

Ettore Jorio
Un
welfare che cambia
Il sistema della salute nel nostro Paese ha vissuto, negli ultimi decenni,
una serie di riforme strutturali1 che ne hanno profondamente modificato l’organizzazione
ed il funzionamento e, quindi, per molti versi stravolto i primitivi principi
istituzionali del Servizio Sanitario Nazionale, di ispirazione tipicamente
pubblicistica.
Tutte le trasformazioni intervenute - alcune delle quali sono da considerare
rivoluzionarie quanto alla introduzione di principi di contenuto fortemente
privatistico2 - vanno comunque inquadrate in quell’ampio dibattito riformatore,
ovunque instauratosi, sul progetto di ridefinizione del sistema del Welfare,
dibattito che sta impegnando la Società occidentale nelle sua interezza ed
ad ogni livello rappresentativo della società civile. L’attuale Stato Sociale,
che ha raggiunto il suo attuale standard grazie alle numerose battaglie sostenute
complessivamente per i diritti civili, ha conseguito importanti conquiste
e raggiunto significativi traguardi nella tutela dei diritti fondamentali
dell’uomo e della persona. Nel suo tentativo di voler assicurare a tutti i
cittadini “livelli essenziali di reddito, di assistenza e servizi” ha, però,
generato una crescita esponenziale ed incontrollabile del deficit pubblico.
Uno Stato Sociale che si è rilevato in tutto l’Occidente eccessivamente costoso
ed irrigidito nei suoi contorti meccanismi burocratici, che lo hanno reso
sempre più lento ed insufficiente, e proprio per tutto questo molto esposto
a fenomeni di spudorata corruzione a tutti i livelli. L’improrogabile bisogno,
quindi, di dover ridurre il deficit pubblico accumulato nel corso degli anni
(la soglia imposta agli Stati membri della Unione Europea dal trattato di
Maastricht era del 3% del PIL) ha notevolmente inciso sulle scelte politiche
nazionali effettuate negli anni ‘80 e ‘90. Tali scelte, indirizzate a contenere
la spesa pubblica attraverso la politica dei tagli, hanno lasciato al privato,
riconosciuto “più imprenditore” del Pubblico (aggiungiamo: sarebbe stato davvero
un guaio se il pubblico fosse stato più imprenditore del privato!) la gestione
di ampi settori del panorama economico.
Tutto ciò ha messo a rischio le garanzie acquisite dai soggetti bisognosi
della società civile e determinato il venir meno del rispetto del principio
della solidarietà3 nei confronti delle classi più deboli, che sono sempre
di più facilmente individuabili nei circuiti metropolitani, in nome della
costituzione di uno stato liberale fondato più “sul rischio” che “sulle garanzie”.4
La necessità di provvedere ad una radicale riforma del Welfare, e con essa
la difficoltà di ridefinire i livelli di assistenza minima da garantire a
tutti, è sotto gli occhi di tutti noi. Non facili: l’iniziativa politica,
la formulazione delle proposte, i percorsi, le decisioni; quasi impossibile
il consenso della gente ad ogni livello sulle scelte operate e sui cambiamenti
eventualmente introdotti! Tutti problemi questi che affliggono ed affliggeranno
nell’itinerario riformatore i protagonisti della politica ed i rappresentanti
delle parti sociali, chiamati rispettivamente a proporre ed a condividere,
nella logica della “concertazione”, l’ipotesi di cambiamento dello Stato sociale.
Una cosa è certa: la riforma s’ha da fare!
Ma essa non potrà certamente prevedere rinunce a diritti fondamentali acquisiti,
anche se dovrà drasticamente separare il sistema dalla logica tipicamente
assistenzialista dello Stato “balia” dalla culla alla tomba. Uno Stato che
ha fin qui garantito e garantisce interventi inefficienti ed inefficaci e
che, così facendo, continua a mettere a rischio la possibilità nel futuro
di poter assicurare i diritti sociali e con essi la soddisfazione dei bisogni
di assistenza “primaria” e di previdenza. In tema di dibattito sulla Salute,
diritto questo certamente assoluto e, quindi, indissolubilmente legato ai
principi di eguaglianza e di libertà5 , per come riconosciuto dall’articolo
32 della Carta Costituzionale, è da sottolineare che nessun sistema organizzato
al mondo, liberista ovvero universalista che sia, è riuscito a fornire una
risposta concreta in grado di saper conciliare i principi etici con quelli
economici. Il dibattito politico è sempre più concentrato ed imperniato su
questa sfida. Esso ha oramai abbandonato le posizioni ideologiche rigide,
preconcette ed incapaci di fornire soluzioni esaurienti alle continue sollecitazioni
provenienti dalla società civile.
