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Nelle sale secentesche di Palazzo Salmatoris a Cherasco, in provincia di Cuneo, si tiene fino al 16 dicembre 2001 la mostra antologica di uno dei mostri sacri della pittura italiana, ovvero Renato Guttuso (Bagheria 1911 – Roma 1987).

Rassegna di piano internazionale in quanto avvicina il grande pubblico con una carrellata di oltre settanta opere tra olii e grandi disegni di vari periodi che ne hanno caratterizzato e canonizzato il lavoro. Maestro indiscusso del neorealismo italiano, o meglio della pittura neorealista che scorreva accanto alla letteratura, al cinema, ecc., amico di Neruda, Moravia, Pasolini e Edoardo De Filippo, per non dimenticare Picasso, l’artista di Bagheria era poi unito a Sciascia e a Vittorini da un legame particolare, derivante dalla comune origine siciliana. La sicilianità fu caratteristica costante nell’opera di Guttuso, perché parte integrante della sua esistenza. Se è vero che ogni artista trasmette sempre qualcosa di sé e dell’ambiente culturale che respira, Guttuso non costituisce un’eccezione; anzi dai suoi quadri si evince una continua attenzione verso la realtà e la storia a lui contemporanea. Il pittore era profondamente consapevole delle potenzialità dell’arte e del ruolo dell’artista, la cui attività, da sempre ludus, divertimento, poteva trasformarsi in un messaggio morale. C’è senza dubbio un Guttuso personaggio, politicizzato, e un Guttuso pittore da cui traspare una qualità pittorica non comune e la tensione espressionistica delle opere; quel Guttuso politicizzato contribuì alla notorietà di massa del pittore e lo rese addirittura un fenomeno sociologico. Oggi rimangono le sue opere testimoni eloquenti perché ogni visitatore potrà dar loro un significato diverso, a seconda delle emozioni che essi sapranno trasmettergli. Guttuso entra giovanissimo nella bottega di Emilio Murdolo, un decoratore di carretti e poi nell’atelier di Domenico Quattrocchi apprezzabile autore post-impressionista. Alla fine degli anni Venti, mentre completa gli studi classici, segue gli insegnamenti del futurista Pippo Rizzo. Dopo aver esposto alla I Quadriennale di Roma, nel 1931, e in una collettiva alla Galleria del Milione di Milano lascia gli studi universitari e nel 1933 si stabilisce a Roma dove stringe amicizia con Pirandello, Cagli, Mafai e Ziveri che influenzano la sua pittura. Nel 1935 partecipa alla 2oQuadriennale e l’anno seguente alla Biennale di Venezia. E nel 1938 il primo dipinto epico-popolare dal titolo “La fuga dall’Etna”, anno in cui tiene una personale alla galleria La Cometa di Roma. Nel 1942 ottiene il secondo premio a Bergamo con il famoso dipinto “La Crocifissione”, un’aperta denuncia dei disastri provocati dal fascismo. Intanto studia e reinterpreta l’opera di Picasso, in questi giorni pure esposta a Palazzo Reale a Milano, il Picasso post-cubista, e accentua la polemica sociale assumendo un ruolo fondamentale nell’evoluzione in senso realista della pittura italiana. Diventa anche tramite, tra gli ambienti romani e quelli milanesi di “Corrente” e si impegna all’interno della sinistra fascista che fa capo al ministro Bottai e alla rivista “Primato”. Durante la seconda guerra mondiale partecipa attivamente alla Resistenza e inizia la serie dei “massacri”, raccolta poi nel libro “Gott mit uns”. Dopo aver aderito al Fronte Nuovo delle Arti, diventa l’esponente principale della pittura “realista”, politicamente impegnata a fianco della Sinistra italiana e sovente in lotta con le tendenze “formaliste” di molta arte astratta. In mostra troviamo opere importantissime e capitali, a iniziare da quelle degli Anni Trenta come il “Ritratto di Alberto della Ragione”, collezionista di chiara fama. Nudi, nature morte, studi di arte sacra, paesaggi siciliani, lavoranti, tutto dipinto con colori e toni forti, solari, caldi. Si notano le opere di ispirazione picassiana come “La grande lavandaia” e capolavori quali “Riposo del pescatore”, “La notte di Ghibellina”, il famosissimo quadro dal titolo “Strega malinconica” esposto in più rassegne mondiali e i famosi “Tetti di Bagheria” e “Rottami d’auto con manto”. Pittore tipicamente italiano, che dal “Caffè Greco” fino alla rappresentazione del mercato palermitano, dallo “Studio per la Crocifissione” fino agli angoli di paesaggio colti a Velate in quel di Varese dove l’artista viveva quando saliva da Roma, lascia scoprire come egli abbia dipinto la storia del proprio tempo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Carlo Franza