| MARZO 1999 |

Non capita di frequente che un'opera di fantasiacontenga porzioni problematiche di realtà così urgenti da farti venire l'angoscia, da offrirti, letteralmente squadernati, presente e futuro, da raffigurarti con un'icasticità drammaturgica eccezionale due diverse, opposte visioni del mondo. In una stagione in cui altri film sono assai significativi per la rilettura formale e sostanziale del passato (penso a “La vita è bella”, di Benigni, con l'interrogativo che si tira dietro su come parlare dell'olocausto, da un lato, e “Salvate il soldato Ryan”, o anche “La sottile linea rossa”, a proposito dei conti da chiudere con la Guerra dall'altro), si staglia una pellicola come l'americano
“Nemico pubblico”. Un capolavoro cinematografico? No, perché la regia piena di inventiva tecnica di Tony Scott, fratello del più famoso Ridley - “Blade Runner” - e come lui di estrazione da “commercials”, e l'interpretazione micidiale di Gene Hackman e Will Smith non assolvono un po' di confusione tra la parte concettuale e quella d'azione, non sempre fuse bene e senza noia. E allora? Perché uso il termine "eccezionale" per queste due ore, assai frequentate nelle sale italiane e certamente destinate al successo tv e home-video? Partiamo dai dati. In una relazione all'Antimafia, la commissione interparlamentare antimafia, della deputata di Forza Italia Tiziana Maiolo, le intercettazioni telefoniche negli Stati Uniti sono state 1.154 nel '94, 1.058 nel '95, 1.149 nel '96. Il film di Scott ha come base, trama, suggestione la possibilità di controllare la privacy di ognuno, grazie ai sofisticati sistemi satellitari che ormai permettono ai detentori del potere di spiarti ovunque e comunque. Ma letto su un giornale, questo aspetto non ti sconvolge del tutto, o almeno non ti arriva dentro. La fenomenale scena del parco, nel film, in cui il protagonista viene intercettato da una ragnatela di microfoni di ultimissima generazione, e quindi ascoltato e inquadrato così da farti venire i brividi, invece, può fare da logo sensazionale per quello che ci aspetta. Ho scritto “ci aspetta”? Forse ho sbagliato. Secondo la relazione - Maiolo, infatti, in Italia le intercettazioni telefoniche e ambientali tra il '92 e il '97 sono triplicate: dai 15.360 decreti emessi dai giudici per autorizzarle nell'anno della “deflagrazione” di Mani Pulite, siamo passati nel '95 a 44.176 intercettazioni. Oggi sarebbero stimate vicino (od oltre?) alle 100.000. A cavallo tra febbraio e marzo scorso senza eccessivo clamore - almeno diciamo “non proporzionato” alle dimensioni e alle implicazioni
del fenomeno - si è discussa in Parlamento una legge sulla materia, naturalmente e purtroppo “strumentale” agli schieramenti politici. Ovvero, in soldoni: l'opposizione, leggi Berlusconi, batte sul tasto dell'illiberalità di queste misure giudiziarie allargate, mentre spezzoni della maggioranza - quelli che hanno poco o punto bisogno di negoziare altra “merce” politica con il Berlusca - puntano più alla difesa del cittadino, alla sua sicurezza grazie a questa sorta di “scudo stellare intercettivo” nei confronti della delinquenza organizzata. Prima osservazione: dunque, meraviglioso paradosso, c'è un film americano che sta parlando più di noi, che degli americani stessi? E questo mentre per tutto o quasi non siamo che conseguenze di accadimenti degli USA? Li abbiamo forse sorpassati in tromba in questa gara? Ancora: questa questione non meriterebbe un dibattito autentico, degno della serietà della cosa, collegato al film proprio perché niente come il film citato rende l'idea e avvicina il problema? Invece nulla. E poi: se, andando al di là degli schieramenti partitici e della strumentalizzazione della faccenda intercettazioni, si va a posizioni più profonde, ci si ritrova a schematizzare - come è avvenuto per “garantismo” e “giustizialismo” riguardo ogni
versante di Mani Pulite e del rapporto tra politica e giustizia - tra politici e magistrati, tra chi mette al primo posto la “liberta” e chi la “giustizia”. Sono le due visioni del mondo cui accennavo all'inizio di queste righe. Se pensi che venga prima la “libertà”, ti rifai a un'idea dell'uomo né buono né cattivo non affidabile. Nell'altro caso, se distingui tra gente per bene e gente per male, ti fidi che tu venga difeso dai “cattivi”, grazie a ogni mezzo della “giustizia”. Però così schematizzando e “manicheando”, come risulta non facesse in realtà nemmeno il sacerdote Mani all'origine del termine, non si va da nessuna parte. Ci sono piani in cui si devono non solo scontrare, ma piuttosto confrontare e incontrare, le due esigenze: del diritto alla privacy, ma anche del diritto a veder garantita la tua “vita normale”. Non mi fido dei controlli e soprattutto dei controllori, ma non mi fido nemmeno di quelli che gridano contro i controlli perché hanno armadi ricolmi di scheletri. Sono entrambi, pericolosi “Nemici pubblici”.
Le illustrazioni sono tratte dal film "Enemy of the State" di Tony Scott, di cui si tratta nell'articolo
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