Un dibattito questo che, così facendo, ha finito per individuare prospettive
che, seppur largamente differenziate, sono tutte protese ad una decisa e sensibile
riorganizzazione del Welfare State, nel senso di volerlo orientare “all’eguaglianza
delle opportunità e non all’eguaglianza dei risultati”.6 Tale orientamento
è destinato ad assicurare a tutti cittadini un livello minimo di assistenza
ed al tempo stesso incoraggiare la responsabilità individuale e collettiva,
interrompendo così la logica della politica eccessivamente garantista fino
ad oggi perseguita da tutti i governi. L’Italia ha scelto in particolare di
mantenere fede al principio della “solidarietà sociale”. Con ciò ha ritenuto
di dover ritenersi garante della soddisfazione di certi bisogni di Salute
attraverso il sistema pubblico, ma nel contempo di dover introdurre regole
“giudicate necessarie per aumentare il livello di efficienza nell’impiego
delle risorse e di responsabilizzazione dei diversi attori sul rapporto risultati–risorse”.7
La riforma sanitaria del 1992, definita e per certi aspetti riscritta con
il provvedimento di razionalizzazione del 1999 (cd. decreto Bindi), ha trasformato
le unità sanitarie locali in aziende, introducendo i più rigidi principi manageriali,
tipici delle gestioni private, all’interno di un sistema che rimane pubblico,
in aderenza e salvaguardia dell’irrinunciabile principio universalistico.
La politica riformistica italiana sembra dunque consapevole del problema che
la definizione di un nuovo modello di sanità non può solo tener conto dei
problemi di contenimento della spesa e, quindi, operare unicamente in termini
di “razionalizzazioni economiche gestionali”8 con il rischio di ledere un
diritto acquisito e, pertanto, consolidato in capo al soggetto che lo esercita,
ma deve soprattutto intervenire per correggere quelle “anomalie” di funzionamento
determinate il più delle volte dalla responsabilità di entrambi i protagonisti
del mercato della Salute: di chi gestisce l’offerta e di chi rappresenta la
domanda ed usufruisce del servizio. Il dibattito che ha fin qui preceduto
ed accompagnato le riforme nei suoi diversi iter formativi riguarda, infatti,
gli aspetti sostanziali della competenza e delle responsabilità.
Su tali aspetti lo Stato viene a trovarsi in stretto regime concorrenziale
per quanto attiene i temi della solidarietà sociale e del Welfare, ciò in
quanto le relative competenze vengono rivendicate dalle Regioni, più decise
ad acquisire un ruolo sempre più consistente ed autonomo nell’esercizio del
potere legislativo, amministrativo e finanziario, finora detenuti ed esercitati
in regime di quasi esclusività dall’autorità centrale. Tale instradamento
accomuna la politica italiana a quella europea, dove gli Stati nazionali -
allo scopo di far fronte al dilagare dei deficit pubblici attraverso un più
efficace ed incisivo controllo della spesa sanitaria - sollevano il bilancio
statale dall’onere di costituire e rappresentare “la fonte primaria per il
finanziamento della sicurezza sociale”9 , rinviando a livelli inferiori di
governo le responsabilità di reperire i fondi con i quali dare attuazione
alle politiche nazionali in materia di Salute.

In Europa
L’ondata riformistica
che negli anni ‘90 ha interessato l’Europa ha sostanzialmente promosso “un
riavvicinamento anzitutto tra Stato e mercato, fra controlli centrali pubblici
e aumento dei decentramenti, delle mutualità e delle libertà di scelta degli
utenti (specie degli utenti che possono spendere del proprio)”.10
La Gran Bretagna è il paese che ha indicato la
strada del Welfare attraverso l’introduzione di un sistema sanitario “a finanziamento
tributario pubblico e destinazione universalistica”.11 La riforma approvata
nel 1991 aveva previsto ed istituito un più incisivo decentramento, ma soprattutto
l’introduzione di procedure di mercato e di quasi-mercato, operando una distinzione
tra “compratori pubblici” per conto dell’utenza (providers) e fornitori sia
pubblici che privati “accreditati” (producers), tra i quali soggetti veniva
stipulato il contratto di acquisto di beni ovvero servizi, destinati alla
salute della gente, in stretta aderenza ai criteri costo-efficacia e costo-efficienza
(costo–utilità).12
La riforma laburista del 1999, pur mantenendo la distinzione tra acquirenti
e produttori, ha invece fatto un passo indietro. Ha abolito la concorrenza
tra fornitori per evitare il prevalere di un rigido sistema di mercato che
rischiava di puntare più sul contenimento delle spese che sulla qualità del
servizio.
