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A
mezzanotte il castello del Puy du Fou va a fuoco e ai quattordicimila
spettatori scappa un “oh” di meraviglia.
Fino
ad allora hanno assistito alla festa della quintana, tornei cavallereschi
e balli sull’aia, all’arrivo di Francesco I e alla vita quotidiana nei
campi, lusso di corte, lavoro duro, nobili e popolani, giocolieri, mangiafuoco,
amor cortese e baci sul fienile…Ma il clou è questo, è la rivoluzione
prima, la guerra dopo, sono i “bianchi” con il rosso cuore di Vandea
cucito sul petto e i “bleu” delle colonne infernali mandate da Parigi
a ripristinare un ordine cimiteriale, il silenzio che segna l’annientamento,
la calma che s’accompagna alla morte…Sciabolate di luce portano via
via allo scoperto gli eroi di un’epopea che ha due secoli ma che qui
è come se fosse accaduta ieri, la Rochejacquelin, Chatélineau, Charette…i
generali mitici di una resistenza sfortunata ma esemplare e, a suo modo,
vittoriosa.
La
voce recitante di Alain Delon, “Io sono la memoria della sera. Io marcio
con i secoli, di famiglia in famiglia.
Non
sono mai atteso, ma nessuno si stupisce. Io porto con me la Storia”,
accompagna il pubblico per una rappresentazione che è molto più un son
et lumiére per turisti dalla bocca buona: cinéscénie, è stata ribattezzata,
una sorta di spazio in movimento, tanti quadri che si accendono l’uno
dopo l’altro, in lunghezza e in profondità, una colonna sonora che li
segue e li commenta, 900 attori, 4.500 comparse, per un set sparso fra
boschi e torrette, stagni e sentieri, prati e mulini.
Il
Puy du Fou è il regno di Philippe de Villiers. Nella Francia repubblicana
e gauchiste uscita dal ’68 gli venne l’idea sfrontata di ripresentare
con onore una delle pagine più sanguinose e più rimosse della storia
nazionale.
Aveva
27 anni quando si imbatté in questo castello in rovina bruciato nel
gennaio del 1794 dai “bleu” del generale Boucret. Vederlo e averne una
folgorazione fu tutt’uno.
Non
vuole fare uno spettacolo classico, attori professionisti, diritti d’autore
e incassi da spartire, gelosie di interpreti e capricci di primedonne
da sopportare.
Vuole
che un intero paese sia mecenate di se stesso, del proprio tempo e del
proprio denaro, costruisca un monumento al proprio passato e un gesto
d’amore per il presente: il volontariato e la passione al servizio di
un’idea, il piacere della creazione senza la “moneta di cenere” che
rovina ogni passione.
Vuole
che si sperimenti la gioia di metter su qualcosa che non dipende da
sovvenzioni pubbliche o regalie private, ma si regge sulla tensione
e la voglia di agire di una comunità. “Fate dei sogni e li realizzerete”
è la sua parola d’ordine.
Vent’anni
dopo può dire di averle prestato fede: un’associazione, senza scopo
di lucro, che raccoglie 2.600 iscritti, trecentomila spettatori l’anno,
un Grand Parc a temi dove si passa dai giochi d’acqua al volo dei falconi,
dei villaggi contadini ricostruiti alle città medievali.
Oggi
Philippe de Villiers ha 50 anni, è il visconte della politica francese
e sono in molti a chiedersi cosa farà da grande.
E’
stato il pupillo di Giscard d’Estaing, ha lavorato con Chirac, lo ha
abbandonato per rappresentare il no a Maastricht all’inizio degli anni
Novanta, ha litigato, or non è molto, con Charles Pasqua, insieme al
quale aveva dato vita, nell’autunno scorso, al Rpf assumendone la vicepresidenza.
“A 72 anni non comincerai certo una carriera da dittatore”, gli aveva
detto nei mesi scorsi, allorché l’anziano uomo politico aveva cercato
di ritagliarsi i pieni poteri nel partito. “Un generale Alcazar di Tintin”,
aveva ripetuto sarcastico. “Paranoico, pazzo furioso, schizofrenico”,
era stata la risposta.
La
battaglia per il referendum sul quinquennato presidenziale, che li ha
visti entrambi contrari, era sembrato dovesse riavvicinarli. Poi, la
rottura definitiva.
La
destra politica in Francia è un campo di macerie, e Jacques Chirac,
il “presente dimezzato” da una coabitazione con i socialisti di cui
è stato lo sciagurato responsabile, non ha né a forza né la statura
per metterci mano e costruire qualcosa che duri. Le miraculé, il miracolato,
si intitola l’ultima biografia appena uscita su di lui. Regna, ma non
governa.
De
Villiers è la provincia, una certa provincia bon chic bon genre, “loden-colliers
de perles à la sortie de la messe”, come lui stesso si è divertito a
definirla, che è un po’ la sua prigione e da cui vorrebbe uscire. Eletto
in una regione la cui capitale, Nantes, è in testa alla hit parade delle
città dove la vita è più gradevole, fra rue Crebillon e rue de la Fosse,
davanti al dècor rococò-moresco, tutto oro e acquamarina, di La Cigale,
la più bella brasserie del mondo che si affaccia di fronte all’Opèra,
a due passi dal passage Pommeraye caro ai surrealisti hai la visione
di cosa potrebbe essere l’altra Francia se un politico riuscisse a incarnarne
modernità e tradizione, senso delle radici e capacità imprenditoriale,
passione per la vita e difesa dell’ambiente.
