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Nel lanciare la campagna contro Osama Bin Laden e la sua organizzazione Al Qaeda, i leader dell’Occidente hanno detto e ripetuto che non si tratta né di una guerra contro l’Islam né di uno “scontro tra civiltà”, ma solo della necessità di liquidare un gruppo di pericolosi fanatici che rappresentano una minaccia per il mondo intero. Grazie a questo approccio gli Stati Uniti sono riusciti – almeno sulla carta - a includere nella “grande coalizione” contro il terrorismo anche la maggior parte degli Stati musulmani, o almeno quelli che, in qualche misura, si muovono nella sua orbita.
Quando, ancora in preda all’emozione per gli attentati, il presidente Bush ha inavvertitamente parlato di “crociata” contro i terroristi, subito i suoi consiglieri lo hanno indotto a una ritrattazione per non offendere le sensibilità dei musulmani, cui il termine evoca ovviamente le antiche guerre di religione.
E quando il presidente del consiglio italiano Silvio Berlusconi si è lasciato scappare, in un momento di sincerità, che riteneva la nostra civiltà superiore a quella islamica, è stato attaccato da tutte le parti e costretto a scusarsi con gli ambasciatori arabi presenti a Roma, perché si temeva che la sua esternazione potesse nuocere agli sforzi diplomatici degli alleati. Tutti i governi fanno il possibile per impedire che un’opinione pubblica occidentale traumatizzata dagli attacchi terroristici identifichi nei musulmani i nuovi nemici, e condannano severamente ogni atto di discriminazione nei loro confronti.
Per evitare di esasperare gli animi, anche gli appelli alla “guerra santa” contro gli infedeli dello stesso Bin Laden, dei suoi più stretti collaboratori e di un buon numero di leader religiosi dall’Atlantico al Pacifico tendono a essere liquidati come deliri di estremisti senza reale seguito popolare.
Se qualcuno propone di alzare una barriera contro l’immigrazione musulmana in Europa, viene prontamente etichettato come “razzista” anche da parte di quei cattolici che più hanno da temere da un forte insediamento dell’Islam nel nostro continente. In un’ottica geopolitica ed economica, l’Occidente ha mille e una ragione per evitare che la guerra ad Al Qaeda si trasformi in un conflitto con l’insieme del mondo islamico, che conta più di un miliardo di persone e controlla oltre la metà delle riserve petrolifere del globo. Ma, se guardiamo agli eventi in una prospettiva storica e culturale, è difficile negare che il tanto paventato “scontro di civiltà” esiste da quasi 1400 anni, ha dato e continua a dar luogo a scontri cruenti e che l’attacco alle Torri gemelle di New York dovrebbe diventare – nella mente di chi l’ha concepito – il catalizzatore capace di aprire un suo nuovo capitolo.
Bin Laden, in altre parole, ha cercato con le sue azioni di coagulare intorno a sé (o ai suoi successori) le forze scatenate dal cosiddetto “Risveglio islamico” degli anni Settanta e Ottanta, proponendosi a tutti i musulmani – per usare un’efficace immagine di Gianni De Michelis – come il “califfo virtuale”. Nasconderemmo la testa sotto la sabbia se negassimo che queste forze sono imponenti, diffuse in tutti i Paesi islamici qualunque sia la loro forma di governo, e possono contare su una massa di giovani che, per motivi non sempre omogenei e spesso anche irrazionali, odiano l’Occidente e sono pronti a scendere in campo contro di esso.
Se noi, italiani o americani, francesi o inglesi, non abbiamo oggettivamente alcun interesse a tornare a Poitiers, Lepanto o Vienna, perché siamo in una situazione di netta superiorità che ci conviene mantenere e consolidare, loro hanno, al contrario, poco da perdere dalla fine del periodo di coesistenza (in realtà mai molto pacifica) che ha caratterizzato il XX secolo. Per loro non si intendono qui i governi, che si muovono in una logica di potere e solo in pochi casi (Iran, Iraq, Afghanistan, Sudan fino alla recente svolta) hanno finora sfidato apertamente l’America, ma le masse, che da una collaborazione con l’Occidente quale viene praticata dall’Egitto o dal Pakistan hanno tratto finora pochi benefici. “L’Islam è la soluzione”, è stato, fin dalle origini, lo slogan del Risveglio, concepito come il tentativo di modernizzare il mondo musulmano senza occidentalizzarlo, di affrancare il suo sviluppo dalla troppo incombente influenza americana ed europea. All’inizio il movimento non era fondamentalista nel senso oggi attribuito a questa parola.