Quanto al decentramento, la riforma del ’91 aveva lasciato le principali competenze
di programmazione ed indirizzo a livello centrale, rimettendo alle autorità
di “periferia” la sola responsabilità dei risultati, senza con questo trasferire
loro alcun potere decisionale. La riforma di Blair del ’99 ha, invece, previsto
un coinvolgimento più attivo delle autorità locali nella fase di programmazione,
escludendo così ogni intervento centralizzato nell’impiego delle risorse,
queste ultime gestite in autonomia e diretta responsabilità dei fornitori
dei servizi, denominati “Primary Care Groups”, che garantiscono la gestione
dell’assistenza sanitaria di base, e “Primary Care Trusts”, che invece sono
aziende produttrici di servizi.13
La Francia, a partire dagli inizi degli anni
’90, ha dato impulso al suo iter riformatore dell’organizzazione della Salute.
Già con la legge del 31 luglio 1991, n. 91-748, da subito modificata con la
legge n. 91-1406 dello stesso anno, l’allora governo in carica aveva tentato
di introdurre alcuni strumenti normativi in grado soprattutto di evitare i
guasti derivanti dall’esasperato accentramento sanitario e, quindi, di sottrarre
all’Ospedale quel protagonismo esagerato, dallo stesso interpretato nel processo
storico di erogazione dei servizi sanitari e, con questo, di assegnare alle
strutture territoriali un ruolo più incisivo.
Con l’approvazione di una serie di leggi14 , avvenuta a cavallo degli anni
‘95/97, il governo Juppé ha esperito il tentativo di rimediare alla crescita
smisurata della spesa pubblica in materia di sicurezza sociale. Tali leggi
hanno introdotto delle particolari misure che – da una parte - tendono ad
accrescere il controllo politico centrale sulla spesa sanitaria e – dall’altra
– ad incrementare, mediante trasferimento dal centro, le competenze delle
grandi casse mutue nazionali e degli ospedali.15 Interessanti, poi, sono state
le novità introdotte dalle “ordonnance” nn. 96-344 e 96-346 del 24 aprile
1996 in tema di riforma dell’organizzazione del sistema sanitario e di quello
ospedaliero pubblico, nonché d’introduzione a pieno titolo dell’accreditamento.
Quest’ultimo istituto è stato individuato dal legislatore francese come strumento
giuridico indispensabile alla sopravvivenza economica e funzionale delle “aziende
sanitarie”16 e, nel contempo, utile a garantire condizioni e risultati di
alta qualità nella produzione ed erogazione dei servizi sanitari. A tale istituto,
seppur non assimilabile ad un atto giuridico in quanto non comporta effetti
giuridici diretti, viene dedicato ovunque un grande interesse da parte della
dottrina. Esso viene definito dalla norma francese e condiviso dall’attenta
scuola giuridico-amministrativa d’oltralpe: “L’accréditation est une procédure
d’évaluation externe à un établissement de santé, effectuée par des professionnels,
indépendante de l’établissement et de ses organismes de tutelle, concernant
l’ensemble de son fonctionnement e de ses pratiques. Elle vise à s’assurer
que les conditions de sécurité et de qualité des soins et de la prise en charge
du patient sont réunies ”.
La Germania17 possiede il sistema sanitario più
datato d’Europa ed, in quanto tale, presenta la struttura istituzionale più
tradizionale. Lo Stato governa “dall’alto” il sistema, nel senso che si limita
a dettare le regole entro le quali i protagonisti devono, poi, svolgere i
loro peculiari ruoli istituzionali.18 Il potere centrale non è pertanto responsabilizzato
nella ricerca della risorse finanziarie, né tanto meno risulta giuridicamente
“proprietario” delle aziende di produzione dei servizi sanitari e, quindi,
non direttamente titolare dell’offerta di Salute. Il sistema è, infatti, tutto
costruito sulle casse di previdenza sociale obbligatorie, che sono largamente
diffuse sul territorio nazionale.
