

Sarà un caso, o un segno del destino, ma la prima immagine che ti viene incontro mentre stai per entrare alla mostra “Pirates!” al Museo della Marina (fino al 13 maggio) è quella di Sir Peter Blake, il re degli skipper d’oltreoceano ucciso nel dicembre scorso da un gruppo di “ratos de agua”, sbrindellati assassini del mare, sul rio Amazonas, in Brasile.
La foto di Blake accompagna un’esposizione relativa all’America’s Cup, ma fa un certo effetto trovarsela di fronte come fosse invece l’ultima testimonianza di una fascinazione lontana (corsari, bucanieri, galeoni, sargassi, tesori e isole del tesoro, il mondo crudelmente incantato dei sogni di bambini) andata a infrangersi contro un volgare presente fatto di razzie da quattro soldi, di omicidi inutili, un senso di miseria fisica e morale. Secondo i dati del Bureau Maritime International (Bmi), l’organizzazione con sede a Kuala Lumpur fondata vent’anni fa con il compito di lottare contro gli atti fraudolenti del commercio marittimo, il Duemila si è chiuso con 469 azioni definibili come pirateria, il doppio rispetto all’inizio degli anni Novanta. La stragrande maggioranza ha avuto luogo nel sud est dell’Asia, Indonesia, Filippine, Malacca, una buona quantità riguarda furti, rapine, violenze nei confronti di navi all’ancora. In due soli casi c’è stato il sequestro temporaneo di un equipaggio, in altri sei il pagamento di un riscatto, 72 sono state le vittime. E’ una sorta di pirateria artigianale, all’arma bianca al 58 per cento, variante marina di quello che può succedere su terra, in città grandi e piccole, residuo passivo di tratti di mare dove il commercio e la vita si svolgono in maniera preponderante sull’acqua. Non siamo di fronte a complessi traffici internazionali, a disegni criminali in grande stile, a bande organizzate e fra loro alleate, ma a una criminalità endemica quanto percentualmente insignificante. Peter Blake fu più vittima del suo coraggio e della sua incoscienza che non del disegno omicida dei sette morti di fame, ratos de agua appunto topi di fogna, schiuma della terra, che quella notte salirono sul suo Sea Master ancorato davanti alla città di Macapà. Loro non sapevano chi fosse e che cosa ci fosse sul veliero, e probabilmente se ne sarebbero andati con qualche orologio e qualche strumentazione di bordo. Lui pensò di poterli scacciare spaventandoli. C’è una violenza che si nutre di paura e di vigliaccheria. Duecento opere esposte (oggetti d’arte, dipinti, libri, utensili) su tremila metri quadri, uno scalone che introduce alla mostra, una prua nera che ne simboleggia l’ingresso, un vascello, ricostruito per l’occasione, a separare le sale, una cameretta da letto e di giochi da bambino a chiudere l’esposizione nel segno del sogno, “Pirates !“ racconta due secoli, il XVII e il XVIII, passati all’ombra del Jolly Roger prima, il “bel rosso” che vuol dire senza tregua, della bandiera nera poi, il colore proibito della gente di mare.

