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Il
nome "Mongolia" evoca visioni di una paese indomito, del conquistatore
Genghis Khan, di cavalli selvaggi che galoppano su steppe infinite e
cammelli che attraversano il deserto del Gobi. Oggi la Mongolia rimane
una delle ultime grandi destinazioni dell'Asia.
Appena
lasciata la capitale, Ulaan Baatar, ci si domanda se non si è finiti
in un altro secolo. Pochi chilometri dopo il lago Baikal, la ferrovia
transiberiana si divide, una linea prosegue per Vladivostok, mentre
l’altra va verso la Mongolia,
un paese grande quattro volte l’Italia, schiacciato tra Russia e Cina
e senza sbocco marittimo.
Dopo
le lunghe trattative tra doganieri e contrabbandieri riguardo alla quantità
della tangente per questo treno pieno di merci destinate ai mercati
neri di Ulaan Baatar, il viaggio continua senza fretta. La capitale
sonnecchiante della Mongolia ha l’aria e l’aspetto di una cittadina
europea degli anni Cinquanta anche se è disposta come se dovesse crescere
all’infinito. Le vecchie Lada e i bus di linea sovietici hanno lasciato
il posto a modelli tedeschi e giapponesi più recenti. Le vacche e le
pecore che mangiano l’erba lungo i viali o curiosano nei rifiuti, la
gente che veste in modo tradizionale, le yurte, le tende di feltro mongole,
che si integrano pacificamente con il paesaggio urbano. Intorno all’inizio
del diciannovesimo secolo a Ulaan Baatar c’erano oltre cento templi
e monasteri tibetani per una popolazione di 50.000 persone.
Oggi,
dopo la distruzione durante le purghe staliniste degli anni Trenta vi
è rimasto solo il monastero Gandantegchinlen Khiid, il più grande. Gandan
è una delle viste più gradevoli. Il suo nome significa “Luogo immenso
della gioia completa” ed è sopravvissuto per impressionare gli stranieri
e servire come prova della libertà religiosa garantita dai sovietici
e dai loro fantocci. Il centro della città è piazza Sukhbaatar. Fu qui
che nel luglio 1921 Damdiny Sukhbaatar, “l’eroe della rivoluzione”,
dichiarò l’indipendenza della Mongolia dai Cinesi.
Questa
piazza era anche il luogo dove nell’89 ci furono proteste contro il
governo comunista, che poco dopo cadde, seguendo il destino dell’Unione
Sovietica. Il giorno seguente ho la fortuna di trovare un’autista con
una jeep pronto ad accompagnarmi nella steppa per il giro di mille miglia
che ho in mente.
Poco
dopo Ulaan Baatar le strade asfaltate lasciano il posto a piste che
attraversano l’infinita pianura d’erba in ogni direzione. Il paesaggio
non cambia gran che, ma è affascinante da osservare, la luce e le tonalità
del colore cambiano continuamente sotto un cielo immenso. Aquile e falchi
volano sopra di noi, lanciandosi sulle marmotte e altri roditori che
si danno alla fuga quando la jeep s’avvicina. Mandrie di cavalli e yak
circondati da mongoli che galoppano come forsennati; osservandoli vengono
in mente i nativi nordamericani, quando erano ancora liberi di vagare
per il paese sul dorso dei loro cavalli. Le cupole bianche delle tende
di feltro mongole hanno l’aspetto dei teepee e le lunghe aste nelle
mani dei cavalieri sembrano lance da guerra. E guerrieri furono: durante
il dodicesimo secolo, un ragazzo ventenne chiamato Temujin riuscì ad
unificare la maggior parte delle tribù mongole.
Nel
1189 gli fu conferito il nome onorario di Genghis Khan, che significa
“Signore universale”. In seguitò scatenò le sue armate contro il mondo
intero, creando l’impero più esteso mai esistito nella storia dell’umanità.
Oggi il paese ha una costituzione, elezioni multipartitiche e istituzioni
democratiche.
E
per la prima volta nei secoli i mongoli non sono più soggetti coloniali
dell’imperialismo russo e cinese. Di notte ci viene offerta ospitalità
in un ger, la yurte dei mongoli. Ho la possibilità di osservare come
vengono erette le tende di feltro. Esse costituiscono davvero la casa
ideale per il nomade: facilmente trasportabili, montate con rapidità,
stabili, calde e confortevoli. Gli strati interni ed esterni sono costituiti
da pelli di animali e da una tela pesante di cotone. Uno strato isolante
di feltro viene piazzato in mezzo e il tutto è supportato da una struttura
pieghevole.