Esso opera su base regionale, adottando uno schema di ispirazione federalista,
seppure in presenza di numerosi (forse troppi!) protagonisti istituzionali
(i Länder, le casse di previdenza, i produttori di servizi ospedalieri, i
medici con rapporto convenzionale, il settore sociale). Tali protagonisti
generano troppo spesso tra loro conflittualità, anche di tipo ideologico,
che generano lentezza nel sistema, conflitti questi il più delle volte difficilmente
sanabili, considerato il loro ruolo paritario nel processo di decisione e
l’assenza di un coordinamento istituzionalizzato. Il sistema tedesco è stato
fino ad oggi il “sistema della salute” in Europa con maggiori disponibilità
finanziarie, grazie anche al maggior reddito pro capite prodotto negli scorsi
anni.
Oggi con le prime difficoltà congiunturali, si evidenziano in esso dei seri
problemi di funzionamento delle strutture aziendali erogatrici dei servizi,
le quali stentano più del dovuto ad accettare la logica della responsabilizzazione
e della managerialità. Del resto l’organizzazione attuale del sistema non
facilita l’unitarietà dell’intervento, data una rigida determinazione dei
ruoli degli interpreti istituzionali, forse troppo impegnati nei loro “prevalenti”
compiti di istituzioni finanziarie.19
L’Olanda ha realizzato, a partire dal lontano
1987, una organizzazione della Salute in cui viene valorizzato il sistema
misto pubblico-privato. Con questo mix si è venuta a realizzare, da una parte,
un rafforzamento del ruolo di controllo e di perequazione del Governo, dall’altra,
si è sottolineata la libertà degli utenti, non coperti da assicurazione pubblica
per le malattie, di poter scegliere una assicurazione privata “integrativa”,
cui obbligatoriamente “assicurarsi” a proprie spese. Agli indigenti viene,
però, garantita a carico esclusivo dello Stato l’universalità delle prestazioni
sanitarie. Tale modello, considerato alternativo a quello inglese (che è stato
per tanto tempo l’esempio cui riferirsi!), sta riscuotendo un notevole successo
e mietendo vasti consensi soprattutto in Italia (la regione Lombardia in particolare
vi fa esplicito riferimento anche nei propri provvedimenti!). Successo riteniamo
meritato per aver saputo saggiamente coniugare, in modo graduale ma deciso,
il sistema pubblico con quello privato mutualistico (non profit) e privato
assicurativo (profit). L’ideazione, prima, ed una ordinata attuazione di tale
sistema ha consentito, poi, di realizzare l’atteso contenimento della spesa,
senza con questo svalutare il livello delle prestazioni da un punto di vista
quali-quantitativo.20
La Svezia ha vissuto la esperienza riformistica
orientando il processo di cambiamento del sistema alla “valorizzazione di
un modello organizzativo che a livello territoriale fa capo ad autorità di
dimensioni regionali, trasformando le contee da centri di decentramento amministrativo
a unità di decentramento decisionale”.21 L’iter della riforma è però rallentato
dalla contraddizione ideologica che emerge da voler mantenere un sistema rigorosamente
pubblico ed universalista e, nello stesso tempo, di dover realizzare la riforma
dello stesso in senso meramente aziendale. Nonostante tali difficoltà il processo
riformatore sta compiendo i suoi passi e, quindi, attuando la netta separazione
tra la responsabilità del finanziamento degli interventi, affidata ad unità
di acquisto, e le responsabilità di gestione delle strutture che garantiscono
l’offerta dei servizi, dotate della necessaria autonomia; strutture rispetto
alle quali l’utente gode ovviamente della “libera scelta”. Il modello svedese
risulta interessante nel suo complesso, ma soprattutto per il protagonismo
istituzionale affidato, nel processo di riorganizzazione del sistema della
Salute, ai livelli amministrativi più decentrati: le contee, che si sono viste
attribuire la responsabilità del contenimento delle spese e della razionalizzazione
dell’offerta socio sanitaria.22
La Spagna23
ha vissuto di recente la sua esperienza riformistica, riforma che sotto certi
aspetti è molto analoga a quella italiana per le scelte effettuate in favore
dell’affidamento del processo di razionalizzazione ed aziendalizzazione24
della Salute in favore delle cosiddette “comunità autonome”, in cui il Paese
è territorialmente ripartito. Questo processo di decentramento non è però
