisti fotografati nelle diverse fasi
della vicenda personale: ad esempio, l'amore tra Nina e Rico, i rapporti
tra Nina, Togasso e Peppon. E' una bella ragazza la nina, figlia di
peppon, saltimbanco e mangiatore di fuoco. Rico, il pagliaccio, condannato
dalla tisi, muore e Togasso, il tipico smargiasso, ha messo gli occhi
su Nina. Peppon, però, avverte il Togasso di girare al largo da sua
figlia. Ma lei, soggiogata, se ne va col Togasso. E non basterà che
il padre uccida il Togasso per vendicare l'onore offeso. La giovane,
stanca di quella vita, si ribella alle numerose privazioni e decide
di rivolgersi a Martina, che "colloca" le belle ragazze povere, costringendole
a dare il proprio corpo a ricchi in cerca di nuove amanti. La drammatica
lamentazione finale di Nina di fronte al padre riassume la volontà di
denuncia del Bertolazzi. Peppon grida contro i ricchi, ma ha fallito
come padre: non è riuscito ad offrire alla propria figlia se non un'esistenza
grama. Di conseguenza la giovane non trova di meglio che arrangiarsi
come può e si vende. L'autore partecipa con affetto ad una vicenda che
pare proprio senza riscatto nè speranza, nell'inerzia di una condizione
che sembra impossibile a mutarsi. La povera gent si configura come opera
realistica, nella quale si guarda alla vita dura della fascia sociale
più bassa, senza nessuna idealizzazione o retorica. Un'altra commedia
in dialetto milanese del Bertolazzi è La gibigianna (1898), in cui i
primi due atti, in netta contrapposizione tra loro, costituiscono due
momenti di grande capacità descrittiva-teatrale dell'autore. Il primo
quadro presenta i protagonisti nella loro camera in affitto, luogo livido
e squallido, che dà su un invitante quanto profumato ristorante. Il
secondo atto si svolge nel ristorante e delinea personaggi di diversa
estrazione sociale, dove si fa assai stridente la realtà economica contrapposta:
il ondo dei poveri più poveri e quello dei largamente ricchi. All'interno
della commediografia dialettale italiana di fine Ottocento, anche il
teatro veneziano prosentò un esponente di rilievo, Giacinto Gallina
(1852-1897). Egli, ventenne, scrisse per la compagnia Moro Le barufe
in famegia, cui seguirono Nissun va al monte, Una famegia in rovina.
Egli venne considerato un continuatore del Goldoni, pur trattando, ovviamente,
la materia in modo da attualizzarla rispetto ai temi propri della tradizione
settecentesca. La più riuscita delle commedie di questa prima fase è
El moroso della nona (1880), dove un quid di patetico viene inserito
in un testo-base assai ilare e giocoso. Segue un periodo di silenzio
e di rinuncia al teatro in dialeto, segno di crisi di vena inventiva.
Tuttavia, con La famegia del santolo (1892), considerato dai critici
il suo capolavoro, il Gallina ritorna alla scrittura in veneziano, portando
sulle scene l'ambiente borghese, non più popolano, che ha uno dei suoi
punti fermi nel dialogo essenziale della vita quotidiana, chiaro esempio
di teatro verista. Così Gallina si distingue per la naturalità della
descrizione dei personaggi e la sostituzione di tipologie di chiara
derivazione settecentesca con elementi psicologici all'interno dell'azione
teatrale.
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