Lo fa ripercorrendone le tappe corsare di guerra di religione, i “cani del mare” dell’Inghilterra elisabettiana e protestante contro i velieri del regno cattolico di Spagna, analizzandone i luoghi deputati e la tipologia umana che li popolava: l’isola di Tortuga, reale, l’isola di Libertaria, utopica e di fantasia; ciurme fra i quindici e i trent’anni d’età, cultura media insufficiente, cultura pratica eccellente, disciplina ferrea ma comunitaria con logiche egalitarie assenti nella marineria ufficiale del tempo, scarsa presenza femminile; ripercorrendone la storia scritta (L’historie des aventuriers di Alexandre Olivier Oexmelin, chirurgo della filibusta, uscito nel 1686, il the Life of Notorius Pyrates di Charles Johonson, alias Daniele De Foe, del 1724) e la mitologia disegnata e filmata (le tele di Pyle, Wyeth e Schoonover, illustratori americani dell’Ottocento, le pellicole con Douglas Fairbanks e Erroll Flynn, il Capitan Uncino di Walt Disney….). Il risultato è infantilmente posticcio, fra finti tesori e rumori esotici ricostruiti, veri arti artificiali di legno e di ferro, pistole, pugnali, sciabole, fucili, cannoni, attrezzi medici, tutti già presenti nella memoria di un quarantenne che magari li vede per la prima volta dal vivo, ma che gli danno l’idea di essere finti, tanto sono simili a come se li era immaginati leggendo le storie di pirateria nell’età d’oro dell’adolescenza. Dagli abbordaggi ai naufragi, dai nodi scorsoi alle utopie, il panorama è completo. C’è la storia di Edward Low, il più sanguinoso pirata inglese dei Carabi, quella del francese Nau, detto l’Olonnese, il saccheggiatore di Maracaibo che mangiava il cuore dei suoi nemici e finì mangiato dagli indiani antropofagi dell’Honduras. C’è la vicenda esemplare di Calico Jack, detto così per via dei pantaloni rossi che sfoggiava, compagno di Ann Bonny, che finì impiccato dopo essere stato sorpreso ubriaco dai soldati che gli davano la caccia. ”Se ti fossi battuto come un uomo ora non saresti sul punto di essere appeso come un cane”, mormorò lei come viatico a una vita dissipata e sanguinosa. E c’è la vicenda emblematica di William Kidd, il pirata che fu impiccato due volte, perché alla prima si ruppe la corda e Kidd finì a mollo nel Tamigi. Cadavere, il suo corpo faceva bella mostra di sé all’entrata del porto di Londra: ci rimase per due anni, ridotto a scheletro dal becco dei gabbiani. Era stato pirata per conto del suo governo, ma a un certo punto la ragion di Stato trasformò in peccato ciò che fino ad allora era stata una virtù. I resti di ciò che fu un fenomeno limitato nel tempo (la pirateria, si sa, è sempre esistita, ma la guerra da corsa, la filibusta, i fratelli della costa, quell’insieme di fatti e gesta che la contraddistinguono abbraccia sì e no due secoli) ogni tanto riaffiorano dal profondo delle acque che lo videro trionfare e affondare.

Cinque anni fa, all’entrata della Baia di Beaufort, Carolina del Nord, un’equipe subacquea ha localizzato il relitto della Queen Anne‘s Revenge, il vascello di Edward Teach, ovvero Barba Nera, la nave ammiraglia della più grande nave pirata mai vista nel Nuovo mondo all’inizio del XVIII secolo: centinaia furono le navi saccheggiate fra le Antille e la Nuova Inghilterra. Una quindicina di cannoni, più di duemila oggetti fra materiale di bordo e reperti frutto di scorrerie precedenti sono stati finora riportati in superficie. Teach, che era nato a Bristol, era stato corsaro di sua Maestà durante la guerra di successione spagnola, si era poi messo in proprio. A vederlo era spaventoso, la barba fino all’ombelico, delle micce accese legate ai lunghi capelli, una fascia sul petto con tre pistole… Morto in combattimento, gli tagliarono la testa e la usarono come polena. Per quanto abbellito dei colori dell’avventura e riscritto nel segno ideologico della ribellione anti-sistema, un proto arco-comunismo zoppicante quanto la gamba di legno di molti dei suoi protagonisti, il modo di vivere e di pensare pirata non assurse mai a vette degne di grandezza. Rimase una società di mutuo soccorso a delinquere, limitata nei desideri, brutale nel loro soddisfacimento, effimera nelle realizzazioni. Ciò che la rendeva differente dal brigantaggio o dal banditismo puro e semplice risiedeva più nel teatro dove le sue gesta si svolgevano che non nell’animo degli attori chiamati a rappresentarlo. Anche nelle bande esistevano gli stessi criteri di eguaglianza nella diversità propri delle ciurme, gli stessi rapporti di fedeltà e di amicizia, lo stretto legame fiduciario che unisce chi svolge un’attività rischiosa. La differenza era il mare, ovvero l’epopea romantica e nobile, l’idea di assoluto e di suprema libertà che esso porta con sé, un misto di maestria e di superiorità, un’estetica che si imponeva nonostante le miserie e le sporcizie della vita di bordo. Ancora oggi, nel sognare la solitudine, la realizzazione di noi stessi nel silenzio e nella contemplazione, pensiamo un’isola, una vela, l’infrangersi delle onde, sparsi relitti di un istinto corsaro nel macchinoso oceano della civiltà.

Sir
Peter Blake