identico su tutto il territorio nazionale in quanto solo sette25 (su diciassette)
delle comunità autonome (nelle quali vive il 62% della popolazione totale)
hanno il potere di programmazione, organizzazione e gestione del sistema della
Salute. Alle restanti dieci compete, invece, soltanto la fase di programmazione
locale, “residuando” la gestione ed il finanziamento a livello di autorità
centrale. Il notevole livello di autonomia riconosciuto ad alcune comunità
(esempio alla Catalogna) ha determinato che queste potessero accelerare il
processo riformistico nel territorio di propria competenza, anticipando così
anche il governo centrale nel realizzare il percorso di aziendalizzazione
e con esso la cd. “concorrenza amministrata”.26 Le scelte politiche operate
dal governo spagnolo in tema di Salute hanno fatto emergere – seppur all’interno
di un percorso comune che porta verso la piena responsabilizzazione dei livelli
amministrativi intermedi, per quanto riguarda il reperimento delle risorse
e la gestione – differenze sostanziali e, quindi, di risultati non omogenei
sul territorio. Tali differenze hanno creato tante discriminazioni tra la
gente che sono state causa di relazioni conflittuali tra lo Stato e le regioni
e tra regioni stesse. Conflitti tanto esasperati che solo ad una successiva
fase di realizzazione della riforma potrà essere demandato il compito di appianarli!27
Il Belgio sta vivendo dal 1995 28 una continua
evoluzione normativa in materia sanitaria, percorso normativo iniziato due
anni dopo il completamento del quadro delle norme che ha definito lo Stato
federale, completatosi appunto nel 1993. Nel decennio che ci precede sono
stati perseguiti dal legislatore centrale e di periferia precisi obiettivi
in tema di riorganizzazione della Salute29 (esempio: riduzione dell’offerta
sanitaria ospedaliera con la contemporanea individuazione e creazione di servizi
alternativi al ricovero). Atti legislativi adottati, di contenuto fortemente
innovativo, dunque, intesi ad intervenire radicalmente sul sistema preesistente
attraverso riforme di tipo strutturale e gestionale.
Quanto a quest’ultimo obiettivo è stato realizzato un sensibile cambiamento
del sistema di finanziamento, introducendo metodologie di budget per ogni
attività e la creazione di apposite strutture di concertazione tra i vari
attori protagonisti che interagiscono nella gestione dell’intero comparto
socio-sanitario. Quanto alle competenze in materia legislativa, spetta allo
Stato federale fissare i principi generali della politica sanitaria e determinare
i criteri e le regole di base per la programmazione, nonché quelli relativi
alla gestione, al finanziamento delle infrastrutture ed alla destinazione
degli avanzi ovvero alla copertura dei disavanzi prodotti dagli ospedali pubblici.
Alla più recente e prossima regolamentazione, nonché agli esiti della sfida
instauratasi tra sistema pubblico e sistema ospedaliero privato, il compito
di superare le difficoltà economiche e di scegliere definitivamente tra le
diverse alternative giuridiche.
Quanto a queste ultime si è provveduto a rimettere in discussione sia la regolamentazione
dell’intero sistema che l’assetto istituzionale, processo di revisione, questo,
sollecitato dai bisogni socio assistenziali espressi politicamente dalle “differenze
linguistiche” e dalla storica competizione tra il sistema ospedaliero privato
e quello pubblico, minoritario da sempre rispetto al primo.
L’Ungheria
è uno degli esempi più interessanti di quei paesi che, seppur provenienti
da una cultura ed un sistema di tipo socialista, sta facendo grandi sforzi
per adeguare le proprie regole e la propria economia a quelle più tipicamente
occidentali, allo scopo soprattutto di consentire e velocizzare il suo meritato
ingresso nell’Unione Europea e, quindi, di poter affrontare più complessivamente
la sfida della globalizzazione del mercato. In materia di Salute, il percorso
riformatore ungherese ha preso il via nel 1990 ed è proseguito con gradualità
sino ad oggi, registrando però delle lentezze ed indecisioni causate forse
da quel retaggio culturale, diffuso sia “a monte” (protagonisti della politica)
che “a valle” (l’utenza), che rende difficile ai Paesi dell’Est la svolta
“capitalista” del sistema socio-assistenziale. L’attuale sistema sanitario
ungherese30 è fondato sulla assicurazione sociale, quindi una assicurazione
indipendente obbligatoria per tutti.
