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All’inizio del ventesimo secolo alcuni drammaturghi cercarono di seguire l’orma linguistico-stilistica tracciata da Gabriele d’Annunzio, poiché l’influsso del Vate era fortemente presente nel gusto e nella letteratura italiana.Tra questi autori spicca Sem Benelli che ottenne all’epoca notevolissimo successo e vasta fama grazie a drammi “in costume”.

Nato a Prato nel 1877 da una famiglia di umili origini, divenne giornalista e scrittore di teatro. Ebbe i primi felici riscontri di critica con la commedia in prosa “Tignola” (1908) – che risente di toni crepuscolari e aspetti troppo intimisti – e con “La maschera di Bruto” (1908). Benelli si guadagnò i favori del pubblico con il dramma la “Cena delle beffe” (1909), che lo portò immediatamente alla notorietà. L’autore partecipò alla prima guerra mondiale, poi si ritirò in Liguria, a Zoagli, dove scrisse con assiduità per il teatro testi di soggetto storico e leggendario, che ebbero però minor fortuna de la “Cena delle beffe”. Visse a Zoagli fino alla morte avvenuta nel 1949. La “Cena delle beffe”, in quattro atti, ha quale ambientazione storica i tempi di Lorenzo il Magnifico, signore di Firenze dove i personaggi del dramma agiscono. Giannetto Malespini è in aperto contrasto con i due fratelli, Neri e Gabriello Chiaramantesi, i quali, nemici dei Medici, fanno quotidiani e feroci scherzi allo stesso Giannetto, rendendogli la vita impossibile. Stanco di queste dispute, Lorenzo il Magnifico ordina alle parti di giungere a un chiarimento e a una pacificazione durante una cena in casa del cavaliere Tornaquinci. Prima che cominci il banchetto i Chiaramantesi rapiscono Ginevra, la giovane amata da Giannetto. Fra i due fratelli è Neri che decide di possederla a viva forza, a spregio dell’antagonista. Inoltre, Neri e Gabriello si presentano in casa del cavaliere Tornaquinci in compagnia della stessa Ginevra, in segno di disprezzo per Giannetto, considerato uomo apparentemente goffo e vile. Ma Giannetto immediatamente incomincia a covare dentro di sé un desiderio di profonda vendetta che alla fine porterà al dramma e alla “giustizia” da lui agognata. E’ proprio Giannetto a incitare Neri a mostrare di che pasta sia fatto, invitandolo a presentarsi armato d’arma bianca, con una roncola, là dove si raduna il fior fiore della gioventù fiorentina antimedicea. Ubriaco, Neri si avvia alla Vacchereccia, mentre Giannetto lo fa precedere da un paggio che annunzia a tutti la pazzia di Neri e la sua intenzione di uccidere quelli che troverà in bottega. Così Neri deve passare una notte intera di scontri. Al contrario Giannetto, approfittando delle tenebre, sotto mentite spoglie gode del letto di Ginevra, rendendo al suo nemico la pariglia. L’indomani Neri viene a conoscenza dell’amara beffa giocatagli da Giannetto; è furente a tal punto che gli uomini del Magnifico lo credono demente e lo portano via incatenato, con la bava alla bocca per lo smacco. A questo punto si tratta di stabilire se sia vera o presunta la pazzia di Neri. Si avvicendano a valutarlo il dottore, ma soprattutto tre donne che lui aveva sedotto e abbandonato. Mentre le prime due godono della situazione di difficoltà in cui si trova Neri, la terza, Lisabetta, continua ancora ad amarlo, nonostante tutto, e ben comprende che si tratta di un uomo sano di mente. Lasciata sola con Neri, la giovane gli consiglia di moderarsi, di apparire calmo, inoffensivo, in modo da essere liberato sotto la sua custodia. Neri fa proprio l’invito di Lisabetta e viene scarcerato, ma, non pago, vuole a sua volta vendicarsi dell’antagonista e decide di ammazzarlo. Va da Ginevra, mentre lei si sta preparando per la notte. Le dice che intende uccidere Giannetto, mentre si trova tra le sue braccia ad amoreggiare, e le intima di reggere il gioco se non vuole morire pure lei. Tuttavia Neri non è a conoscenza che suo fratello Gabriello vuole sì vendicare l’onore della famiglia uccidendo Giannetto, ma ancora di più desidera giacere anche per una sola volta con Ginevra. Il furbo Giannetto, allora, gli presta il proprio mantello, così come aveva preso quello di Neri la notte della prima grande beffa. Inconsapevole di tutto ciò, in agguato, Neri pugnala l’amante di Ginevra, credendolo Giannetto. Così poco dopo se lo ritrova davanti vivo e vegeto, mentre gli racconta di averlo gabbato e gli fa comprendere che a essere stato pugnalato è Gabriello. Dopo aver capito di aver davvero ucciso il proprio fratello e non l’odiato Giannetto che ancora una volta si è fatto beffe di lui, Neri esce veramente di senno, è fuori di sé completamente: da solo sparisce nel nulla. A riprova dell’interesse suscitato da quest’opera anche a molti anni di distanza dalla composizione, nel 1941 fu tratto l’omonimo film per la regia di Alessandro Blasetti, protagonista Amedeo Nazzari nel ruolo di Neri, Clara Calamai (Ginevra) e Osvaldo Valenti (Giannetto). Utilizzando un linguaggio arcaicamente lussureggiante Sem Benelli, per certi versi, tenta di avvicinarsi al timbro dannunziano. Appare, inoltre, sincera la partecipazione dell’autore all’eterna lotta tra bene e male. I sentimenti, che dominano questo dramma sono la rabbia, il senso di rivincita e il desiderio di vendetta personale. Ben delineati risultano i caratteri dei personaggi, trasportati nell’agire da forze negative a loro superiori, a cui nulla possono o vogliono opporre. Le tinte fosche degli scontri e la cattiveria delle beffe fanno da sfondo a una vicenda ancora vicina al dramma storico di fine Ottocento.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Franco Manzoni