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Recentemente sul “Corriere della Sera”, il maestro Luciano Chailly ha affrontato un tema perfettamente sintetizzato fin dalle prime righe dell’articolo: ”Musicare Dante, cioè portare in musica l’autore del più straordinario poema di tutti i tempi, è molto rischioso”. Nella sua dotta trattazione, il maestro Chailly sostiene che è molto più accettabile eleggere un personaggio dantesco a protagonista di un’opera lirica, in quanto mediato dal libretto, come dimostra il fascino esercitato su tanti compositori da Francesca da Rimini, ma anche Pia de’ Tolomei, dal Conte Ugolino e da Gianni Schicchi. Questo articolo, di cui ho solamente qualche minimo cenno, mi ha fatto venire un’idea: domandare ai lettori del “Lunario” in quale circostanza, a quale età, dalla voce di chi hanno sentito parlare per la prima volta della “Divina Commedia”.
Non interessa stabilire il momento della vera e propria lettura: si sa che coincide con l’inizio delle scuole superiori.
No, la domanda riguarda l’apparire di questo poema nella nostra vita, così com’è stata la prima favola che ci hanno raccontato o la prima frase che siamo riusciti a comporre su un quaderno delle elementari. Comincio io e subito s’impone un’imbarazzante confessione: per alcuni anni, due o tre almeno, ho creduto che l’autore della ”Divina Commedia” fosse Gustave Dorè (1832-83), il grande incisore francese che illustrò anche l’Orlando furioso dell’Ariosto e il Don Chisciotte di Cervantes.
Per comprendere (non dico per giustificare) bisogna andare molto indietro nel tempo, quando mia madre mi portava in visita da una vecchia zia che si chiamava Calpurnia, come la quarta moglie di Giulio Cesare. E siccome non potevo essere interessato ai discorsi che si tenevano in quel salotto, era proprio lei, la zia Calpurnia, piccola e rattrappita dall’artrite, a spalancarmi davanti un librone con la copertina di pelle verde, dicendomi: ”Mentre noi parliamo, tu guarda il Dorè”.
Non saprei spiegare sulla base di quale misteriosa pedagogia dell’infanzia mi fosse imposto lo spettacolo di quelle tavole buie, piene di membra nude, di volti atteggiati allo spasimo, di rupi impraticabili, di alberi spettrali. Evidentemente e senza che me ne rendessi conto, mi toccava sempre l’Inferno.
Stavo da poco imparando a leggere, e non ero certo tentato dai versi. Bastavano le illustrazioni. Bastava il Dorè, insomma. Non ho ricordi altrettanto precisi del momento in cui Dante occupò il posto che legittimamente gli spettava. Allora s’incontravano nei paesi gli ultimi dicitori, che recitavano la “Commedia” negli angoli delle piazze o fra i tavoli delle osterie. E’ probabile che versi famosissimi come “La bocca sollevò dal fiero pasto…” o “Per me si va nella città dolente…” siano echeggiati per la prima volta in quel modo. Ma i pochi che ormai restano della mia generazione non hanno dimenticato che Dante compariva perfino nel testo di “Giovinezza”, l’inno ufficiale del fascismo.
Le ugole argentine dei balilla riempivano l’aria delle adunate con i versi adattati da Salvator Gotta al vecchio motivo goliardico, composto agli inizi del novecento da Giuseppe Blanc. Una strofa diceva: ”Il valor dei tuoi guerrieri,/la virtù dei pionieri,/la vision dell’Alighieri/oggi brilla in ogni cuor”. Già nell’idea della “visione” trapelava un vago rimando a ciò che il poema ci avrebbe rivelato: un sogno o la costruzione di un mondo? Una fantasticheria, un’utopia, una chimera, un’estasi, un’incomparabile allucinazione, insomma tutti i possibili sinonimi del vocabolo ”visione”? Poi venne un giorno d’autunno, poco dopo l’inizio della prima liceo classico. Il professore d’italiano entrò e andò direttamente alla lavagna, prese il gesso e si mise a disegnare una specie di grande triangolo isoscele rovesciato.
Tracciò anche una serie di linee orizzontali. Il lavoro si concluse quando il professore scrisse in alto “Gerusalemme” e in basso “centro della Terra”. Si girò verso di noi e disse: ”Ragazzi , ecco l’Inferno di Dante”. Seguirono altri dettagli. Dovevamo trasformare con l’immaginazione le linee orizzontali in cerchi. La forma era rotonda: un cono rovesciato, dunque, un enorme imbuto conficcato nelle viscere del nostro pianeta.
A distanza di tanti anni, mi chiedo se con Dante vi fu un colpo di fulmine, uno di quegli innamoramenti immediati per un poeta che sono frequenti nei giovani. Con Dante non andò così. Era troppo esoterico, troppo carico di simboli per concedere un amore a prima vista. Abituati ai semplici e saggi animali delle favole di Esopo e di Fedro, ci sembrò che la lonza, il leone e la lupa, incontrati nel canto iniziale, appartenessero a una zoologia inaccessibile. Non intendo smitizzare Dante o intaccarne la gloriosa sacralità: sarebbe assurdo e ridicolo.
Ma perché non ammettere che i primi quattro canti dell’Inferno passarono senza lasciare alcun segno?
Fu con il quinto canto che la poesia ci tese il suo mirabile agguato, la sua rete dorata: per l’esattezza, al verso 82: ”Quali colombe dal disio chiamate”. Aggiungo che quell’incanto derivò dalla struggente pronuncia di “disio”.
L’indice delle frequenze dantesche segnala che questa parola compare già nel secondo, terzo, quarto canto, ma non in quel modo, non con un suono così sinuoso. Provai lo stesso effetto sorprendente, mesi e mesi dopo, con il verso che apre l’ottavo canto del Purgatorio: ”Era già l’ora che volge al disio“. Credo che sia impossibile spiegare il senso di momenti come quello che ho cercato di raccontare.
Questi momenti appartengono alle improvvise scoperte della giovane età, quando non si indaga sulle proprie istintive predilezioni. E adesso è difficile, anzi impossibile, provare con la medesima intensità la bellezza ormai irrimediabilmente lontana di certi giorni, di certe ore.
Ci è soltanto concesso – questo sì – di raccogliere i ricordi e di portarli per un po’ alla luce: come se accostassimo i capelli grigi e le rughe a una sbiadita foto di gruppo, abitata da ragazzi in pantaloni alla zuava e da ragazze con un austero grembiule nero. Ricordare significa anche questo.
Nessuno ci domanderà di scrivere temi o riassunti. Non avremo imbarazzi (come li ebbe il nostro professore) nell’affrontare il canto dei sodomiti o nel ritrovare la parola, oggi di uso corrente, con cui Dante definisce Taide.
Poco male se confonderemo la bolgia degli adulatori con quella degli ipocriti, la cornice dei superbi con quella dei golosi, il cielo della Luna con quello delle stelle fisse.
Il passato è solito concedere generose amnistie a chi lo illumina con la lampada devota del ricordo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giulio Nascimbeni