I costi del servizio vengono, pertanto, in gran parte sopportati dall’utenza,
attraverso la contribuzione versata, e di guisa ripartiti in favore degli
operatori istituzionali individuati dal legislatore, competenti per gli investimenti,
e del Fondo Nazionale, che finanzia le spese di funzionamento. L’organizzazione
della Salute ungherese è imperniata sulla gestione pubblica affidata allo
Stato ed alle amministrazioni locali.
Entrambi inconsapevolmente contribuiscono, con le loro regole di vecchia macchina
burocratica e le loro “abitudini” non in linea con nuovi bisogni dell’utenza,
alla inefficienza del servizio ed alla inefficacia di gran parte delle prestazioni.
Le prestazioni sanitarie vengono garantite all’utenza dalle istituzioni pubbliche
locali, da soggetti privati autonomi e dalle strutture private “accreditate”,
queste ultime di recente introduzione nel sistema. Sulla spinta della nuova
domanda di Salute, favorita da una maggiore sensibilità degli attuali protagonisti
della politica che hanno il dovere di traghettare questo importante Paese
in Europa, sono in avanzato processo di riforma le nuove regole del sistema.
Un processo che senza dubbio vedrà codificata e, quindi, instaurata in Ungheria
quella “sana competizione” tra pubblico e privato anche nella gestione della
Salute della gente.
Oltre
Oceano
Alcune esperienze extracomunitarie meritano di essere analizzate in questa
sede seppur in termini molto sommari, rinviando ovviamente ad elaborati successivi
(che ci promettiamo di definire) una più attenta comparazione con i sistemi
europei appena enunciati e con quelli d’oltre oceano di cui accenneremo.
Le esperienze che qui tratteremo riguardano tre grandi paesi: il Canada, il
Brasile e la Nuova Zelanda. Le abbiamo individuate per tre ordini di motivi:
- il Canada in quanto da sempre costituisce per il nostro Paese un modello
di organizzazione pubblica cui fare riferimento;
- il Brasile in quanto da sempre costituisce per il nostro Paese una modello
di organizzazione pubblica cui fare riferimento (ma che rappresenta un Paese
con una ottima formazione professionale medica!).
- La Nuova Zelanda in quanto rappresenta un modello di sistema sanitario da
imitare, quanto all’efficienza ed all’efficacia.
Il Canada,
già dalla fine degli anni ’40, aveva affidato la realizzazione dei progetti
di riforma del sistema sanitario alle province. Negli anni ‘60 decise di adottare
a modello nazionale quello attuato dalla provincia di Saskatchewan e contemporaneamente
di coinvolgere il governo federale nel finanziamento dei sistemi sanitari
provinciali, i cui costi di mantenimento erano andati via via aumentando.
Nel corso degli anni ‘80 e ’90 si è andato acuendo un conflitto tra il potere
centrale e le province autonome.
Le motivazioni del conflitto istituzionale erano e sono così sintetizzabili:
- il governo federale impone alle province il rispetto dei principi universalistici31
del servizio sanitario, in base ai quali ogni cittadino, indipendentemente
dal territorio di appartenenza, ha la possibilità di poter godere delle prestazioni
per la propria Salute con la medesima tipologia di copertura assicurativa;
- il governo tende a ridimensionare i trasferimenti finanziari in favore dei
governi provinciali;
- i governi provinciali, essendo i diretti responsabili della gestione ed
organizzazione dei loro sistemi della Salute, si sentono legittimati a non
rispettare le regole nazionali, non avendo la necessaria copertura finanziaria,
e quindi tendono ad erogare prestazioni differenziate in favore dei propri
cittadini.
