| MARZO 1999 |

Livio CaputoNei quarant'anni della guerra fredda, infinite volte l'Europa ha criticato le scelte politiche degli Stati Uniti ma, con la significativa eccezione del generale De Gaulle, che abbandonò addirittura la struttura militare
dell'Alleanza Atlantica, i dissensi sono sempre stati contenuti da una specie di stato di necessità. Totalmente dipendenti dall'ombrello nucleare statunitense per la propria difesa contro l'espansionismo sovietico, gli europei finivano con il rientrare nei ranghi, o, come nel caso della guerra in Vietnam, con il limitarsi a una astensione critica. “Questi americani non ci piacciono, ma sono gli unici americani che abbiamo”, disse una volta il cancelliere tedesco Helmut Schmidt dopo uno scontro con Ronald Reagan sui rapporti con Mosca. Ma, da quando l'URSS non esiste più, e al vecchio mondo bipolare è subentrato un sistema molto più articolato, in cui gli interessi nazionali hanno ripreso in molti casi il sopravvento e la sicurezza collettiva richiede soprattutto prontezza e agilità nell'arginare i focolai di conflitto regionali, la leadership americana viene messa sempre più spesso in discussione. Tutti riconoscono che gli USA sono l'unica superpotenza rimasta, che qualsiasi operazione militare di una qualche portata richiede la sua partecipazione, che la sua potenza aeronavale e il suo sistema mondiale di intelligence rimangono insostituibili e che la sua poderosa economia resta l'unica locomotiva funzionante in un momento in cui tutti gli altri sono in crisi.
Tuttavia, le scelte di politica estera del presidente Clinton e del suo Segretario di Stato Madeleine Albright convincono sempre di meno. E' assai diffusa la sensazione che Washington non abbia un disegno globale, reagisca alle crisi anziché cercare di prevenirle, e ricorra troppo spesso all'esibizione di muscoli invece che alla diplomazia con la “D” maiuscola. Per quanto Clinton abbia ribadito ancora a fine febbraio, in un importante discorso pronunciato a San Francisco, che la politica estera rappresenta tuttora una priorità assoluta per la Casa Bianca, questo non è sempre confermato dai fatti. Il risultato è che gli alleati faticano spesso a comprendere quali siano i reali obbiettivi degli Stati Uniti, quali mezzi siano disponibili a impiegare e in che misura perseguano interessi accettabili anche ai partners. Nell'ultimo anno, ci sono stati almeno tre casi in cui l'alleanza USA-Europa ha rivelato preoccupanti scricchiolii: l'Iraq, il Kosovo e la Cina. Ma non sono certo i soli. Divergenze profonde si sono registrate nella contesa per l'egemonia in Africa equatoriale, nella politica verso la Turchia e Israele, senza contare le querelles di carattere commerciale come la famigerata guerra delle banane. La mancanza di un ben identificabile nemico comune, come era l'URSS di Stalin, Krusciov e Brezhnev, allenta progressivamente i legami che avevano unito per tanto tempo le due sponde dell'Atlantico e fa riprendere quota ai “partiti antiamericani” che, a destra come a sinistra, sono sempre esistiti nei Paesi dell'Unione e cui Bill Clinton, con la componente di arroganza che lo distingue, fornisce continuamente nuova benzina.
La vicenda irachena è, probabilmente, la più emblematica della situazione che è venuta a crearsi. Quando Saddam Hussein invase il Kuwait nel 1990, il presidente Bush non incontrò alcuna difficoltà a convincere l'intero Occidente (oltre a quasi tutto il mondo arabo) a scendere in campo contro di lui, e riaffermò nello stesso tempo la leadership americana e la necessità di una mobilitazione corale contro chi rappresenta una minaccia per l'ordine mondiale. Quando otto anni dopo, lo stesso Saddam ha sfidato nuovamente il mondo intero, violando le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza per lo smantellamento del suo arsenale di armi nucleari, chimiche e batteriologiche, soltanto la Gran Bretagna lo ha seguito sulla strada della rappresaglia e ha messo la sua forza aerea a disposizione per la campagna di bombardamenti contro gli obbiettivi militari iracheni. Gli altri europei hanno o adottato una posizione di aperta contestazione come la Francia, o sono rimasti criticamente alla finestra come Italia e Germania. Ma se i governi hanno cercato di evitare, per ovvie ragioni, uno scontro aperto con Washington in una situazione estremamente delicata, i Parlamenti, che sono meno soggetti alle esigenze della Realpolitik, si sono abbandonati a un'autentica orgia di antiamericanismo: ultimo esempio, la risoluzione della Commissione Esteri di Montecitorio che invita l'Italia a riaprire subito la nostra ambasciata a Baghdad e impegnarsi alle Nazioni Unite per la fine delle sanzioni. Se, in parte, questi fenomeni sono attribuibili agli interessi commerciali che l'Europa ha in Iraq e a una diversa valutazione della minaccia che Saddam rappresenta, essi sono anche il frutto della poca chiarezza della politica della Casa Bianca, criticata anche dalla grande stampa statunitense.