Lo
schema all’interno è universale: l’ingresso s’affaccia sempre verso
sud; il lato occidentale del ger è il posto d’onore, riservato agli
ospiti, mentre in fondo, a nord, c’è il posto per gli anziani e per
le proprietà più apprezzate, le immagini buddiste e le foto di famiglia.
Durante il viaggio l’autista, un tipo taciturno ma simpatico di nome
Shinjargal, mi aveva spiegato alcune regole da rispettare, associate
con i costumi e le usanze nei ger: non appoggiarsi mai alla colonna
centrale, non mangiare con la mano sinistra o toccare i copricapo altrui.
Inoltre, bisogna accettare i regali sempre con le mani aperte, palmi
rivolti verso l’alto, e assaggiare almeno un po’ delle delicatezze offerte.
Durante
la cena le donne servono lo shorlog, una specie di shish-kebab mongolo,
poi il khuushuur, che sono delle grandi omelette, di farina di mais,
riempite con carne d’agnello che si deposita nello stomaco come un mattone.
Mentre
la serata prosegue, viene offerto dello shimiin arkhi, una bevanda alcolica
disgustosa, ottenuta dalla distillazione di latte fermentato di cavalla.
Per non essere considerato una femminuccia, pretendo di berlo e passo
la ciotola leccandomi le labbra. La prima colazione è il pranzo più
importante per i mongoli e consiste di guriltai shol, un brodo di montone
con spaghetti, bollito in un sacco di grasso; l’aaruu, un formaggio
duro come una pietra e con lo stesso gusto, e l’aarts, una ricotta con
un odore che ti libera dalla sinusite in un secondo. Il tutto viene
accompagnato da tè salato e dall’airag, il famoso latte di cavalla fermentato,
moderatamente alcolico e squisito. Il mio autista compra un contenitore
da venticinque litri pieno d’airag, dicendo di saper distinguere da
quale parte del paese esso provenga. Il giorno seguente arriviamo a
Erdene Zuu, un monastero imponente a circa quattrocento chilometri ad
ovest di Ulaan Baatar.
La
costruzione di Erdene Zuu durò oltre un secolo e cominciò nel 1586.
Si trova nel luogo dove una volta c’era Kharhorin, l’antica capitale
dell’impero mongolo. Di quella città non rimane traccia e tutto quello
che c’era rimasto venne utilizzato per costruire il monastero, considerato
il più antico centro del buddismo lamaista in Mongolia. Fortemente danneggiato
durante il periodo stalinista, oggi risplende della sua gloria passata
e viene utilizzato come tempio buddista da una ventina di monaci. Da
sempre i mongoli aderiscono al buddismo tibetano con molto fervore e
i contatti tra la Mongolia e il Tibet sono antichi come il paese stesso.
Il giorno dopo lascio la pianura di Kharkorin sotto il cielo azzurro.
Ci rivolgiamo a nord e passiamo le sorgenti calde di Tsekhendrin Khallun,
dove si possono fare salutari bagni in un villaggio turistico costituito
da comode yurte. Poi proseguiamo verso il lago Khoevsgoel Nuur, (distante
circa 800 chilometri da Ulaan Baatar) dove arriviamo dopo quattro giorni
di guida. Il lago, sacro agli indigeni che lo definiscono “grande madre”,
è pieno di pesce ed è popolato da pecore selvagge d’alta montagna, orsi
ed alci, oltre che da circa 200 specie di uccelli. Potete girare sul
lago in un Kayak o in sella ad uno yak. Vi servirà in ogni caso una
bussola, tanto cibo e abiti contro il freddo visto che venti ghiacciati
e tempeste improvvise compaiono dal nulla anche d’estate. Visto che
per molte notti ho dormito in tenda, apprezzo l’invito nella yurta di
un clan locale.
Dopo
lo scambio formale dei regali, mi sento subito a casa. I mongoli sono
pieni di humour e di buona compagnia. Ho raggiunto il capolinea del
mio viaggio e decido di fermarmi per un po’ in questo luogo incontaminato
e magico. I giorni seguenti li passo accompagnando a cavallo, un gruppo
di pastori che seguono le loro mandrie.
Sono
eccellenti cavalieri e la loro vita è totalmente connessa con quella
degli animali, che gli forniscono cibo, vestiti e mezzi di trasporto.
Ancora oggi yak, cavalli e cammelli trasportano un terzo dei prodotti
dell’intero paese; la maggior parte dei capi invernali e degli stivali
vengono prodotti con la pelle degli animali. E la dieta mongola consiste
esclusivamente di carne e prodotti di derivazione animale.
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