Da qui una sfida al governo centrale nella ricerca della soluzione: “come
combinare (far conciliare) negli anni futuri il decentramento fiscale con
l’accentramento politico, ossia come far rispettare norme nazionali per i
programmi sociali riducendo al contempo i contributi finanziari a tali programmi”.32
Il sistema prescelto da nove delle dieci province canadesi, per il miglior
funzionamento dei propri sistemi sanitari, è quello di averne regionalizzato
la gestione. Ogni provincia ha però adottato, entro i limiti fissati dal governo
centrale, una propria organizzazione strutturale cui affidare la efficienza
e la economicità dei propri servizi di Salute. Tra tutti i modelli realizzati
si ritiene in questa sede di identificarne due, di per sé rappresentativi
anche degli altri: il modello organizzato a tre livelli e quello organizzato
a due livelli. Premettendo che in entrambi i “sistemi organizzati” le principali
responsabilità, ovverosia quelle di primo livello, che riguardano per l’appunto
la gestione del sistema, vengono assegnate al Ministero provinciale di sanità,
è utile in questa sede accennare ai livelli residuali delle due tipologie
selezionate: - nel metodo a tre livelli vengono individuate due ulteriori
strutture che completano il circuito organizzativo: un livello regionale ed
uno locale di comunità. Quindi un sistema composto da una struttura piramidale
con il Ministero al vertice, le strutture regionali come fase intermedia,
fino ad arrivare ai livelli locali, dotati anch’essi di una amministrazione
ma che spesso svolgono funzioni meramente consultive. In questa tipologia,
il governo regionale è responsabile della distribuzione delle risorse, del
coordinamento dei servizi, dell’analisi dei bisogni e della valutazione dei
risultati.
Le province che hanno adottato questo modello sono: l’Alberta, la Nuova Scozia
ed il Manitoba; - nel metodo a due livelli rimane invece, al di sotto del
livello ministeriale provinciale, soltanto quello regionale e, quindi, a differenza
del metodo a tre livelli, esso difetta di una struttura di gestione a livello
locale. Le province che hanno adottato questo modello sono: il già menzionato
Saskatchewan, il Nuovo Brunswick e l’Ile-du Prince-Edouard. Le restanti quattro
province (Ontario, Québec, Terranova e Colombia Britannica) hanno adottato
modelli di regionalizzazione della gestione della salute fatti “su misura”,
al fine di poter soddisfare ciascuna le proprie esigenze33 .
Il Brasile
vive nell’offerta della Salute una delle contraddizioni più significative
del suo modo di far Stato. A fronte una assistenza socio-sanitaria di base
alquanto inefficiente, il Brasile presenta un’offerta medico-sanitaria specialistica
di altissima qualità, tanto alta da rappresentare un riferimento internazionale
per la formazione medica di alcune branche (esempio: chirurgia estetica).
In Brasile il percorso riformatore è iniziato nel 198734 con l’istituzione
dei Sistemi locali di sanità, i cosiddetti Silos.
Con tale provvedimento riformatore ha preso via via forma il processo di decentramento
sanitario con l’istituzione dei “distretti sanitari”, che costituivano la
base organizzativa ed operativa dell’offerta di Salute sul territorio. Con
tali norme si colse l’occasione per tentare di unificare, sotto il controllo
manageriale centralizzato, la responsabilità dell’intervento sanitario che
risultava troppo frammentario e, quindi, disperso sui diversi livelli decisionali
e di governo (Governo Federale, Stati, Municipi). Nel 1988, nel riscrivere
la nuova Carta Costituzionale, il legislatore di primo rango ha introdotto
il Sistema Unico di Salute (SUS) e con esso alcuni importanti principi fondamentali:
l’universalità dell’assistenza, l’integrazione socio-sanitaria, la priorità
della prevenzione, la partecipazione popolare, il decentramento della gestione
e, con questo, il rafforzamento dei Municipi nella gestione dei servizi sanitari
locali.
A seguito di ciò si sono registrate in Brasile grandi trasformazioni, soprattutto
per la partecipazione più attiva dei protagonisti istituzionalizzati (cittadini
coinvolti che partecipano alle decisioni, operatori del settore che rivendicano
una maggiore formazione, ecc.), trasformazioni che hanno rinnovato il concetto
di Salute ed incentivato una domanda che preme sempre di più sulla qualità
del servizio e, pertanto, uno stimolo per l’offerta pubblica che è costretta
a concorre con quella privata per soddisfare la legittima domanda che la gente
con forza esprime.
