Anno XVII-n.03-2001

 

 

 

 

 

Hannes Schick

Il nome "Mongolia" evoca visioni di una paese indomito, del conquistatore Genghis Khan, di cavalli selvaggi che galoppano su steppe infinite e cammelli che attraversano il deserto del Gobi. Oggi la Mongolia rimane una delle ultime grandi destinazioni dell'Asia.

Appena lasciata la capitale, Ulaan Baatar, ci si domanda se non si è finiti in un altro secolo. Pochi chilometri dopo il lago Baikal, la ferrovia transiberiana si divide, una linea prosegue per Vladivostok, mentre l’altra va verso la Mongolia, un paese grande quattro volte l’Italia, schiacciato tra Russia e Cina e senza sbocco marittimo.

Dopo le lunghe trattative tra doganieri e contrabbandieri riguardo alla quantità della tangente per questo treno pieno di merci destinate ai mercati neri di Ulaan Baatar, il viaggio continua senza fretta. La capitale sonnecchiante della Mongolia ha l’aria e l’aspetto di una cittadina europea degli anni Cinquanta anche se è disposta come se dovesse crescere all’infinito. Le vecchie Lada e i bus di linea sovietici hanno lasciato il posto a modelli tedeschi e giapponesi più recenti. Le vacche e le pecore che mangiano l’erba lungo i viali o curiosano nei rifiuti, la gente che veste in modo tradizionale, le yurte, le tende di feltro mongole, che si integrano pacificamente con il paesaggio urbano. Intorno all’inizio del diciannovesimo secolo a Ulaan Baatar c’erano oltre cento templi e monasteri tibetani per una popolazione di 50.000 persone.

Oggi, dopo la distruzione durante le purghe staliniste degli anni Trenta vi è rimasto solo il monastero Gandantegchinlen Khiid, il più grande. Gandan è una delle viste più gradevoli. Il suo nome significa “Luogo immenso della gioia completa” ed è sopravvissuto per impressionare gli stranieri e servire come prova della libertà religiosa garantita dai sovietici e dai loro fantocci. Il centro della città è piazza Sukhbaatar. Fu qui che nel luglio 1921 Damdiny Sukhbaatar, “l’eroe della rivoluzione”, dichiarò l’indipendenza della Mongolia dai Cinesi.

Questa piazza era anche il luogo dove nell’89 ci furono proteste contro il governo comunista, che poco dopo cadde, seguendo il destino dell’Unione Sovietica. Il giorno seguente ho la fortuna di trovare un’autista con una jeep pronto ad accompagnarmi nella steppa per il giro di mille miglia che ho in mente.

Poco dopo Ulaan Baatar le strade asfaltate lasciano il posto a piste che attraversano l’infinita pianura d’erba in ogni direzione. Il paesaggio non cambia gran che, ma è affascinante da osservare, la luce e le tonalità del colore cambiano continuamente sotto un cielo immenso. Aquile e falchi volano sopra di noi, lanciandosi sulle marmotte e altri roditori che si danno alla fuga quando la jeep s’avvicina. Mandrie di cavalli e yak circondati da mongoli che galoppano come forsennati; osservandoli vengono in mente i nativi nordamericani, quando erano ancora liberi di vagare per il paese sul dorso dei loro cavalli. Le cupole bianche delle tende di feltro mongole hanno l’aspetto dei teepee e le lunghe aste nelle mani dei cavalieri sembrano lance da guerra. E guerrieri furono: durante il dodicesimo secolo, un ragazzo ventenne chiamato Temujin riuscì ad unificare la maggior parte delle tribù mongole.

Nel 1189 gli fu conferito il nome onorario di Genghis Khan, che significa “Signore universale”. In seguitò scatenò le sue armate contro il mondo intero, creando l’impero più esteso mai esistito nella storia dell’umanità. Oggi il paese ha una costituzione, elezioni multipartitiche e istituzioni democratiche.

E per la prima volta nei secoli i mongoli non sono più soggetti coloniali dell’imperialismo russo e cinese. Di notte ci viene offerta ospitalità in un ger, la yurte dei mongoli. Ho la possibilità di osservare come vengono erette le tende di feltro. Esse costituiscono davvero la casa ideale per il nomade: facilmente trasportabili, montate con rapidità, stabili, calde e confortevoli. Gli strati interni ed esterni sono costituiti da pelli di animali e da una tela pesante di cotone. Uno strato isolante di feltro viene piazzato in mezzo e il tutto è supportato da una struttura pieghevole.

