

Il desiderio
di maternità trova nella fecondazione extracorporea sia un alleato sia uno
strumento in grado di trasformare e stravolgere l’atto stesso della generazione
e di incidere sulla vita e sulla personalità dei figli.
Le recenti cronache ci segnalano l’avvenuta nascita di un bambino generato
attraverso la fertilizzazione di un ovocita (prelevato da una cosiddetta donatrice)
tramite i gameti maschili del fratello della madre gestante, di cinquantun
anni, omosessuale: l’annuncio è stato dato da Edwards, cioè da colui che per
primo ha applicato la biotecnologia riproduttiva all’essere umano.
Questa prassi di “confine” è stata paragonata all’incesto, anche se, in realtà,
non solo non c’è stato alcun atto sessuale, ma la sorella risulta essere soltanto
la “gestante” e non la madre biologica del figlio del fratello.
Di fatto ci mancano persino le parole per poter definire un avvenimento in
cui vengono sconvolte tutte le relazioni specifiche della procreazione umana.
Il bambino nato, opera della frantumazione del processo della generazione
e della potenza della tecnica, dovrà affrontare una situazione particolare
e troverà non poche difficoltà a ricostruire la propria identità. Questo bambino
è, sociologicamente, il figlio del fratello della madre gestante, mentre la
madre biologica (colei che ha dato l’ovocita) è un’estranea, una sconosciuta.
Inoltre, la sua crescita, stando alle cronache, avverrà all’interno di una
coppia omosessuale, dove verrà a mancare la figura paterna, mentre quella
materna resta, per così dire, indeterminata.
Ci troviamo di fronte ad un fatto: la separazione della generazione dagli
atti interpersonali di un uomo e di una donna espone in modo assolutamente
nuovo l’esistenza delle nuove generazioni. Ci si rende sempre più conto di
come sia relativamente facile disporre in modo puramente arbitrario della
vita altrui. E non basta certo ricordare che abusi sono sempre avvenuti nella
storia dell’umanità, che è intrisa di violenza. Ma in questo caso sembra proprio
mancare la consapevolezza che ci si trovi di fronte ad un abuso del potere
tecnologico, e che vi sia in esso una sorta di violenza, perpetrata con la
responsabilità diretta della medicina. Laddove la coscienza personale non
è più in grado di valutare nel merito gli atti che sta compiendo sull’esistenza
altrui, diventa doveroso chiedere che sia la legge stessa a porre freno ad
un uso della libertà degli adulti lesivo dei diritti dei più deboli.
Questa assuefazione nei confronti di prassi che ignorano i diritti intrinseci
dei nascituri sorge da un progressivo depotenziamento del valore specifico
intrinseco dell’esistenza umana. Altri, inquietanti segni di questa nuova
stagione sono facilmente rintracciabili nella richiesta di usare gli embrioni
umani, che non vengono impiantati, per scopi sperimentali, oppure come fonte
di cellule staminali. Proprio la scommessa pratica sull’utilizzo terapeutico
delle cellule staminali prelevate dagli embrioni umani ha recentemente condotto
alcuni ricercatori a richiedere l’autorizzazione di procedere alla clonazione
umana non più per scopi riproduttivi, ma soltanto per ottenere cellule staminali.
La fecondazione
extracoporea sta perciò procedendo verso la sua piena ed esplicita funzione
culturale: trasformare in pratica l’uomo, nelle sue fasi iniziali dell’esistenza,
in un puro prodotto biologico, disponibile all’arbitrio dei più disparati
desideri di altri uomini, adulti.
