

Mi aspetta nel parco
a forma di mezzaluna che circonda La Portena, i capelli biondi che il tempo
ha reso cenere, le gambe arcuate di una vita passata in sella. I cavalli sono
al campo, il bestiame al pascolo, e l’unico rumore è il canto degli uccelli,
assordante se vai a sdraiarti sotto gli alberi: cipressi, querce, cedri. “Il
corpo centrale della casa è rimasto come allora” mi dice “con la veranda aperta,
lo studio al primo piano. Qui gli architetti non si usavano.
Qualche parente più portato al disegno faceva uno schizzo in base alle indicazioni
ricevute, poi si tiravano su i muri e la stanza nuova che serviva. Vede quel
cornicione che si interrompe e poi riprende? Era un decoro all’italiana. La
finestra che lo spezza è stata aperta dopo”.
Sulla sinistra c’è il campo da polo e, a fianco del fogon, il camino in pietra
per la brace, c’è uno stanzone dove troneggia una specie di imbracatura meccanica
per imparare i movimenti. “Non è difficile”, vorrebbe convincermi: “basta
essere tutt’uno con il cavallo”.
Lui si chiama Manuel José Guiraldes: suo nonno scrisse qui “Don Segundo
Sombra”, il libro che incarna il gaucho e l’anima argentina. Poco più
in là c’è il tronco ombroso dell’ombù sotto il quale il romanzo prese forma,
e il pozzo-cisterna dove finì la prima tiratura, rimasta invenduta, dei “Cuentos
de muerte y de sangre”. Suo zio, Juan José, è il presidente della Confederazione
Gaucho Argentina e in casa fa bella mostra di sé “Gauchos” (Sessa Editores),
lo straordinario libro fotografico da lui ideato, voluto e del quale ha anche
curato la prefazione, monumento a un’idea e a un’epopea.
Perché poi l’Argentina è anche questo.
O forse è soprattutto questo. La Portena è a un centinaio di chilometri da
Buenos Aires, a due passi da San Antonio Areco che della pampa è la capitale
e la memoria. Esci dalla modernità dei grattacieli e delle grandi arterie
che brulicano di macchine e di persone, con nella testa ancora le immagini
televisive del rogo di New York, e ti chiedi se in fondo poi non si sia sbagliato
tutto e cosa abbiano a che fare metropoli, tecnica, progresso, concentrazioni
umane e economiche, nevrosi da stress e infarti, da una vita di corsa con
il ritmo naturale delle cose e dell’umanità, le stagioni, gli spazi, la fatica
fisica, il piacere del lavoro manuale, le opere e i giorni di un’altra idea
di civiltà.
Con la capitale alle spalle ti inoltri in un paesaggio chiazzato di verde
e dove l’occhio si confonde. “Sembra la pampa”, fa dire Guiraldes a uno dei
suoi gauchos quando arrivano al mare. Per loro l’immensità era quella. “Don
Segundo Sombra” è del 1926. Il suo autore aveva allora quarant’anni, conosceva
Londra e Parigi, parlava un francese perfetto, era amico di scrittori e letterati
di qua e di là dall’Oceano. E però La Portena gli sembrava l’ombelico del
mondo e il gaucho l’essenza stessa della libertà umana.
L’Argentina era nazione appena da un secolo, e quella figura era già condannata
alla decadenza ormai, alla estinzione infine. L’avevano uccisa le grandi concentrazioni
terriere, togliendogli la libertà di movimento, la razionalizzazione degli
allevamenti, limitandone l’utilizzo, l’industrializzazione dell’agricoltura,
mettendolo in concorrenza con nuove realtà salariali. Come spesso succede,
il gaucho entrò in letteratura quando era stato appena espulso dalla storia.
I Guiraldes facevano parte dell’aristocrazia terriera del Paese. Il bisnonno
di Ricardo era stato amico e compagno d’armi del generale San Martìn, il liberatore
dell’Argentina. Si mandavano i figli a studiare nel Vecchio Continente, ci
si compiaceva di un’antica origine europea e della rinnovata frequentazione,
si viveva con fastidio crescente l’aspetto brutale connesso a una nazione
in fieri, dagli spazi sterminati, senza radici né cultura, primordiale negli
appetiti, nelle rivendicazioni, nelle vendette. Era un’élite che un po’ si
vergognava del suo passato.
Quando i suoi membri si resero conto che comunque provenivano da lì, erano
impastati di sangue e suolo, di solitudine e di indipendenza, di distanze
e spazi sterminati, destrezza, cupezza e fierezza, era troppo tardi e la nostalgia
è ciò che gli rimase in mano, acuta, irrimediabile, incurabile. “Don Segundo
Sombra” (di cui Adelphi pubblicò vent’anni fa una bellissima edizione, ora
esaurita, “la più bella fra quelle in lingua straniera” mi dice la moglie
di Manuel Guiraldes) ne è la testimonianza scritta, romanzo di iniziazione
e di formazione, inno alla gauchità. “Al gaucho che porto in me, con devozione,
come l’ostia nel suo ciborio”, è la dedica che lo apre.
A San Antonio già fervono i preparativi per quella che in novembre sarà la
Fiesta de la Tradiciòn: prove di destrezza equestre, danze folkloristiche,
conferenze, convegni, visite guidate. Il Museo G”uiraldes è stato rimesso
a posto, con le sue sale dedicate allo scrittore e alla letteratura in materia.
All’entrata del
Parco che lo ospita, una pulperia, il saloon della pampa, dà un’idea di alcol
e di coltello… La Portena è una delle centinaia di estancias che punteggiano
l’Argentina. Non è la più grande, trenta ettari di terreno, ma è la più letterata.
“Siamo qui da sei generazioni”, dice Manuel Guiraldes . “Con qualche sacrificio
resteremo, spero, per le prossime sei”.
All’allevamento e all’agricoltura hanno ora aggiunto una miniattività di agriturismo:
quattro camere, per un massimo di otto persone. Non sono i soli.
El Ombù, che è a sei chilometri e dove il generale Ricchieri, colui che introdusse
in Argentina il servizio di leva obbligatorio, seppellì il suo cavallo preferito,
ha nove camere e può servire fino a 100 coperti. El Rosario è circondata da
80 ettari dove si addestrano i cavalli da polo, campi da tennis, 16 camere,
due piscine…Nate tutte intorno alla metà dell’Ottocento, furono il riflesso
di sogni e manie di grandezza, sindrome mimetica, ansia di civilizzarsi.
Dos Talas, cento chilometri più a nord, ha una cappella che replica quella
di Notre Dame de Passy, La Candelaria è in stile Luigi XIV, La Horqueta è
in stile Tudor…
E’ l’altra Argentina, 55 milioni di bestiame, 25 milioni di pecore, due milioni
di cavalli su 4 milioni quadrati di territorio di cui il 25 per cento è pampa
come questa, per 150mila gauchos su 34 milioni di abitanti.
E’ il ricordo del “granaio del mondo”, quando come azione si praticava il
nomadismo, “el andar perpetuo” e come conversazione “el soliloquio”.
Alla sera, quando rientri nel caos e nel frastuono di Buenos Aires, nelle sue mille luci e contrasti, te ne vai a dormire con gli occhi alla CNN che in camera ti porta il mondo immerso in una guerra senza confini, la testa persa nel mare d’erba dove hai visto nuotare i cavalli. E capisci che abbiamo sbagliato tutto. E sai che non puoi farci niente.

Stenio Solinas
"Los Gauchos"
,
Sessa Editores
Guiraldes




La Portena