Molti studiosi lo hanno paragonato alla Riforma protestante, presentandolo come una reazione contro l’immobilismo e la corruzione delle istituzioni e un tentativo di riportare la società alle sue origini religiose. Fu solo in secondo tempo, di fronte alle resistenze incontrate ai vertici, che esso cominciò a radicalizzarsi, dando vita a partiti politici spesso propensi a ricorrere alla violenza contro regimi in genere privi di legittimità democratica. Il caso più noto è rappresentato dall’Algeria, dove il Fronte Islamico di Salvezza, dopo una effimera vittoria elettorale subito vanificata da un colpo di Stato dei militari, ha scatenato una guerra civile durata dieci anni che ha fatto centinaia di migliaia di vittime. Ovunque, il Risveglio ha trovato alimento nello straordinario boom demografico, con tassi di crescita del 2,5-3% annui, che ha fatto sì che i musulmani siano passati in soli vent’anni dal 18 al 20 per cento della popolazione mondiale. Sono stati soprattutto i giovani, con la loro naturale carica rivoluzionaria, a conferire con il passare del tempo al movimento le sue attuali caratteristiche estremiste.
Le profonde divisioni etniche e religiose del mondo islamico e il carattere autoritario dei suoi governi hanno impedito che il Risveglio avesse le conseguenze politiche di una Rivoluzione francese o di una Rivoluzione russa. Come il marxismo rifiutava lo stato nazionale in nome dell’unità del proletariato, così il fondamentalismo lo nega a favore dell’unità dell’Islam.
Ma la sola espressione di questa unità è l’Organizzazione della Conferenza islamica, costituita a Gedda nel 1972 sotto il patrocinio dell’Arabia saudita, che rispecchia gli orientamenti dei vertici piuttosto che della base e comunque ha sempre avuto un peso abbastanza limitato. Alla fine degli anni Settanta i fondamentalisti sono andati al potere in Iran, rovesciando con lo Scià il più grande assertore della occidentalizzazione, ma gli ayatollah persiani e sciiti non sono mai riusciti a esportare il loro credo nel mondo arabo e sunnita. Hanno, per un decennio, governato il Sudan, ma il Paese era troppo povero per diventare leader. Hanno, a intermittenza, assunto il controllo del Pakistan, senza peraltro riuscire a consolidarlo. Sono stati tollerati, e in alcuni casi aiutati, dalle monarchie feudali del Golfo, da sempre combattute tra una naturale simpatia per la loro causa e la necessità della protezione militare americana. Hanno perfino fatto un tentativo di scalata al governo della Turchia, il Paese più laico ed occidentale della galassia islamica, ma hanno finito con l’essere ricacciati nel ghetto dall’esercito. Sono stati addirittura schiacciati in Paesi che pure non possono essere considerati amici dell’Occidente e sono oggi sospettati di essere tra i burattinai del terrorismo, come l’Iraq e la Siria. Con la sua opera di proselitismo tra le masse, il fondamentalismo è comunque il principale responsabile sia dell’ondata antioccidentale che ha investito negli ultimi anni il mondo islamico, sia dei conflitti a sfondo religioso che hanno contrassegnato l’ultimo ventennio. Esso ha dato nuova fiducia ai musulmani nel superiore valore della loro civiltà rispetto a quella occidentale (un concetto esattamente speculare a quello espresso da Berlusconi, e senza dubbio condiviso dalla stragrande maggioranza degli europei); ha alimentato il risentimento dei musulmani per le ingerenze, economiche e militari, dell’Occidente nella loro parte del mondo; ha ridotto o addirittura soppresso la tolleranza nei confronti degli aderenti alle altre religioni, portando alla violenta sottomissione dei Cristiano-Maroniti in Libano, al massacro dei cristiano-animisti del Sudan meridionale e alla persecuzione dei cattolici delle Molucche. Perfino la scomparsa, dieci anni fa, del nemico comune – il comunismo sovietico – ha impresso nuovo slancio a una conflittualità che ha radici nella storia, nella religione, nei costumi, nell’economia e che neppure la più equa delle globalizzazioni arriverà mai a estirpare. A parte il conflitto arabo-israeliano, che rappresenta addirittura un “classico” del genere, anche le guerre balcaniche degli anni Novanta possono essere ricondotte, in misura maggiore o minore, a questo scontro tra civiltà, sebbene le linee divisorie non siano sempre state chiare: l’attacco della Serbia ortodossa alla Bosnia musulmana, il tentativo della stessa Serbia di schiacciare i separatisti musulmani del Kosovo, la contrapposizione violenta tra maggioranza slava e minoranza albanese in Macedonia rientrano senza dubbio nella casistica delle “guerre di religione”.
