

L'Argentina, che a tanti nostri emigranti era apparsa come la terra promessa, si sta avviando in una crisi senza fine.
Trecentomila risparmiatori
italiani che avevano creduto nel risanamento dell’Argentina dopo l’iperinflazione
degli anni Ottanta ed avevano fatto incetta dei suoi redditizi
Buoni del Tesoro hanno sperimentato sulla propria pelle quanto le economie
dell’America latina (e di molti altri Paesi emergenti) possano essere fragili:
in seguito al default di Buenos Aires sul suo gigantesco debito estero di
150 miliardi di dollari – il più imponente crack nella storia della finanza
mondiale - hanno perso tutti gli interessi e circa tre quarti del capitale.
Nello stesso tempo, un milione di nostri connazionali trapiantati sulle rive
del Rio de la Plata, più altri dieci milioni di argentini di discendenza italiana
che, in teoria, potrebbero riacquistare la nostra cittadinanza, stanno vivendo
il dramma di chi, avendo compiuto il sacrificio di emigrare alla ricerca di
una vita migliore, scopre di avere fatto la scelta sbagliata. Nei soli primi
due mesi dell’anno, infatti, circa cinquantamila di loro – tra cui imprenditori,
professionisti e altri esponenti delle classi medie - hanno fatto le valigie
e sono tornati nella terra d’origine nella speranza di riuscire a rifarsi
una vita.
Secondo la maggior parte degli analisti, infatti, la crisi argentina potrebbe
essere, almeno per i prossimi dieci anni, irreversibile, nel senso che dopo
avere visto il suo reddito pro-capite precipitare in pochi mesi da oltre sette
a meno di quattromila dollari, l’Argentina farà molta fatica a risalire la
china, e non tutti sono disposti ad aspettare Godot, cioè una nuova classe
dirigente capace di guidare il Paese fuori dalla palude.
Bisogna riconoscere che chiunque prenda in mano le redini dopo l’interim di
Duhalde, che dovrebbe durare fino alle elezioni del 2003, non avrà un compito
invidiabile: all’ultima conta, un quarto della popolazione di 36 milioni (su
un territorio nove volte più grande dell’Italia!) risulta disoccupata e il
44% degli abitanti delle città sono precipitati sotto la cosiddetta linea
della povertà. L’aspetto più sconcertante della crisi argentina è che, a quattro
mesi dalla sua esplosione, non c’è ancora accordo sulle sue reali cause, nessuno
sembra in grado di suggerire rimedi validi e non si ha la più vaga idea di
come andrà a finire.
Lo spettacolo della deriva di quello che era, non più di mezzo secolo fa,
uno dei Paesi più ricchi del mondo e che ancora nel 2001 aveva un tenore di
vita nettamente superiore a quelli dell’Europa orientale lascia nello stesso
tempo interdetti e sgomenti.
C’è chi la prende a pretesto per una querelle ideologica, mettendo sotto accusa
dollarizzazione e politica liberista, chi punta il dito contro la corruzione
della classe dirigente e la spesa pubblica fuori controllo, chi se la cava
con la vecchia battuta che gli argentini hanno preso tutti i difetti e nessuna
della qualità dei loro ascendenti italiani e spagnoli.
Fatto è che tutti, dal presidente Duhalde allo stesso Fondo Monetario Internazionale,
navigano tuttora a vista, adottando un giorno una linea e modificandola il
giorno dopo, senza essere in grado di prevedere quali saranno, neppure nel
breve termine, le conseguenze delle loro azioni. Per capirci qualcosa è necessario
partire dal 1945 quando l’Argentina, con i forzieri pieni dei dollari guadagnati
vendendo grano e carne a un’umanità affamata, appariva al resto del mondo
come un potenziale El Dorado.
Fu il momento dell’ultima grande ondata di immigrazione, soprattutto dai Paesi
sconfitti nella seconda guerra mondiale. Ma già nel ’46, con l’arrivo al potere
di Juan Domingo Peron (e di sua moglie Evita), cominciò il declino. Peron
instaurò un protezionismo vecchio stile che favorì la nascita di una industria
non competitiva e nello stesso tempo si mise a stampare moneta per distribuire
soldi ai suoi descamisados.
Quando fu rovesciato nel ’55, cominciò un lungo periodo di instabilità politica
ed economica, durante il quale il Paese finì di dilapidare le ricchezze accumulate,
fu investito da una ondata di terrorismo, reagì con l’instaurazione di una
spietata (e, al contrario di quella cilena, anche inefficiente) dittatura
militare e completò l’opera con la folle avventura delle Falkland.
