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Per
il terzo anno consecutivo Hermann Maier fa sua la Coppa del Mondo con
ampio anticipo. Nello sci contano, più che in altre discipline numeri,
secondi e centesimi. L’asso austriaco però sembra non dover ricorrere
nemmeno alle misure decimali per mettere qualcosa tra sé e gli avversari.
Il perché è imbarazzante per l’interesse della pratica sportiva nel
quale il fenomeno di St.Anton eccelle. Non è una minima distanza ma
un autentico baratro a separare “Herrminator” dal resto del circo bianco.
Per lui quest’anno il tris mondiale significa affiancare il record di
un altro immortale degli sci, lo svedese Ingemar Stenmark. Sembra ci
sia un solo modo per batterlo nella corsa a punti, ovvero cambiare il
regolamento. La storia della Coppa è infatti ricca di campioni eclettici.
Solo Tomba è rimasto con un solo trofeo, perché scelse di non partecipare
a specialità diverse dallo slalom e dal gigante. Quello che è stato
il fattore penalizzante per il fenomeno italiano, è invece il fiore
all’occhiello del gigante austriaco. Maier è il prototipo del campione
polivalente, l’atleta bionico che qualcuno ha provato a giustificare
come prodotto di laboratorio costruito con l’aiuto di sostanze non si
sa fino a che punto lecite. Tutto risale a prima del 1997, quando Hermann,
con l’aiuto di un medico di fiducia, decide che è tempo di darsi da
fare dal punto di vista dei centimetri. Non centesimi ma centimetri,
quelli che una robusta dose di esercizi di potenziamento gli cuce addosso
alla vigilia della stagione agonistica. Da un giorno all’altro, sentenziano
i più maliziosi, si trasforma da brocco a imbattibile, centrando come
detto tre Coppe assolute, sette di specialità, due titoli olimpici a
Nagano e due iridati a Vail. Al di là dei commenti, delle dicerie e
dei dubbi su quei muscoli esplosi all’improvviso, il dato di fatto è
sottomano; se non emergerà in fretta un' alternativa, lo sci alpino
rischia di essere strangolato dalla sua superiorità schiacciante. La
forza del fuoriclasse austriaco sta soprattutto nella capacità di adattare
il proprio gesto motorio alle varie situazioni che i tracciati propongono
di volta in volta. Determinazione mista a straordinaria efficacia, mix
vincente che fu alla base delle vittorie di Tomba, e che ora Maier interpreta
in maniera più larga, estendendolo anche a discese libere e supergiganti.
Se l’Albertone nazionale è stato l’ultimo esponente di una cultura sciistica
che concepiva lo slalom come il pedigree del vero fuoriclasse, l’austriaco
al contrario è l’interprete di una nuova frontiera, che affianca sempre
più la velocità alla tecnica. Per entrambi però non uno ma due talloni
d’Achille sembrano essere il punto di contatto. Dal punto di vista tecnico
si tratta dell’acclarata incapacità di dosare a volte lo strapotere
muscolare, finendo fuori giri, o meglio fuoripista. Ma è sul piano delle
relazioni pubbliche, soprattutto nostrane, che entrambi avrebbero bisogno
di parecchi accorgimenti. Per Maier, come fu a suo tempo per Tomba,
non è facile vivere con la pressione di un’intera nazione addosso. Recentemente,
ai mondiali di St. Anton, Hermann ha dichiarato di non potersi muovere
senza essere circondato da un migliaio di persone, da obblighi con gli
sponsor e da altre pressanti presenze. Tanto da augurarsi che, al posto
della sede dove lui è nato non solo sportivamente, sarebbe stato meglio
svolgere i campionati del mondo in Nuova Zelanda. Al di là di questa
prima “gaffe” - alla quale mamma Genti durante la manifestazione ha
cercato di rimediare, offrendosi come biografa quotidiana delle vicende
extra-agonisitche del figlio per un quotidiano - Maier ha compiuto un
bruttissimo gesto al termine del Supergigante. Lo statunitense Rahlves
ha appena soffiato l’oro al connazionale Eberharter, tra le altre cose
suo compagno di squadra; Maier si lascia scappare un imbarazzante gesto
di soddisfazione per la sconfitta del rivale. Ma ancora più curiosa
e divertente è la stroncatura dello stesso Tomba, citando proprio l’accaduto:
“Non può essere il mio erede, è antipatico e noioso, quel gesto a me
non sarebbe mai saltato in mente.” Molto spesso i campioni, e in particolare
gli ex, hanno la memoria corta: come non ricordare che lo stesso Tomba
si permise di lanciare una Coppa contro un fotografo e subì un processo
per aver sorpassato con tanto di lampeggiante e paletta una sfliza di
automobilisti fermi, trincerandosi dietro la sua fama di buontempone.
Sarebbe proprio il caso di dire: “Da quale pulpito...”.
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