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"Lasciate ogni speranza voi che entrate”. Vedere appesa la citazione dantesca all’ingresso di un centro sportivo di una società di serie A non sarebbe il massimo del buon gusto. Ma cosa decisamente peggiore può risultare, in assenza di qualsiasi documento scritto, la convinzione mentale che possa essere veramente così.

Il luogo in questione è, o forse mai come quest’anno è possibile parlare all’imperfetto, quindi era, Appiano Gentile, quartier generale dell’Inter. Simbolo delle inquietudini e delle recenti debacle nerazzurre, il ritiro della società milanese ha incarnato nelle ultime stagioni nell’immaginario collettivo dei tifosi il luogo dove maturavano per mancanza di organizzazione e polso le avversità di casa Moratti. Proprio per il presidente, figlio di quell’Angelo che aveva aperto il miglior ciclo di successi, l’acquisto del club interista si è rivelato finora una rosa con tantissime spine. Fallimenti a raffica dei progetti legati alle personalità dei vari allenatori e risultati inevitabilmente altalenanti che hanno gettato nella più cupa disperazione la fede nerazzurra, incapace di individuare un filone produttivo. Insomma a curare il grande malato del calcio italiano, affetto storicamente da attacchi di schizofrenia autodistruttiva intervallati saltuariamente da impennate agonistiche, ci hanno provato un po’ tutti. Dall’impassibile Ottavio Bianchi all’à plomb inglese di Hodgson, dal tanto bistrattato Simoni (intanto l’unico ad aver portato un trofeo, la Uefa, in sette anni di presidenza) alle ridicole parentesi post-siluramenti di Castellini, Lucescu e ancora Hodgson. Sino all’epopea dei presunti sergenti di ferro, prima Lippi poi Tardelli, naufragati miseramente nel marasma generale. Proprio gli ultimi due precedenti fallimentari, legati a timonieri dal carattere forte, non lasciavano presagire nulla di buono quando la scelta di questa estate di Moratti è caduta su un altro allenatore con la fama di duro, ovvero Hector Cuper, argentino di stanza in Spagna.

Non ha esperienza di calcio italiano, ha perso tutte le finali europee (3, due di Champions e una di Coppa Coppe) disputate sino al cabalistico non c’è il due senza tre (in senso negativo) riferito alla tipologia caratteriale del neotecnico. Queste le principali argomentazioni di detrattori ma anche di tifosi dubbiosi sull’eventuale riuscita della nuova scommessa interista. Come dare torto d’altronde ad un partito di pessimisti cronici, ormai scoraggiati da anni di delusioni cocenti? E per giunta sbeffeggiati dagli “odiati” cugini rossoneri sventolatori di contro, durante la gestione Berlusconi, di traguardi a raffica. Ecco invece lo scherzo del destino che si mette in moto, che decide di piazzare il colpo a sorpresa quando le premesse non esprimono segnali confortanti. Il dottor Cuper individua subito sintomi e patologie della Beneamata. E le cure non sono certo delle più blande. Lavoro, lavoro e ancora lavoro maniacale, dedizione totale alla causa della squadra e soprattutto ferrea disciplina. Non esistono primedonne, non si sopportano più eventuali capricci, e soprattutto chi sbaglia paga. Massimo Moratti forse capisce il suo errore precedente proprio vedendo come lavora il nuovo tecnico; non più rapporti da padre di famiglia pronto al perdono ma relazioni professionali all’insegna delle responsabilità da assumersi. Il suo decalogo sembra l’elogio dell’evidenza. Eppure l’ex ragazzo di Buenos Aires, che lavava piatti per mantenersi nella capitale e continuare a giocare a pallone, la filosofia di vita applicata al calcio l’ha sperimentata sulla propria pelle. Presto orfano del padre, attività contadina e di venditore di vestiti alle spalle, Cuper ha saputo sfruttare le occasioni per i continui salti di qualità perché aveva le spalle larghe. Così quando all’Inter si è trattato di parlare e spiegare cosa significhi convinzione, umiltà, praticità e soprattutto equilibrio (la parola che l’allenatore usa in maniera ricorrente in tutte le sue interviste) tutti hanno subito capito che il docente in materia aveva una cattedra più che meritata. Adesso che i nerazzurri sono lassù, a lottare per uno scudetto che manca da quasi 14 anni, la sua gestualità e il suo modo di vivere un match sono quasi diventati un cult. In piedi dal primo all’ultimo minuto, occhi fissi sulle operazioni in campo ed ogni tanto qualche traiettoria disegnata in aria per far capire ai propri uomini quali correttivi apportare. Ma soprattutto quella pacca nel tunnel degli spogliatoi che raggiunge il cuore di ogni suo giocatore all’ingresso sul rettangolo verde. Come a dire: “Mettici questo e avrai sempre me dalla tua parte”. Proprio così; quelle poche volte che l’Inter ha inciampato in questa stagione, è sempre caduta come squadra, senza colpe a singoli o polemiche aggiuntive. E forse per questo ha saputo rialzarsi subito, dimenticando in fretta gli errori. E a chi ha voluto trovare il pelo nell’uovo, dicendo che il suo gruppo non era bello, ovvero non sviluppava un gioco spumeggiante, ma solamente efficace, l’uomo solo al comando ha risposto con classe che “l’efficacia è una cosa bella…” Capito la scorza?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Paolo Ghisoni