Quando Clinton (allora alle prese con l'affare Lewinski) lanciò l'operazione “Volpe nel deserto”, molti ritennero che questa volte l'America intendesse andare fino in fondo, cioè puntare al rovesciamento di Saddam e quindi a una rimozione definitiva del bubbone iracheno. Invece, dopo quattro giorni di martellamenti – non si sa quanto efficaci – da parte dell'aviazione, le operazioni vennero sospese per il Ramadan e riprese, con intensità molto inferiore e con il pretesto della tutela delle aree di interdizione al volo stabilite dall'ONU, soltanto a febbraio. Nello stesso tempo, gli americani hanno intensificato ostentatamente il loro appoggio alle (un po' evanescenti) opposizioni interne irachene, giocato di sponda con i Curdi del Nord e gli Sciiti del Sud, cercato addirittura un riavvicinamento con gli ayatollah di Teheran in evidente proiezione antirachena. Tutto bene nel senso che, se l'operazione riuscisse e il rais di Baghdad potesse essere davvero rimosso dalla scena attraverso una sollevazione interna, gli europei non potrebbero che compiacersi o almeno abbozzare. Il fatto è che le mosse di Washington appaiono disordinate, non ben finalizzate e talvolta anche contraddittorie; per cui gli europei, nel timore di essere coinvolti in un fallimento, se ne lavano le mani o – come nel caso di Parigi – remano addirittura contro, flirtando con le posizioni filo-Saddam della Russia.
Il balletto euro-americano cui abbiamo assistito nella gestione del problema Kosovo è non meno istruttivo. Qui gli interessi delle due parti coincidono: cercare di spegnere la miccia di un conflitto che, per le sue implicazioni internazionali, potrebbe essere ancora più dirompente di quello della Bosnia, con il minimo coinvolgimento militare diretto possibile. Sulle prime Washington ha cercato di restare in disparte, lasciando agli europei, che avevano clamorosamente fallito in occasioni delle precedenti crisi l'onere di presiedere alle trattative tra Belgrado e i kosovari e di guidare, in caso di accordo, il corpo di spedizione della NATO che dovrebbe assicurare sul terreno il rispetto della tregua.Ma è stata la Casa Bianca a insistere perl'imposizione – sempre pericolosa nei Balcani – di un preciso ultimatum alla Serbia (“O accettate un accordo entro un certo giorno, o sottoponiamo anche voi a una specie di cura Baghdad”), ed è sempre stata la Casa Bianca, evidentemente un po' digiuna di storia locale, a comportarsi come se l'accordo con i Kosovari sulla base di una semplice concessione dell'autonomia fosse già acquisito. Madeleine Albright, piombata a Rambouillet con l'aria di dire agli europei “Ragazzi, lasciatemi lavorare” è così incappata in un doppio infortunio.
Da un lato, ha dovuto rimangiarsi, anche per l'unanime parere degli altri membri del Gruppo di contatto, l'ultimatum ai Serbi perché non erano più gli unici “cattivi”, dall'altro ha dovuto prendere atto che i kosovari, ringalluzziti dalle troppo scoperte simpatie americane per la loro causa, puntavano ormai senza remore su una secessione dalla Serbia e una costituzione di Stato indipendente che l'Europa, memore delle guerre balcaniche d'inizio secolo, non ha alcuna intenzione di accettare. Nel complesso gli americani, sempre pronti a brandire la minaccia dei loro invincibili bombardieri, hanno fatto in questo caso la figura degli elefanti in un negozio di cristalleria. Per loro sfortuna, alla vicenda del Kosovo è venuta a sovrapporsi quella di Abdullah Ocalan, che ha riportato alla ribalta l'annosa questione curda e messo contemporaneamente in luce le contraddizioni della politica americana in materia di tutela delle minoranze. Mentre Clinton è stato senza dubbio assai più risoluto degli europei nel prendere le parti dei kosovari contro la Serbia (e a glissare sulle loro evidenti responsabilità nell'acuirsi del conflitto), nella storia del capo del PKK e dei suoi seguaci ha assunto l'atteggiamento opposto: aiuto determinante alla Turchia nella operazione di commando che ha portato alla sua cattura, chiusura alle richieste di autonomia dei curdi dell'Anatolia orientale e relativa tolleranza nei confronti delle violazioni dei diritti umani commesse da Ankara.