Il grave problema che mette in crisi il SUS è lo stesso problema che affligge
il Brasile da sempre, e cioè quello strettamente finanziario. L’attuale strategia
politica mira a “gerarchizzare” l’assistenza, in contrapposizione al corretto
principio che la vedrebbe “generalizzata”, cosicché sarà garantita a tutti
solo l’assistenza minima con il drammatico impatto che si assisterà ad una
ricaduta del livello dello stato di Salute di gran parte della popolazione
di questo grande (ma povero!) stato sudamericano.
La Nuova
Zelanda formulò il suo primo sistema sanitario facendo proprie
le caratteristiche istituzionali ed organizzative del sistema inglese. Un
sistema che assicurava l’universalità dell’assistenza e che, quindi, garantiva
l’accesso libero ai servizi a tutta la popolazione; un sistema che prevedeva
il costo-finanziamento del servizio a totale carico dello Stato; un sistema,
infine, che escludeva ogni partecipazione diretta del cittadino alla spesa
della prestazione richiesta.
Negli anni ’80 il sistema venne regionalizzato attraverso l’individuazione
di quattordici Consigli sanitari regionali35 composti da esponenti individuati
dalla “politica” locale, solo in una fase successiva coadiuvati da altri componenti
tecnici di nomina governativa.
A tali autonomie locali veniva garantito il finanziamento da parte del Parlamento,
finanziamento che però di fatto era costituito da “risorse quasi a destinazione
vincolata”, in quanto appena necessario a garantire soprattutto il funzionamento
delle strutture ospedaliere esistenti.
Tra il 1991 ed il 199336 si tracciarono le linee della grande riforma, riforma
che è entrata in vigore nel mese di luglio del 1998. Con tale riforma, tra
l’altro: - veniva individuato ed istituito una sorta di Fondo comune, un pooling,
nel quale far confluire le fonti finanziarie necessarie al finanziamento dell’assistenza
sanitaria di primo e secondo livello; - venivano istituite quattro Agenzie
sanitarie regionali alle quali venivano assegnate le responsabilità degli
acquisti, istituzioni queste finanziate attraverso il sistema della quota
capitaria secca; - venivano “cancellati” i consigli sanitari regionali e gli
ospedali pubblici trasformati in ventitré “imprese sanitarie della Corona”37
, ispirate a principi tipicamente privatistici e remunerate in base alle prestazioni
sanitarie rese; - veniva offerta l’opportunità ad ogni cittadino di poter
scegliere, in alternativa all’assistenza pubblica, un piano di assistenza
sanitaria privata a parziale carico dello Stato; - venivano, infine, sensibilmente
aumentate le partecipazioni al servizio (i ticket) da parte degli utenti e,
contemporaneamente, introdotti delle diminuzioni per i cittadini “poveri”
ovvero per gli affetti da particolari patologie.
Su alcune di queste scelte negli anni successivi furono apportati dei correttivi,
dei quali alcuni realizzati nei fatti senza con questo però codificarne la
svolta.
Il più sintomatico di questi “aggiustamenti” è quello contenuto in una dichiarazione
o meglio in una raccomandazione partecipata all’indirizzo delle suddette ventitrè
“imprese sanitarie della Corona” che si invitavano ad essere più “socialmente
responsabili” e, quindi, meno “profit”, nel senso di essere meno attente all’applicazione
dei principi di ispirazione tipicamente privatistico-aziendale per essere
più vicine ai bisogni della gente.
I modelli sanitari analizzati, alquanto differenti tra loro (si passa, infatti,
per fermarci in Europa, dal Servizio Sanitario Nazionale prevalentemente pubblico
di Gran Bretagna, Spagna e Svezia, al modello mutualistico di Germania, Francia
e Belgio, al modello olandese caratterizzato da una decisa deregulation che
mette insieme assicurazioni sociali e private, con prevalenza di fornitori
privati sottoposti, però, a minuziosa verifica da parte del pubblico) hanno
seguito, certamente in modi e tempi diversi, due uniche direttrici:
- a) la separazione tra responsabilità sul lato della domanda, che può essere
affidata a mutue, assicurazioni ovvero autorità regionali e locali, e responsabilità
sul lato dell’offerta, rappresentata dalle tradizionali strutture ospedaliere,
in un sistema dove si integrano strutture pubbliche, private profit e non;
- b) un maggior livello di decentramento della responsabilità sul lato della
domanda38 .
(continua)
Ettore
Jorio
Professore di Diritto Sanitario
Università
della Calabria






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ABSTRACT
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CURRICULUM
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