Patrice
de Plunkett è stato maurassiano a 20 anni, fra gli animatori della Nouvelle
Droite a 30, capo della redazione del Figaro magazine a 40. Il suo ultimo
libro si intitola “Donne envie de faire la révolution (Plon): “Destra
e sinistra si confondono” – dice - “esternamente s’è fabbricata una
falsa Europa dei mercati a cui si sacrifica la sovranità nazionale,
internamente una falsa democrazia confiscata dagli ‘esperti’. Bisogna
recuperare la libertà di agire, ritrovare l’arma della grande politica,
riaprire le porte della Storia. Se non si reagisce, il mondo sarà invivibile”.
Un
modo di pensare che fa il paio con quello di José Bové, il leader della
Confédération Paysanne in questi giorni a giudizio per lo smantellamento
di un Mc Donald’s l’estate scorsa. Famiglie ideologiche in teoria distanti,
si ritrovano unite nella identificazione del nemico.
Dietro
una Parigi cosmoplita e intellettuale, multietnica e fiera di non avere
radici, all’insegna della velocità e della frenesia, della rete e del
libero mercato, dove la forbice della ricchezza e della povertà si divarica
sempre più, e la solidarietà “non abita più qui”, ribolle un magma di
insoddisfazione e di rancore: disgusto per la politica politicante,
i militanti di partiti e sindacati rappresentano un misero un per cento
del corpo elettorale, disaffezione verso la cosa pubblica con il record
dell’astensionismo, desiderio però di avere voce in capitolo.
Lo
si avverte dalla voglia di recuperare sapori, odori, valori, uno stile
di vita, un modello di sviluppo in cui l’economia non sia il destino
o la ragion d’essere. Liquidare sbrigativamente tutto ciò come nostalgia,
è fuorviante, nonché banale.
La
modernità aveva portato con sé la rottura, più o meno consapevole, di
legami e consuetudini, uno sradicamento dell’individuo; la post modernità
verifica un altrettanto, più o meno consapevole, desiderio di spazi
comunitari in cui ritrovarsi. Un ricentramento sul locale, un insistere
sul territorio. Non è un processo schizoide volere una cosa e poi il
suo esatto contrario, è la dinamica del passaggio da una società di
tipo agricolo a una industrializzata e poi di servizi, smontando e rimontando
più volte, nel giro di mezzo secolo, ciò che nella metà precedente era
rimasto pressoché immutabile. Les trente glorieuses è il titolo di un
saggio che alla fine degli anni settanta fece epoca in Francia: raccontava
e rimpiangeva la realtà contadina fra le due guerre e subito dopo immortalata
nei romanzi di Pagnol o di Giono, nei film di Tavernier…Les trente piteuses
è stata la risposta alla fine degli anni Novanta: analizzando due villaggi
di fantasia, Madère e Cassac, il suo autore, lo storico e economista
Nicolas Baverez, descrive il primo come chiuso, arcaico, poco scolarizzato,
e l’altro come ricco, colto, pulito. Ma i due villaggi in realtà sono
lo stesso, quello vero di Douelle, studiato nel dopoguerra e poi ristudiato
trent’anni dopo…Il progresso dal punto di vista delle condizioni di
vita è esemplare e nessuno tornerebbe indietro ma, come nota Baverez,
“Douelle fu probabilmente più felice nella sua miseria di quanto non
lo sia nella sua opulenza. Il tessuto sociale è roso, la fiducia, ingrediente
fondamentale di una società moderna, minacciata”.
Ciò
che la Francia profonda cerca, è la conciliazione fra Madère e Cassac,
fra antico e moderno, fra conservazione e rivoluzione.
Avverte
che gli strumenti messi a disposizione dalla tecnica hanno di per sé
raggiunto un punto oltre il quale i benefici si assottigliano e i costi
aumentano e cerca allora di capire come riuscire a coniugare il più
alto livello di vita, nei consumi, con una qualità nei bisogni, nelle
certezze, nelle speranze. Parafrasando Lenin, de Villiers parla di “La
tradizione più il computer”, la modernità al servizio di un’estetica
e di un’etica. Nantes, con le sue case editrici, il suo essere capitale
mantenendo una dimensione familiare, il suo terziario avanzato, la Vandea
tutta con il suo proliferare di artigianato, produzione agricola, reinvenzione
e tutela turistica, danno lo spaccato di una dimensione civile, politica
e sociale in cui il profitto per il profitto, lo sfruttamento cieco
delle risorse, la prevalenza del globale sul locale segnano il passo
e non riescono ad alterare un equilibrio complesso e fragile ma per
il momento felice.
De
Villiers, così come Bové, probabilmente non riusciranno a uscire dalle
dimensioni in cui sono cresciuti, una certa provincia un po’ troppo
bigotta e un po’ troppo elitaria il primo, una certa idea delle lotte
sindacali un po’ troppo militante e un po’ troppo radicale, nel senso
dalle scelte sempre e comunque minoritarie, il secondo.
Sono
ancora figli delle ideologie, pur se le hanno superate. Ma è su questa
strada che un domani la Francia sommersa potrà uscire trionfalmente
in superficie.
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