Anno XVII-n.03-2001

 

 

 

 

 

Paolo Ghisoni

Per il terzo anno consecutivo Hermann Maier fa sua la Coppa del Mondo con ampio anticipo. Nello sci contano, più che in altre discipline numeri, secondi e centesimi. L’asso austriaco però sembra non dover ricorrere nemmeno alle misure decimali per mettere qualcosa tra sé e gli avversari. Il perché è imbarazzante per l’interesse della pratica sportiva nel quale il fenomeno di St.Anton eccelle. Non è una minima distanza ma un autentico baratro a separare “Herrminator” dal resto del circo bianco. Per lui quest’anno il tris mondiale significa affiancare il record di un altro immortale degli sci, lo svedese Ingemar Stenmark. Sembra ci sia un solo modo per batterlo nella corsa a punti, ovvero cambiare il regolamento. La storia della Coppa è infatti ricca di campioni eclettici. Solo Tomba è rimasto con un solo trofeo, perché scelse di non partecipare a specialità diverse dallo slalom e dal gigante. Quello che è stato il fattore penalizzante per il fenomeno italiano, è invece il fiore all’occhiello del gigante austriaco. Maier è il prototipo del campione polivalente, l’atleta bionico che qualcuno ha provato a giustificare come prodotto di laboratorio costruito con l’aiuto di sostanze non si sa fino a che punto lecite. Tutto risale a prima del 1997, quando Hermann, con l’aiuto di un medico di fiducia, decide che è tempo di darsi da fare dal punto di vista dei centimetri. Non centesimi ma centimetri, quelli che una robusta dose di esercizi di potenziamento gli cuce addosso alla vigilia della stagione agonistica. Da un giorno all’altro, sentenziano i più maliziosi, si trasforma da brocco a imbattibile, centrando come detto tre Coppe assolute, sette di specialità, due titoli olimpici a Nagano e due iridati a Vail. Al di là dei commenti, delle dicerie e dei dubbi su quei muscoli esplosi all’improvviso, il dato di fatto è sottomano; se non emergerà in fretta un' alternativa, lo sci alpino rischia di essere strangolato dalla sua superiorità schiacciante. La forza del fuoriclasse austriaco sta soprattutto nella capacità di adattare il proprio gesto motorio alle varie situazioni che i tracciati propongono di volta in volta. Determinazione mista a straordinaria efficacia, mix vincente che fu alla base delle vittorie di Tomba, e che ora Maier interpreta in maniera più larga, estendendolo anche a discese libere e supergiganti. Se l’Albertone nazionale è stato l’ultimo esponente di una cultura sciistica che concepiva lo slalom come il pedigree del vero fuoriclasse, l’austriaco al contrario è l’interprete di una nuova frontiera, che affianca sempre più la velocità alla tecnica. Per entrambi però non uno ma due talloni d’Achille sembrano essere il punto di contatto. Dal punto di vista tecnico si tratta dell’acclarata incapacità di dosare a volte lo strapotere muscolare, finendo fuori giri, o meglio fuoripista. Ma è sul piano delle relazioni pubbliche, soprattutto nostrane, che entrambi avrebbero bisogno di parecchi accorgimenti. Per Maier, come fu a suo tempo per Tomba, non è facile vivere con la pressione di un’intera nazione addosso. Recentemente, ai mondiali di St. Anton, Hermann ha dichiarato di non potersi muovere senza essere circondato da un migliaio di persone, da obblighi con gli sponsor e da altre pressanti presenze. Tanto da augurarsi che, al posto della sede dove lui è nato non solo sportivamente, sarebbe stato meglio svolgere i campionati del mondo in Nuova Zelanda. Al di là di questa prima “gaffe” - alla quale mamma Genti durante la manifestazione ha cercato di rimediare, offrendosi come biografa quotidiana delle vicende extra-agonisitche del figlio per un quotidiano - Maier ha compiuto un bruttissimo gesto al termine del Supergigante. Lo statunitense Rahlves ha appena soffiato l’oro al connazionale Eberharter, tra le altre cose suo compagno di squadra; Maier si lascia scappare un imbarazzante gesto di soddisfazione per la sconfitta del rivale. Ma ancora più curiosa e divertente è la stroncatura dello stesso Tomba, citando proprio l’accaduto: “Non può essere il mio erede, è antipatico e noioso, quel gesto a me non sarebbe mai saltato in mente.” Molto spesso i campioni, e in particolare gli ex, hanno la memoria corta: come non ricordare che lo stesso Tomba si permise di lanciare una Coppa contro un fotografo e subì un processo per aver sorpassato con tanto di lampeggiante e paletta una sfliza di automobilisti fermi, trincerandosi dietro la sua fama di buontempone. Sarebbe proprio il caso di dire: “Da quale pulpito...”.