Se da un lato la umiliante sconfitta subita da parte della Gran Bretagna per
il possesso dell’arcipelago portò allo sgretolamento del regime e al ritorno
della democrazia, dall’altra accelerò la crisi finanziaria, che sotto la presidenza
del radicale Raul Alfonsin sfociò in una inflazione del 4000% e in una primo
esodo di massa dal Paese. Nel quindicennio 1976-1990, contrassegnato tra l’altro
da due collassi del sistema bancario che provocarono altrettante massicce
fughe di capitali, il reddito pro-capite si contrasse, in media, dell’1 per
cento l’anno, facendo perdere all’Argentina quaranta posti nella relativa
classifica. Nel 1991, dopo che Alfonsin, impotente davanti alla crisi, aveva
lasciato la Casa Rosada con alcuni mesi di anticipo sulla scadenza del suo
mandato, fu eletto presidente Carlos Menem, governatore peronista della povera
e remota provincia di Rioja. Visti i precedenti del suo partito e le stravaganti
promesse fatte dal candidato in campagna elettorale, i mercati si aspettavano
il peggio. Invece Menem fece onore alle sue origini levantine e, praticamente
da un giorno all’altro, compì una conversione ad U, trasformandosi da populista
spendaccione in strenuo alfiere dell’economia di mercato.
Nel giro di sei
mesi il suo ministro dell’Economia, l’italo-argentino Domingo Cavallo, azzerò
l’inflazione, lanciò una nuova moneta ancorata al dollaro e limitò la circolazione
monetaria all’ammontare delle riserve. La fiducia ritornò quasi per incanto,
un massiccio afflusso di capitali dall’estero rilanciò la produzione e una
campagna di privatizzazioni che investì banche, compagnie petrolifere e utilities,
attrasse l’interesse di mezzo mondo e tornò a riempire le casse dello Stato.
Tra il 1991 e il 1997 il tasso di sviluppo – 6,1 per cento annuo – fu il più
alto dell’America latina e Cavallo fu salutato come il nuovo genio della finanza.
Furono anni non solo di prosperità, ma anche di esaltazione e di speranza.
Qualcuno non esitò a parlare di miracolo. Ma la “maledizione argentina”, come
viene chiamata l’incapacità di questo popolo a consolidare i suoi progressi,
era sempre in agguato.
Un primo scossone venne con la crisi messicana del ‘95, che Cavallo riuscì
a superare solo con nuove iniezioni di danaro dall’estero ad elevati tassi
d’interesse, che portarono il debito oltre il limite di guardia. Quando poi
Menem, alla ricerca di consensi popolari per ottenere un secondo mandato,
tornò a spendere e spandere nel miglior stile peronista, favorendo una corruzione
che andava dai vertici dei ministeri all’ultima stazione di polizia, e infine
si sbarazzò anche di un Cavallo che cominciava a dargli ombra, furono poste
le basi della crisi attuale.
Il Paese, in realtà, resse ancora cinque anni, e l’amara sorte di esserne
travolto è toccata al successore di Menem, il debole e inconcludente radicale
Fernando de la Rua, ma i campanelli d’allarme cominciarono a suonare assai
prima, anche se pochi avevano voglia di ascoltarli.
Come abbiamo detto, la discussione sulle cause del disastro è ancora in pieno
svolgimento. L’Economist ha individuato almeno tre scuole di pensiero, che
su vari punti si integrano a vicenda. La prima mette sotto accusa proprio
l’ancoraggio per legge del peso al dollaro, che nel 1992 fu salutata come
un toccasana. Essa ha privato il governo della possibilità di usare la politica
monetaria per fronteggiare situazioni nuove, come l’irresistibile ascesa del
dollaro, la caduta dei prezzi dei prodotti agricoli che rappresentano il grosso
delle esportazioni argentine, la svalutazione operata dal vicino Brasile,
principale partner commerciale. Per sostenere il cambio fisso, l’Argentina
avrebbe dovuto procedere a profonde riforme strutturali e ad una progressiva
“americanizzazione” della sua economia. Invece, ha continuato con il vecchio
tran-tran, perdendo via via di competitività e avvitandosi in una recessione
senza rimedio, che ha fatto scappare molte delle multinazionali che avevano
investito a Buenos Aires.
La teoria numero due punta il dito contro il rapido aumento della spesa pubblica,
in gran parte finanziata con l’emissione di obbligazioni estere ad elevati
tassi d’interesse, che ha caratterizzato la seconda presidenza Menem. Invece
di concentrare le risorse nazionali su una modernizzazione dell’economia,
egli ha fatto fronte all’aumento della disoccupazione causato dalle privatizzazioni
distribuendo sussidi a destra e a manca e lasciando che le spese delle provincie,
che Buenos Aires è tenuta costituzionalmente a ripianare, andassero fuori
controllo. Nello stesso tempo, non ha saputo, o più probabilmente non ha voluto,
riformare un sistema fiscale di rara inefficienza, che permette alle classi
più abbienti un’evasione fiscale da record. La terza scuola attribuisce la
maggiore responsabilità del fallimento all’insipienza e alla corruzione della
classe politica, in cui gli argentini (che, con la cosiddetta “rivoluzione
delle casseruole” hanno liquidato quattro presidenti in altrettante settimane,
un primato) hanno perduto qualsiasi fiducia. Questa insipienza, già evidente
sul finire dell’era Menem, è diventata addirittura plateale quando, con l’elezione
di De la Rua, la Casa Rosada è tornata nelle mani della sinistra mentre ai
peronisti rimaneva la maggioranza in Parlamento e il controllo di buona parte
delle provincie.