Lo schema all’interno è universale: l’ingresso s’affaccia sempre verso sud; il lato occidentale del ger è il posto d’onore, riservato agli ospiti, mentre in fondo, a nord, c’è il posto per gli anziani e per le proprietà più apprezzate, le immagini buddiste e le foto di famiglia. Durante il viaggio l’autista, un tipo taciturno ma simpatico di nome Shinjargal, mi aveva spiegato alcune regole da rispettare, associate con i costumi e le usanze nei ger: non appoggiarsi mai alla colonna centrale, non mangiare con la mano sinistra o toccare i copricapo altrui. Inoltre, bisogna accettare i regali sempre con le mani aperte, palmi rivolti verso l’alto, e assaggiare almeno un po’ delle delicatezze offerte.

Durante la cena le donne servono lo shorlog, una specie di shish-kebab mongolo, poi il khuushuur, che sono delle grandi omelette, di farina di mais, riempite con carne d’agnello che si deposita nello stomaco come un mattone.

Mentre la serata prosegue, viene offerto dello shimiin arkhi, una bevanda alcolica disgustosa, ottenuta dalla distillazione di latte fermentato di cavalla. Per non essere considerato una femminuccia, pretendo di berlo e passo la ciotola leccandomi le labbra. La prima colazione è il pranzo più importante per i mongoli e consiste di guriltai shol, un brodo di montone con spaghetti, bollito in un sacco di grasso; l’aaruu, un formaggio duro come una pietra e con lo stesso gusto, e l’aarts, una ricotta con un odore che ti libera dalla sinusite in un secondo. Il tutto viene accompagnato da tè salato e dall’airag, il famoso latte di cavalla fermentato, moderatamente alcolico e squisito. Il mio autista compra un contenitore da venticinque litri pieno d’airag, dicendo di saper distinguere da quale parte del paese esso provenga. Il giorno seguente arriviamo a Erdene Zuu, un monastero imponente a circa quattrocento chilometri ad ovest di Ulaan Baatar.

La costruzione di Erdene Zuu durò oltre un secolo e cominciò nel 1586. Si trova nel luogo dove una volta c’era Kharhorin, l’antica capitale dell’impero mongolo. Di quella città non rimane traccia e tutto quello che c’era rimasto venne utilizzato per costruire il monastero, considerato il più antico centro del buddismo lamaista in Mongolia. Fortemente danneggiato durante il periodo stalinista, oggi risplende della sua gloria passata e viene utilizzato come tempio buddista da una ventina di monaci. Da sempre i mongoli aderiscono al buddismo tibetano con molto fervore e i contatti tra la Mongolia e il Tibet sono antichi come il paese stesso. Il giorno dopo lascio la pianura di Kharkorin sotto il cielo azzurro. Ci rivolgiamo a nord e passiamo le sorgenti calde di Tsekhendrin Khallun, dove si possono fare salutari bagni in un villaggio turistico costituito da comode yurte. Poi proseguiamo verso il lago Khoevsgoel Nuur, (distante circa 800 chilometri da Ulaan Baatar) dove arriviamo dopo quattro giorni di guida. Il lago, sacro agli indigeni che lo definiscono “grande madre”, è pieno di pesce ed è popolato da pecore selvagge d’alta montagna, orsi ed alci, oltre che da circa 200 specie di uccelli. Potete girare sul lago in un Kayak o in sella ad uno yak. Vi servirà in ogni caso una bussola, tanto cibo e abiti contro il freddo visto che venti ghiacciati e tempeste improvvise compaiono dal nulla anche d’estate. Visto che per molte notti ho dormito in tenda, apprezzo l’invito nella yurta di un clan locale.

Dopo lo scambio formale dei regali, mi sento subito a casa. I mongoli sono pieni di humour e di buona compagnia. Ho raggiunto il capolinea del mio viaggio e decido di fermarmi per un po’ in questo luogo incontaminato e magico. I giorni seguenti li passo accompagnando a cavallo, un gruppo di pastori che seguono le loro mandrie.

Sono eccellenti cavalieri e la loro vita è totalmente connessa con quella degli animali, che gli forniscono cibo, vestiti e mezzi di trasporto. Ancora oggi yak, cavalli e cammelli trasportano un terzo dei prodotti dell’intero paese; la maggior parte dei capi invernali e degli stivali vengono prodotti con la pelle degli animali. E la dieta mongola consiste esclusivamente di carne e prodotti di derivazione animale.