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Omero in edicola.
Si può acquistare in videocassetta la riduzione televisiva dell’Odissea che fu realizzata, in otto puntate, nel 1968 per la regia di Franco Rossi.

I principali interpreti erano Bekim Fehmiu (Ulisse), Irene Papas (Penelope), Renaud Verley (Telemaco), Scilla Gabel (Elena), Juliette Mayniel (Circe), Barbara Gregoriani (Nausicaa). La critica non fu molto benevola nei confronti di questo “kolossal”, ma il pubblico lo gradì con una media di 16,6 milioni di spettatori a puntata. Questo richiamo all’attualità è uno spunto per poter parlare di Omero e per dire, anzitutto, che l’Iliade e l’Odissea non sono soltanto due grandi poemi. Ad essi è toccato un destino ancora più alto: quello di essere entrati, da sempre e per sempre, nella storia dell’immaginazione umana.
L’età mi impedisce di verificare certe esperienze. Ma se penso alla generazione cui appartengo, alla generazione che studiava nei ginnasi e nei licei fra gli anni Trenta e Quaranta, posso dire in tutta sincerità che da Omero ci venne spesso una felice voglia di ribaltare la realtà. Alla domenica eravamo divisi fra i tifosi della Juventus e tifosi del Bologna, fra tifosi del Milan e tifosi dell’Ambrosiana, come allora si chiamava l’Inter.
Ma nei restanti giorni il tifo portava il nome di Ettore e di Achille, di Enea e di Aiace. I timidi erano per Ettore e Enea, i rissosi per Achille e Aiace. Non era ancora il momento di amare Ulisse, personaggio troppo complicato e in bilico fra l’astuzia e la nostalgia. L’adolescenza non predilige i sottili giochi dell’ambiguità, le psicologie che non consentono scelte istintive. Ignoro se quello fosse un modo occulto di giocare alla guerra. I nostri giorni erano pieni di lance puntute, di spade e scudi immaginari. Dietro i severi cappelli di feltro dei professori la fantasia intravedeva pennacchi di elmi. Certo: erano segnali, simboli di guerra.
Ma domandiamoci: di quale guerra? Una guerra dove ogni tanto accadevano miracoli, dove dai veli grigi della nebbia spuntavano divinità, mentre schiave bellissime spargevano unguenti sui corpi dei guerrieri, gli indovini interrogavano le viscere degli animali e l’aurora aveva sempre “dita di rosa”.
L’incendio di Troia fu per noi, giovanissimi lettori, poco più di un falò. Proprio perché il filtro magico della poesia allontanava ancor più i millenni, gli eventi cantati da Omero perdevano il senso del sangue e dell’orrore, della violenza e del pianto. Achille si ristorava allo stesso fiume dei nostri bagni estivi. La palla di Nausicaa rimbalzava tra i nostri piedi impegnati in un dribbling. Andromaca pronunciava i suoi tristi, amorosi presagi con il tono di qualche attrice vista al cinema, come una Greta Garbo, come una Norma Shearer. L’Iliade e l’Odissea entrarono così nella nostra vita.
E quando, dopo il fatale 1939, ci toccò vedere da vicino che cos’era la “vera” guerra, capimmo che Omero non aveva preparato la “notte della ragione”, né l’infinita, sanguinosa desolazione del nostro mondo. Anzi, era accaduto il contrario: Omero aveva reso possibili le care fantasie degli accampamenti greci schierati nel cortile di casa.
Omero aveva fatto sì che ogni alto muro, ogni cupo residuo di vecchie fortificazioni d’altre epoche fossero il muro di Troia, quell’immenso bastione incontrato nei versi dei suoi poemi. Adesso va di moda sostenere che personaggi come Ettore e Achille, come Enea e Aiace sarebbero stati i nostri Superman, i nostri Mazinga, i nostri E.T., cioè l’indimenticabile e commovente “Extra-Terrestrial” del film di Steven Spielberg, abbandonato sulla Terra dai suoi simili e nascosto dalla complicità di un bambino. Sempre in nome del rifiuto del presente (o dell’incapacità di capire il presente), la generazione alla quale appartengo avrebbe cercato nel remoto passato (cioè, in Omero) ciò che oggi si cerca nel remoto futuro.
Il raffronto è indubbiamente suggestivo e si presterebbe a infinite variazioni: ieri la maschera dell’eroe vincitore o vinto, oggi la maschera del robot o dell’extraterrestre; ieri e oggi, la finzione, la recita, il mimetismo, qualcosa che allontani dalla realtà.
Lo confesso: non mi sento di accettare questo raffronto. Una diversità deve pur restare tra il fumetto e la poesia. Io posso aver cancellato dai miei atlanti la pianura di Troia o l’isola amata da Ulisse; posso aver dimenticato le spade e gli scudi preparati nelle fucine di Efesto, le tristi profezie di Cassandra, le terre dei Lotofagi e i loro frutti che inducevano all’oblio, la saggezza di Nestore, la fine di Priamo ucciso dal crudele Neottolemo… Ma poi bastano i primi versi dell’Iliade (“Cantami, o Diva, del Pelìde Achille / l’ira funesta che infiniti addusse / lutti agli Achei…”), poi bastano i primi versi dell’Odissea (“Narrami, o Musa, dell’eroe multiforme, che tanto / vagò, dopo che distrusse la rocca sacra di Troia: / di molti uomini vide le città e conobbe i pensieri, / molti dolori patì sul mare nell’animo suo…).
Bastano questi versi e tutto si ricompone.
La poesia rende eterne le ombre. Omero può contare su questa nostra segreta, indistruttibile fedeltà. Edgar Lee Masters (1869-1950) pubblicò “L’antologia di Spoon River” (“Spoon River Anthology”) nel 1915. Ispirata dalla letteratura degli epigrammi sepolcrali della greca “Antologia Palatina”, l’opera di Masters è composta, in versi appena ritmati, dalle lapidi del cimitero di una piccola città del Midwest, chiamata Spoon River. Il successo del libro fu immediato e clamoroso.
I morti “all, all, are sleeping on the hill” (“tutti, tutti, dormono sulla collina”), ma al cenno del poeta si destano e raccontano le loro storie, i loro inferni, i loro purgatori, i loro paradisi. Una delle voci di Spoon River è indicata semplicemente come quella di Jack il cieco, il cui destino è legato alle storie di altri due disgraziati, Butch Weldy e Jack McGuire, di cui si parla in altre epigrafi. Noi stiamo con Jack il cieco, che aveva suonato tutto il giorno alla fiera del paese. Sulla via del ritorno a casa, Weldy e McGuire, ubriachi fradici, insistevano perché Jack suonasse un’altra canzone e intanto frustavano i cavalli. La carrozza precipitò in un fosso e Jack fu schiacciato fra le ruote.
Siamo alla conclusione dell’epigrafe.
Parla Jack: “There’s a blind man here with a brow / as big and white as a cloud. / And all we fiddlers, from highest to lowest, / writers of music and tellers of stories, / sit at his feet, / and hear him sing of the fall of Troy” (“C’è qui un cieco dalla fronte / grande e bianca come una nuvola. / E tutti noi suonatori, dal più grande al più umile, / scrittori di musiche e narratori di storie, / ci sediamo ai suoi piedi, / per sentirlo cantare la caduta di Troia”).
Quando, come accade adesso, cito questi versi che esaltano l’immortalità di Omero, provo sempre un brivido di commozione.

Omero

Irene Papas

Achille

Athena

Odisseo

Penelope

Agamennone

Odisseo e le sirene

Il cavallo di Troia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giulio Nascimbeni