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Nella bella cornice della Biblioteca Umanistica dell’Incoronata a Milano, vero gioiello dell’ar-r-chitettura cinquecentesca, ha lasciato vedere a molti visitatori le sue ultime opere la pittrice Marisa Settembrini, figura italiana di forte spessore pittorico.
Le opere si inserivano in un “Quartetto per l’Incoronata”, mostra volta a celebrare l’arte sacra e in specifico la Vergine dell’Incoronata, venerata non solo a Milano ma anche nel meridione d’Italia, come ad esempio nella terra di Capitanata in Puglia. C’è da dire che una costante evoluzione nella pittura si è avuta nel suo percorso in questo ultimo decennio, frantumando l’immagine in segni e macchie di colore, macchie che a volte paiono nuvole di toni che dall’alto in basso scavano per mille rivoli della tela il filo che tiene unito sia il cielo che la terra.
E pensare che Marisa Settembrini aveva iniziato a dipingere negli anni Settanta in quel clima della nuova figurazione, come allora si chiamava quella parte di avanguardia che voleva il rinnovamento della pittura. Si impose a Roma alla Quadriennale ed ebbe già nelle sue prime mostre italiane ed estere, specie quelle newyorkesi, l’attenzione della critica più qualificata che additava la novità del suo lavoro e ne coglieva la singolarità che poi via via ha trovato molteplici riferimenti.
Sanesi, attento critico e intellettuale colto, volle in quelle immagini impressionistiche che si avviavano alla consumazione, o meglio alla riduzione, cogliere quel sistema di pittura informale prima e di novità della pittura visuale poi come spettro di poesia visiva. Era una febbre di colore che riusciva a dare sulle tele emozioni colte, pur non rinnegando il riferimento alla realtà, all’immagine, alle tracce dell’accademia. Via via questa ricerca si è negli ultimi anni accentuata, salvando l’immagine solo come icona nuova, nuovissima, estrapolata da testi e contesti antichi, e innescando tecniche diverse, dal collage alla scrittura, dal segno alla gestualità.
Era questa una lezione che si affacciava in quella pittura d’avanguardia americana, dove tracce e segni accendevano memorie ma giocavano anche rimandi sul mondo pubblicitario, sulla scrittura, sulle parole, sui media che giornalmente ci piovono addosso. Da Andy Warhol a Mario Schifano la lezione è stata aperta a mille circostanze.
Qui nella Settembrini le analogie hanno lasciato il posto alla lezione colta, all’icona salvata, a una nuova icona contemporanea, a un’immagine come ritagliata fra mille, prima decontestualizzata e poi ritrovata in un mare di colore, di acque colorate, di segni aggettanti come un tornado. Opere come “linea di luna nuova, nell’amore, incoronata”, lasciano evidenziare questo lavoro di consonanza, spesse volte articolato in una serie di tele, talune grandi altre più piccole, ma tutte cariche di estrema poesia. La struttura compositiva di questi dipinti ove segno e disegno, ma anche scrittura e colore, ci offrono, come osserva il Prof. Andrea Del Guercio, soluzioni di unità estetica, ma tralasciano la proiezione personale di volti e corpi, o almeno di parti del corpo che qui rivelano quella grande lezione a suo tempo acquisita e mai dimenticata, ovvero la scuola di ritrattistica fatta alla Kunst Akademie di Monaco di Baviera. Si capirà allora come accademia e nuovo oggi convivano in una sorta di modernità in queste tele e lavori recenti della Settembrini che si pone fra le pittrici europee più in vista e più ricercate per la novità, per la cultura, per la dialettica di questa pittura. Parole, alfabeti, calligrafie sono una parte che ruota attorno alle macchie di colore, ma anche alle immagini-collage, come nella “serie de l’angelo”. Fra scrittura, iconografia e colore c’è tutto il mondo, o meglio il racconto a più voci, un racconto sempre nuovo e totalmente vissuto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Carlo Franza