MARZO 1999

      

   

C'è stata grande polemica in Italia per una presa di posizione della rivista dei gesuiti “Civiltà Cattolica” contro gli animalisti. E' stato scritto che “l'uomo, in quanto essere spirituale, non soltanto è diverso dagli animali, ma è superiore ad essi e quindi ha diritti che gli animali non hanno”. Le reazioni sono state durissime e proprio un prelato, evidentemente non gesuita, ha dichiarato ai giornali: “Bisognerebbe regalare ai gesuiti un cane e un gatto, sono sicuro che cambierebbero atteggiamento”. Lasciamo questa polemica e, a proposito di animali, facciamo una constatazione: pare che il nostro sia un tempo felice soprattutto per i gatti. Tante vecchie superstizioni e diavolerie sono state accantonate, un settore dell'industria alimentare pensa al loro cibo, ed è normale vederli negli spot televisivi mentre fanno rotolare gomitoli. Sono loro ad avere insegnato ai grandi assi del calcio, ai Pelè, ai Maradona, ai Ronaldo, l'arte di spingere la palla con i piedi senza che sia offesa l'eleganza e la fulminea astuzia dei passi. Sempre negli spot, prima di affondare il muso nella ciotola, il gatto è ripreso mentre cammina sulla tastiera d'un pianoforte. Ciò mi conferma nella convinzione che, per sua natura, egli sarebbe un pianista. A parte le implicazioni sulla nostalgia del seno materno, già la tendenza a “fare la pasta” (quel morbido premere delle zampe anteriori sulla lana d'un pullover, su una pelliccia, sul panno lasciato tiepido dal ferro da stiro...) rivela una disposizione a estrarre suoni con l'aiuto dei polpastrelli. Tra i gatti e la musica corrono da sempre rapporti, se un pittore come il fiammingo David Teniers il Giovane (1610-1690) dipinse un “Concerto di gatti” con tanto di spartito, e se un poeta fecondissimo di metafore come Corrado Govoni (1884-1965) attribuì “epilettici violini” ai miagolii notturni. Scrivere di gatti è difficile. Al pari della luna, delle stelle, delle nuvole, dei fiori e delle rondini, il felino domestico è un protagonista della letteratura. Il rischio è quello di ripetere immagini che sono ormai di repertorio: dalle “pose di grandi sfingi distese in fondo a solitudini”, dalle “mistiche pupille che screziano atomi d'oro”, come canta Charles Baudelaire nei “Fiori del male”, agli elogi di Pierre de Ronsard(“il gatto ha un che di sovrannaturale”), di Nicolas Boileau, di Chateaubriand, di Théophile Gautier (“è la tigre dei poveri diavoli”), di Maupassant, di Apolinnaire (“Vorrei avere nella mia casa / una donna ragionevole, / un gatto che sfiora i libri...”), di Colette, di Virginia Woolf, di Pablo Neruda, di Carlo Dossi (“lo scaldamani delle poverette”), di Umberto Saba (“non senti la gatta vibrare come un cuore?”). C'è anche l'esempio di Lope de Vega (1562-1635) che scrisse “La gattomachia”, un poema burlesco di quasi tremila versi. Stupisce che i nomi inventati dal poeta spagnolo non abbiano trovato cultori tra gli amici dei gatti, che nessuna femmina si chiami Zapaquilda e nessun maschio Marramaquiz o Micifuf.

La verità è, come sostenne un altro amico dei gatti, il poeta premio Nobel Thomas Stearns Eliot, che mettere un nome a questi felini è impresa destinata al fallimento. Si possono riempire i testi letterari di Blondine e di Shah, di Zinzin, di Pitou e d'altre esercitazioni onomatopeiche, ma il vero nome resterà sempre irraggiungibile, al di là delle nostre moine e dei nostri tentativi d'imitare il miagolio o la modulazione segreta delle fusa. Soltanto il gatto conosce il suo vero nome, registrato in chissà quale insondabile anagrafe. Eliot suggerì un'ipotesi: quando vediamo un gatto “immerso in profonda meditazione”, significa che la sua mente è fissa nella contemplazione del “pensiero del suo nome”. Ecco perché, se il cane è stato definito “candidato all'umanità”, sembra logico supporre che il gatto sia “candidato alla divinità”, come del resto lo considerano gli antichi egizi. Ma io ritengo che si possa uscire dal cerchio metafisico nel quale siamo finora rimasti. Ricordo un'immagine che mi colpì fin dai tempi in cui ero studente del liceo, quando lessi “Le confessioni di un italiano” di Ippolito Nievo: “Un vecchio gattone soriano, grave come un consigliere”. Ebbene, se penso con nostalgia al soriano che è stato in casa mia per molti anni e lo rammento immobile sul televisore o sul bracciolo d'una poltrona, rivedo veramente in lui “un consigliere”. Egli mi insegnò almeno due virtù, il silenzio e la pazienza: due virtù divenute più preziose e più rare degli “atomi d'oro” che splendevano nel fondo dei suoi occhi.


 

Quello che sto per esporre non è un racconto di fantascienza, ma un fatto accaduto veramente. Per il suo compleanno un tale, che chiameremo il signor X, riceve in regalo un personal computer, e nel giro di pochi giorni la vita in famiglia diventa allucinante. L'uomo rientra dal lavoro, saluta appena la moglie e i figli, e si piazza davanti alla macchina: quei tasti sostituiscono a poco a poco tutto il resto: l'amore, il dialogo, lo svago, i giornali, la radio, il cinema, la televisione. Se deve comunicare qualcosa, tipo “Domani sarò fuori a colazione” o “Comprami il sapone da barba”, l'uomo non ricorre più ai bigliettini, ma il messaggio appare sullo schermo del “personal”. Un irreale silenzio avvolge la casa. E se la moglie protesta, il signor X fa sapere attraverso lo schermo la sua irritazione elettronica: “Non disturbarmi. Impara il Basic e segnalami quello che vuoi sul mio calcolatore”. La vicenda è finita davanti al tribunale per una causa di divorzio. Tra le tante storie della coppia in crisi, questa è sicuramente una delle più insidiose perché non ammette possibilità di concorrenza. Contro il computer non valgono le tradizionali risorse della seduzione. Nessuna moglie (o nessun marito, se fosse una donna a innamorarsi del “personal”) avrà mai quella gelida compostezza, quella memoria segreta e prontissima, quella sconfinata capacità di silenzio. L'infelice consorte del signor X, a quanto si sa, ha imparato il Basic, ma nemmeno questo è servito a riallacciare l'ormai spento dialogo. L'addio è stato inevitabile. Il computer stava là, in un angolo del salotto, simbolo di un irreparabile adulterio tecnologico. La signora ha resistito alla tentazione di sfasciare l'odiata macchina a colpi di martello. Visto che ormai era diventata esperta di Basic, con calma si è messa a battere sui tasti l'ultimo messaggio per il signor X: “Mio caro, ti lascio per sempre. Intanto ti scrivo il mio nuovo indirizzo per il versamento degli alimenti”.

 

 

 Leadership Medica®  
  Mensile di scienza  medica e attualita`  
 Copyright 1997© All Rights Reserved