Il partito antiamericano ha avuto così buon gioco nel rilevare come Washington usi spesso, in questi casi, due pesi e due misure, considerando “disastri umanitari” meritevoli di intervento quelli provocati da regimi a lei ostili e che sarebbe propensa ad abbattere, come quelli di Milosevic e dello stesso Saddam, e sorvolando invece su quelli provocati da governi alleati, come è sicuramente quello turco, soprattutto se avvengono nella cornice di una politica di suo gradimento. Il terzo dossier piuttosto imbarazzante per Clinton è quello cinese. La Casa Bianca ha sempre oscillato, in maniera poco coerente, tra una politica realistica, incentrata sul mantenimento dei delicati equilibri dell'Asia sudorientale e sugli immensi interessi economici e commerciali degli Stati Uniti in un Paese di un miliardo e 200 milioni di abitanti in rapido sviluppo, e un'altra più idealistica di tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali in quella che rimane, tutto sommato, l'ultima vera potenza comunista del mondo. Nel fare questo, ha commesso molti sbagli e ha anche creato inutili risentimenti negli altri grandi Paesi della regione. A Nuova Delhi, tanto per fare un esempio, non hanno mai capito perché Washington chiuda sistematicamente gli occhi di fronte al potenziamento dell'arsenale nucleare cinese, che presto sarà in condizione di minacciare non solo il Giappone, ma lo stessa costa occidentale degli Stati Uniti, mentre ha addirittura comminato sanzioni all'India quando questa si è permessa, lo scorso anno, di effettuare una modestissima serie di esperimenti atomici.
Perché, si chiedono in sostanza nel subcontinente, l'America strizza l'occhio alla Cina, il più grande stato autoritario del mondo, e tratta con ostile distacco l'India, che del mondo è invece la più grande democrazia? Ma è la mancanza di risultati tangibili della politica clintoniana che suscita più critiche non solo in Europa, ma nello stesso mondo politico americano, che non ha mai del tutto digerito l'abbandono della fedele Taiwan a favore dell'infida Repubblica Popolare. Ha scritto di recente il Washington Post: ”Quando l'amministrazione Clinton ha lanciato la sua politica di cooperazione con la Cina, ha dipinto uno scenario fosco della scelta alternativa: se l'America non cercava rapporti più stretti, il gigante asiatico sarebbe diventato più ostile, Il processo di democratizzazione e la tutela dei diritti umani ne avrebbero risentito. La Cina non avrebbe collaborato con gli Stati Uniti nella gestione delle tensioni. Ebbene, il presidente Clinton è andato in Cina a promuovere la sua “partnership strategica” e guardate quali sono i risultati. Un massiccio spiegamento missilistico contro Taiwan; un veto cinese al Consiglio di Sicurezza contro il prolungamento della missione dei Caschi Blu in Macedonia; una politica di aggressione nell'arcipelago delle Spratly; costanti minacce contro lo stato di diritto ad Hong Kong; sabotaggio degli sforzi americani di accedere agli impianti nucleari della Corea del Nord sospetti di produrre materiale fissile per bombe; assistenza al regime di Pyongyang nello sviluppo del suo programma missilistico. E poi, naturalmente, c'è la repressione contro ogni forma di dissenso politico, nella stessa Cina e ancor più nel Tibet. Insomma, abbiamo irritato i nostri tradizionali alleati nella regione senza ottenere praticamente nulla in cambio”. Queste incongruenze e contraddizioni della superpotenza americana che, conscia del proprio ruolo, tende a consultare sempre meno gli alleati e a fare sempre più da sola, hanno naturalmente l'effetto di alimentare le velleità di indipendenza dell'Europa, che sarebbe anche istituzionalmente tenuta a sviluppare un propria politica estera e di sicurezza comune. Ma, fino adesso, ha avuto un impatto di diversa intensità da Paese a Paese. Ha stimolato la Francia a lanciare un aperto j'accuse contro l'egemonismo di Clinton, nella scia della tradizione gaullista; ha incoraggiato la Germania rosso-verde a un ripensamento della politica di totale allineamento con l'America seguita da Helmut Kohl; ha stimolato un serio dibattito perfino in Gran Bretagna, se sia più opportuno mantenere la tradizionale e relativamente acritica collaborazione transatlantica o armonizzare maggiormente la propria diplomazia con quella degli altri Paesi dell'Unione. Se, però, questi dubbi produrranno, oltre a tanti mugugni, anche una maggiore spinta verso l'unità, e indurranno anche l'Europa a prendere le misure necessarie per garantire all'Europa una effettiva autonomia d'azione anche sul piano militare, rimane da vedere.![]()