In questi casi, l’Occidente è andato, in nome della difesa dei diritti umani, in soccorso dei musulmani, salvo ad accorgersi presto di avere in realtà contribuito alla crescita di movimenti estremisti molto pericolosi soprattutto in proiezione futura. Nonostante la presenza della NATO, sia la Bosnia sia il Kosovo forniscono infatti oggi ospitalità ad organizzazioni legate ad Al Qaeda e funzionano a tutti gli effetti da teste di ponte del fondamentalismo islamico in Europa. Altre guerre che possono essere ricondotte alla contrapposizione tra Cristianesimo ed Islam sono quelle scoppiate nel Caucaso dopo la dissoluzione dell’URSS: quella tra Armeni ed Azeri per il possesso del Nagorno-Karabakh, quella tra georgiani e abkhazi nella fascia costiera del Mar Nero e, in ultima analisi, anche quella tra Russi e Ceceni, che non a caso hanno sposato la causa fondamentalista e sono ricorsi all’aiuto di Bin Laden.
Il presidente Putin è talmente cosciente della minaccia islamica per la Russia, non soltanto nel Caucaso ma anche in Asia centrale, che si è schierato senza riserve con l’America nella guerra ad Al Qaeda. Mentre, in Occidente, i teorici dello scontro di civiltà sono abbastanza rari (Samuel Huntington soprattutto, e in parte Bernard Lewis), nel mondo islamico questa è, di gran lunga, la tesi prevalente tra accademici, giornalisti e leader religiosi fin dall’inizio degli anni Novanta.
Riportiamo alcune delle citazioni più significative riportate dallo stesso Huntington: “Vi sono segni inconfutabili di uno scontro finale tra l’etica giudaico-cristiana occidentale e il movimento del Risveglio islamico”. “Il prossimo nemico che l’Occidente dovrà affrontare sarà l’Islam, che cercherà di rovesciare l’attuale ordine mondiale che lo vede in una condizione intollerabilmente subordinata”. “Il colonialismo ha cercato di alterare le tradizioni culturali dell’Islam. Ora che ce ne siamo liberati, dobbiamo portare avanti la lotta e sbarazzarci dell’influenza occidentale sulla nostra società, sulla nostra politica e sulla nostra morale”. Anche autori considerati moderni e aperti all’innovazione come Fatima Mernissi esprimono un giudizio totalmente negativo sull’Occidente, definito militarista, imperialista e prevaricatore.
E’ ancora presto per dire come il grosso dell’intelligentia islamica si schiererà nella guerra dell’Occidente contro Bin Laden, Al Qaeda e i Talebani, ma dopo le condanne formali e doverose degli attentati dell’11 settembre l’orientamento ha cominciato presto a cambiare, traducendosi prima in una richiesta di sospensione dei bombardamenti sull’Afghanistan e poi in una critica sempre più risoluta della ennesima intrusione degli infedeli in terra musulmana. Coscienti o no delle conseguenze delle loro azioni, molti intellettuali stanno già facendo il gioco del “principe del terrore”, che ha nella mobilitazione antioccidentale del mondo islamico il suo obbiettivo più realistico. Già nel 1996, Huntington sosteneva che, fin dall’avvento al potere a Teheran dell’ayatollah Khomeini (paradossalmente favorito da una parte dell’Europa, e in modo particolare dalla Francia) vige tra Islam e Occidente uno stato di “quasi guerra”. “Quasi”, secondo lo studioso americano, per tre ragioni. La prima, che coinvolgeva solo una parte relativamente modesta degli Stati islamici, oltre a un gran numero di organizzazioni di base ostili ai governi che – per ragioni economiche o militari - collaborano tuttora con gli Stati Uniti.
La seconda, che, dopo l’operazione “Tempesta nel deserto” per la liberazione del Kuwait, essa veniva combattuta con mezzi limitati, terrorismo da una parte, bombardamenti aerei e sanzioni economiche dall’altra.
La terza, perché si svolgeva tuttora a corrente alternata, con periodi di alta conflittualità interrotti da fasi di tregua. Se questo era vero cinque anni fa, lo è a maggior ragione oggi, e con ogni probabilità lo sarà ancora di più in futuro. “Il problema di fondo per l’Occidente” concludeva infatti Huntington il capitolo sul rapporto tra i due mondi, scatenando la violenta reazione di buona parte del mondo accademico ”non è il fondamentalismo islamico.
E’ l’Islam stesso, una civiltà diversa le cui genti sono convinte della superiorità della propria cultura e ossessionati dalla inferiorità del proprio potere. Il problema per l’Islam non è la CIA o il Pentagono, ma l’Occidente nel suo insieme, una civiltà diversa le cui genti sono a loro volta persuase dell’universalità della propria cultura e ritengono che il loro superiore potere impone loro l’obbligo di diffonderne i valori in tutto il globo”. Speriamo che abbia torto, ma è legittimo temere che abbia ragione.
Speriamo soprattutto che i nostri governanti abbiano ben presente l’evoluzione del mondo islamico e ne tengano conto nel formulare non solo la politica estera, ma anche quella dell’immigrazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Livio Caputo