Dopo avere perso un anno a litigare con la sua coalizione, cambiando un ministro
dopo l’altro e rifiutandosi poi di adottare le loro ricette, a un certo punto
De La Rua non ha trovato di meglio che richiamare in servizio Cavallo e conferirgli
pieni poteri. Sulle prime, i mercati hanno reagito bene e una luce si è accesa
in fondo al tunnel. Purtroppo, l’uomo aveva perduto il tocco magico dei primi
anni Novanta, e ha inanellato a sua volta una serie di errori fatali: prima
ha cercato di salvare a ogni costo la sua creatura, la parità peso-dollaro,
invocando il sostegno del Fondo Monetario Internazionale; poi, ha compromesso
la solidità del sistema bancario e dei fondi pensioni costringendoli a prestare
soldi al governo a condizioni impossibili; infine, il 1 dicembre, ormai con
l’acqua alla gola, ha virtualmente congelato i risparmi dei cittadini, imponendo
un tetto di 1.000 dollari mensili ai prelievi dai conti correnti. Di fronte
alla rivolta popolare, De la Rua decise di cacciarlo, ma pochi giorni dopo,
ormai assediato alla Casa Rosada e costretto a usare l’esercito per frenare
la collera della gente, fu costretto ad andarsene a sua volta, aprendo un
vuoto costituzionale infine colmato con la elezione di Eduard Duhalde, cioè
proprio del candidato peronista da lui sconfitto neppure due anni prima. Uno
dei suoi primi provvedimenti, naturalmente, è stato di sganciare il peso dal
dollaro, ma ormai era tardi. Duhalde si trova ora di fronte al compito pressoché
impossibile di conciliare la necessità di tenere calma la piazza con quella
di adottare le misure “lacrime e sangue” inevitabili per portare il Paese
in salvo e continuare a ottenere l’aiuto internazionale: una battaglia per
la sopravvivenza da combattere su due fronti, senza neppure la certezza che
il suo partito peronista gli protegga le spalle. Per adesso Duhalde, sotto
la pressione di agitazioni popolari forse alimentate anche dai suoi avversari
politici, ha privilegiato la prima esigenza rispetto alla seconda, scaricando
sulle banche, sulle società elettriche e telefoniche e sui creditori stranieri
le conseguenze della svalutazione del peso. Ma la decisione potrebbe avere
un effetto boomerang: il collasso del sistema bancario e il ritiro dal Paese
di una parte dei grandi istituti di credito stranieri che lo controllano,
con il risultato di rendere un rilancio dell’economia quasi impossibile. Intanto
il peso, disancorato dal dollaro, scivola sempre più in basso, aprendo scenari
inflazionistici purtroppo ben conosciuti in America latina. A parole, il mondo
intero sembra intenzionato ad aiutare l’Argentina, anche se fatica a capire
come un Paese con tante risorse, abitato da una popolazione al 90 per cento
di origine europea ad alta scolarizzazione, sia riuscito a cadere così in
basso. La Spagna, presidente di turno della UE, ha laggiù enormi interessi
e sta facendo del suo meglio per mobilitare anche i partner europei in soccorso
di Buenos Aires. L’Italia sta facendo anche lei del suo meglio, a livello
sia politico, sia economico. George Bush, dopo una fase di relativo disinteresse,
si è reso a sua volta conto che una implosione del Paese sudamericano creerebbe
instabilità e incertezza nell’intero continente proprio nel momento in cui
gli USA stanno cercando di creare una zona di libero scambio dall’Alaska alla
Terra del Fuoco.
Di conseguenza, anche il Fondo Monetario si è allineato.
Ma la buona volontà si esaurirà presto, se Duhalde non sarà in grado di presentare
un piano organico di risanamento che vada molto al di là delle misure adottate
fino adesso: a parte il problema del default, cui la comunità internazionale
si è ormai rassegnata, bisogna che egli imponga un bilancio con tagli di spese
per almeno 10 miliardi di euro e ferree economie alle provincie, riluttanti
a rinunciare alla loro storica autonomia. A tutt’oggi, i suoi provvedimenti
hanno provocato solo reazioni critiche negli ambienti finanziari internazionali,
persuasi che l’uomo non abbia né la capacità, né l’autorità per prendere davvero
il toro per le corna. A parte le sue incoerenti oscillazioni tra manifestazioni
di populismo peronista e proclami di adesione al mercato, gli manca proprio
l’ingrediente che in questo momento sarebbe essenziale: la fiducia dei cittadini.
Oggi, quelli che hanno ancora qualche soldo aspettano solo la rimozione dei
divieti per portarli all’estero.
Pochi, comunque, sono disposti ad accettare la realtà che il Paese ha vissuto
troppo a lungo al disopra dei propri mezzi, e che l’unica soluzione è di tirare
la cinghia.
(trad.Interpres-Giussano)











