MARZO 1999 
 
  
 

 

                                                                                           Paolo Ghisoni

 Una edizione degli Australian Open che, a livello maschile, ha rischiato di riportare sul massimo gradino un nome certo non altisonante, trova in Yevgeny Kafelnikov il salvatore dell'evento sportivo di maggior richiamo nella terra dei canguri. Una edizione "funestata" dalle assenze di Sampras e Rios, rispettivamente numeri uno e due mondiali, porta tra i primi 4 giocatori tre outsiders mai approdati oltre i quarti di finale in una prova dello Slam. A far parte del gruppetto dei papabili vincitori c'è però proprio il russo di Sochi, città sul Mar Nero, già trionfatore sulla terra battuta del Roland Garros nel 1996. La nobiltà tennistica è salva dunque grazie al successo di questo 25enne dal braccio morbido, capace di un tennis a tutto campo senza limitazioni di sorta. Nato in una famiglia di sportivi praticanti, il giovane Yevgeny in età adolescenziale è stato tutto fuorché una promessa della racchetta. Nonostante gli inizi precoci (6 anni), sono il calcio e l'hockey ad attirare maggiormente l'interesse di un ragazzino che però non appena può corre in bicicletta sulle rive del Mar Nero per dilettarsi con la pesca. Nonostante la pigrizia e la dispersività, il talento lo sorregge sino ad arrivare ad essere uno dei migliori prodotti del movimento sovietico. Suo compagno di allenamenti è un certo Medvedev, ucraino capace nel 1993 di arrampicarsi sino alla sesta posizione mondiale. E' proprio Andrei in tempi non sospetti a mettere sul chi vive l'ambiente del circuito maschile: “In Russia ci sono tanti buoni giovani. E in particolare un mio coetaneo, Kafelnikov, che in allenamento non mi fa vedere la palla. Se mette la testa a posto e soprattutto trova qualcuno che lo butti giù dal letto al mattino per venire ai centri federali, la mia nazione avrà trovato un grandissimo campione”. Curiosamente Kafelnikov trova la propria consacrazione alcuni mesi dopo le premonizioni di Medvedev. Nel 1994 sale dalla 104esima alla 11esima posizione. Nel 1995 gli italiani imparano a conoscerlo nel torneo di Milano dove il russo, sempre considerato più a suo agio sulla terra rossa, sorprende in finale sul veloce indoor un certo Boris Becker. E' però il 1996 l'anno in cui il “Principe”, soprannome affibbiatogli per la sua scarsa predilezione nell'ammazzarsi di lavoro sul campo da tennis, fa il botto stagionale. Il Roland Garros gli consegna il titolo provvisorio di Re del "rosso". Per un attimo sono in molti a credere che un successo di questa portata possa significare una molla psicologica importante per le ambizioni di Yevgeny. Invece, nonostante un talento di rilievo, il russo si perde nei meandri di un anonimato certo di vertice ma non così predominante. Due stagioni nelle quali Kafelnikov conquista il titolo di stakanovista del circuito, giocando il maggior numero di incontri tra singolo e doppio rispetto a qualsiasi altro collega. Un tennis di quantità che fa a pugni con le sue predisposizioni naturali di tennista di razza, che deve focalizzare i propri sforzi su obiettivi precisi. Chi lo consiglia crede di poter individuare nell'iper-attività la giusta ricetta contro la pigrizia e l'indolenza che spesso lo assalgono sul rettangolo di gioco. Ma il giocare molto è anche una sorta di compromesso psicologico che “Il Principe” firma con se stesso; tanti tornei significano poco allenamento specifico ma soprattutto quasi assenza totale di training atletico, autentico spauracchio per il ragazzo di Sochi. I risultati parlano chiaro: l'altalena dentro e fuori i primi dieci del mondo non rende giustizia ad un tennista che non sfrutta sino in fondo, secondo tutti gli addetti ai lavori, il suo enorme potenziale. Kafelnikov solidifica con la sua dispersività la fama di genio sprecato o meglio inespresso del circuito. I vari Sampras, Rios, Rafter e Korda si dividono gli eventi clou. Anche spagnoli meno dotati ma grandi faticatori come Moya e Corretja si spartiscono briciole di gloria. Il vicolo cieco in cui sembra essersi cacciato il 24enne di Sochi è impietosamente evidenziato dalle statistiche nelle prove dello slam; dopo il trionfo parigino Yevgeny non va mai oltre i quarti di finale in quelli che potevano e dovevano essere terra di conquista. Vince anche due tornei su erba e completa nel suo palmarés la capacità di vincere su qualsiasi superficie. Questo però più che notizia fa rabbia perchè conferma quanta duttilità tennisitca vada sprecata nel momento in cui il circuito maschile è diventato monopolio di Sampras. Kafelnikov non è l'alternativa a nessuno se non a se stesso. Il finire del 1998 però consegna al russo una serie di eventi importanti. Un matrimonio forse forzato, vista la nascita pochi mesi dopo della figlia Aleysa, ed anche il sodalizio con un coach molto preparato come Larry Stefanki. Il trainer americano, che proprio ad inizio '98 aveva portato un altro personaggio non facile e poco incline al lavoro come il cileno Rios sul tetto del mondo per poche settimane, è la chiave vincente del nuovo corso. Stefanki convince “il Principe” della necessità di una condizione atletica eccellente per salire in alto nel circuito; arriva così la storica assunzione di un preparatore specifico, Igor Andreev, che prende a lavorare sulla mobilità e la resistenza allo sforzo del proprio assistito. Il resto è storia attuale con il trionfo di Melbourne in un torneo dove l'occasione era troppo ghiotta per non essere presa al volo. La contemporanea assenza di Sampras e Rios, le premature cadute di Corretja, Moya e Agassi, gli hanno consegnato una finale contro lo svedese Enqvist, il tennista più in forma di inizio '99 ma ancora acerbo quanto a titoli di prestigio. Proprio nell'evento conclusivo abbiamo visto tracce del nuovo Kafelnikov, capace di mettere sotto dal punto di vista mentale l'avversario, di risalire la china e non perdere contatto con il match in momenti nei quali solitamente si assentava. Ed anche la tenuta fisica ha contribuito notevolmente visto che si giocava con temperatura vicino ai 40 gradi. Il nuovo Principe, che potrebbe presto lasciare il soprannome per salire di più a corte, ha tradito solo un momento tracce dell'insicurezza lasciata alle spalle. Durante la premiazione, nei ringraziamenti di rito, ha incluso addirittura un certo Sampras, dicendo che se il campione americano avesse difeso il titolo, probabilmente lui non sarebbe stato il vincitore. L'ammissione non è piaciuta particolarmente al coach Stefanki, che ha ripreso pubblicamente il suo assistito. “Se Yevgeny ragiona così non andrà molto lontano. Questo successo deve soprattutto dargli fiducia e fargli capire quali sono le sue enormi potenzialità. Questo ed altri tornei lui può vincerli anche e soprattutto con la presenza di Sampras e dei migliori. Il suo tennis può e deve migliorare”. L'impressione è che, se questo sodalizio continuerà, Kafelnikov sia sulla buona strada.

 

 

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