Gli embrioni
umani (cioè i figli allo stadio embrionale) sono perciò destinati ad essere
riconosciuti nel loro valore e nel loro significato soltanto in base ai progetti
e ai desideri dei committenti della generazione. Avviene un capovolgimento
di prospettiva. Non è più la condizione oggettiva di “figli” allo stadio embrionale
a dettare norme di comportamento, ma è il progetto di alcuni adulti a stabilire,
di volta, in volta, che cosa è o no legittimo fare. Detto con altre parole:
è quello che si pensa degli embrioni umani a determinare che cosa essi sono
o chi essi sono. Sarebbe come dire che un uomo è tale soltanto se, e quando,
è riconosciuto da altri uomini, e precisamente da coloro che hanno il potere
di decidere del suo sviluppo e della sua vita. Di fatto si attua un procedimento
analogo, sebbene più sofisticato, di quello che per lunghi secoli ha relegato
il riconoscimento della dignità e del valore umano degli schiavi al fatto
che gli uomini liberi decidessero o no di accordarglielo.
Anche nella schiavitù l’uomo poteva essere utilizzato come un oggetto, come
un mezzo di produzione, come un puro strumento, oppure poteva essere “liberato”
dalla volontà di chi deteneva il potere sulla sua condizione umana. Così oggi
la stessa condizione biologica di embrione può essere di volta in volta considerata
come mezzo per ottenere cellule staminali, per continuare la “stirpe”, per
soddisfare il desiderio di maternità.
Questa analogia sembra essere offuscata dal dibattito, tuttora aperto, sulla
condizione embrionale: l’embrione umano deve godere o no della tutela che
lo sviluppo culturale dell’Occidente ha sempre di più accordato ad ogni essere
umano in quanto tale, a prescindere dalle sue condizioni estrinseche, di salute,
di cultura, di sviluppo, di genere, di ricchezza o povertà? In altri termini,
si deve o no considerare l’embrione umano secondo quel rispetto che è dovuto
alla persona umana? Il diritto alla tutela dell’esistenza, che è la condizione
della manifestazione di tutti i caratteri dell’umano, può avere delle restrizioni
nei confronti dei nostri figli allo stadio embrionale?
La sovrapposizione di linguaggi scientifici e filosofici, di problematiche
conoscitive e valutative, sembra rendere più difficile la comprensione di
un fatto: nelle prassi di tecnologia riproduttiva si sta mettendo in gioco
il riconoscimento dei diritti universali dell’uomo, si sta, lentamente, ma
progressivamente, procedendo verso nuove forme di discriminazioni. Per
motivare questa affermazione occorre analizzare il significato antropologico
del termine embrione umano e ritrovare le ragioni che riconoscono al figlio
allo stadio embrionale i caratteri specifici della persona umana. E, una volta
ritrovate queste ragioni, occorre trarne le conclusioni sul piano etico e
giuridico, così da porre dei vincoli alle indefinite possibilità che la tecnologia
consegna al potere di alcuni uomini.
Solo così si potrà comprendere come non sia arbitraria la richiesta di governare
lo sviluppo biotecnologico secondo criteri che superano la logica del desiderio:
logica che sembra conoscere soltanto ostacoli, cioè qualcosa che si deve superare,
e non limiti, e cioè qualcosa che si deve liberamente scegliere di non superare,
anche se si è in grado di farlo, in nome del bene dell’uomo e del rispetto
del principio di uguaglianza. Non si tratta di riprendere quella nozione di
sacralità della vita, che oggi sembra essere relegata all’interno della fede
religiosa, a sua volta presentata, in modo inadeguato e falsante, come una
pura opzione, ma di pensare fino in fondo che cosa significa (e che cosa comporta)
il riconoscimento della condizione umana. Il rispetto per la dignità dell’uomo
si attua su due versanti: su quello del rispetto dei caratteri specifici della
procreazione umana e su quello del rispetto della condizione umana del nascituro.
Nessuna forma di tolleranza politica e culturale può infatti essere giustificata
laddove viene meno questo costitutivo orizzonte etico. Infatti, la tolleranza
e la tutela della libertà di scelta non si trasformano in indifferenza e complicità
nella violenza privata soltanto quando si radicano nel riconoscimento della
dignità umana. (continua)
Adriano Pessina
Docente di Bioetica
Università Cattolica - Milano



