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La paura è tornata ad essere la protagonista nella vita quotidiana dell’Occidente. Gli attentati alle Torri gemelle e al Pentagono, l’attacco batteriologico perpetrato con l’antrace, hanno tragicamente mostrato come l’uomo resti esposto, mortalmente esposto, all’arma dell’odio, della violenza, della follia.

Dopo l’11 settembre è diventata ancora più evidente la fragilità della condizione umana e il grande mito del progresso dell’umanità si è frantumato insieme con alcuni dei suoi simboli: la tecnoscienza, che ci ha liberato da molte fatiche, che ci ha preservato da molte malattie, che ci ha assicurato una qualità della vita finora mai esperimentata, si è trovata impotente di fronte all’arma più radicale che l’uomo può coltivare in se stesso, senza bisogno di molti laboratori: l’odio. Di nuovo è apparso, all’orizzonte della coscienza comune, il pericolo della guerra batteriologica e di quella chimica, si è riaffacciato il profilo dell’uso bellico del nucleare: la possibilità dell’autodistruzione, che negli anni Settanta faceva inventare a Potter la nozione di bioetica, ha ripreso consistenza.

Sotto altra veste torna perciò di attualità quella dimensione della riflessione bioetica che non era concentrata esclusivamente sulla medicina e sulle sue potenzialità, perché ciò che era, ed è, in gioco è il significato stesso della civiltà tecnologica.

L’ambivalenza di ogni progresso umano, che è nel contempo capace di organizzare strumenti sia per salvare sia per distruggere la vita umana, ripropone la centralità del fattore umano. Nessuna “mano invisibile” permette, infatti, di guidare la storia delle scoperte scientifiche ad un esito sicuramente buono e favorevole alla vita dell’uomo. Di fronte alle nuove minacce del terrorismo, una prima risposta è legata, ancora una volta, alle possibilità offerte dalle nostre capacità tecnologiche e scientifiche. Sul piano militare, su quello delle telecomunicazioni, nonché su quello della ricerca scientifica, si sta approntando una nuova strategia difensiva ed offensiva contro le emergenti forme del terrorismo. L’incremento delle ricerche biologiche, sollecitate dalla guerra batteriologica in atto, potrà (e ce lo auguriamo) rispondere in tempi rapidi ed efficaci alla minaccia dell’antrace. Ma tutto questo, lo sappiamo, e dobbiamo riconoscerlo, non basta.

Ogni sviluppo conoscitivo conserva in sé l’ambivalenza del suo uso, e le nuove informazioni sul genoma umano possono condurre ad individuare nuovi strumenti di difesa della vita, ma anche nuove forme per minacciarla.

A questa situazione non possiamo sottrarci, semplicemente perché è inscritta, come possibilità, nel concreto protagonista di ogni attività di ricerca, cioè nell’uomo. Ancora una volta, come se ce ne fosse bisogno, abbiamo scoperto che il peggior nemico dell’uomo può essere l’uomo stesso.

La lapidaria espressione di Sartre, “l’inferno sono gli altri”, esprime la situazione di angoscia e di panico che oggi serpeggia in gran parte del mondo.

Temiamo l’antrace, così come abbiamo temuto il sarin e come potremo temere le future armi potenzialmente producibili con l’ingegneria genetica: ma questo timore, questa paura non può essere vinta soltanto potenziando la speranza e la fiducia nei confronti di tutte le possibili contromisure che sapremo adottare.

In fondo questa paura, che ci accomuna, ma anche ci divide, creando nel contempo forme di solidarietà e di diffidenza, ci consegna di nuovo un compito che pensavamo potesse essere surrogato dal nostro sviluppo tecnoscientifico: il compito di ritrovare un linguaggio universale per parlare e discutere della vita buona, di quei valori che ci sottraggono all’estraneità dei mondi vitali e delle forme culturali dell’esistenza.

Anche nel contesto storico in cui ha preso consistenza la bioetica erano presenti, sebbene in altra forma, molte delle inquietudini che oggi ci troviamo di fronte, e se è cambiato lo scenario geopolitico, non è diminuita la capacità autodistruttiva potenzialmente in mano all’uomo, così come non è cresciuta la diffusione di una consapevolezza morale capace di raccordare, intorno al rispetto inequivoco della vita umana, le differenti visioni del mondo e delle cose. Un breve sguardo al passato e restiamo colpiti, e persino ammirati, dalla rapidità con la quale noi occidentali abbiamo saputo incrementare le nostre conoscenze scientifiche e le nostre produzioni tecnologiche, mentre non possiamo che rimanere perplessi nel constatare quanto scarso sia stato, in confronto, il progresso nella crescita della consapevolezza morale, e nella costruzione di un ethos capace di rispondere alla frammentazione dei valori.

Anzi, proprio sul terreno della nostra civiltà si è coltivata l’idea dello straniero morale, dell’incommensurabilità dei valori e si è lentamente accentuata l’immagine di zone di incomunicabilità, e quindi di potenziale conflittualità, tra comunità umane che sarebbero incapaci di parlare l’universale linguaggio del bene. Il terrorismo, con la sua potenza distruttiva, ci ha fatto ritrovare i segni di quella vasta solidarietà che trova le proprie radici e le proprie ragioni nella riscoperta dei valori della giustizia, della tutela dell’innocente, della salvaguardia della vita: unità che travalica i confini geopolitici e i costumi culturali e religiosi.

Il terrorismo resta una patologia, un virus, contro il quale è difficile trovare un rimedio invincibile, perché l’odio, la violenza, la follia sono pur sempre possibili dentro la condizione umana. Non si tratta di essere ottimisti o pessimisti, ma realisti. Occorre riprendere sul serio l’esigenza, implicita nella riflessione bioetica, di costruire e diffondere un corpo di certezze morali che bilanci la nostra capacità di globalizzare l’economia, la ricerca, la guerra, l’odio, la paura. La debolezza della nostra civiltà si mostra nell’ingenuo ottimismo con il quale ha costruito la mitologia progressista, dimentica delle strutture proprie dell’umano.

Non è minacciata soltanto la nostra sicurezza, la nostra salute, la nostra vita quotidiana: è minacciata la nostra immagine dell’uomo.

Questa minaccia non viene soltanto dai terroristi, siano essi interni o esterni alla nostra civiltà e ai nostri stili di vita: proviene anche dalla superficialità con la quale stiamo affrontando i temi che riguardano il senso (significato e direzione) dell’esistenza umana. Per dirla con Pascal, “siamo tutti imbarcati” nella medesima storia e non possiamo scordarci che i germi della sopraffazione, della violenza, della discriminazione sono spesso inscritti anche nelle prassi con le quali stiamo attuando il nostro sviluppo scientifico.

Non occorre un “ponte” tra le scienze e l’etica, perché i due territori non sono separati, e entrambe queste forme dell’intelligenza poggiano sul medesimo terreno della condizione umana.

Prendere sul serio questo fatto ci permette di guardare al presente con un rinnovato senso di responsabilità: non c’è un’assicurazione contro la patologia della violenza e contro il terrorismo, perché l’unico, fragile, antidoto è quello che si costruisce nel linguaggio universale del bene riconosciuto e praticato.

Il terrorismo, sia esso armato di parole, di prodotti tecnologici o biologici, vincerà sempre se non inizieremo prima di tutto ad avere un’unica paura, quella che l’odio e la disperazione penetrino sottilmente anche in noi.

Adriano Pessina

Cattedra di Bioetica Università Cattolica

Milano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Adriano Pessina