

L'attentato terroristico contro l'America ha paradossalmente riaperto uno spiraglio per la pace, ma l'eredità della seconda Intifada rende le trattative molto più difficili: la pace con la P maiuscola resta molto lontana
E'difficile trovare nella storia dell’umanità un conflitto paragonabile, per intensità e durata, a quello che oppone, da più di mezzo secolo, arabi ed israeliani. Le guerre puniche? La guerra dei cent’anni? Le campagne napoleoniche? Sebbene abbiano senz’altro causato più morti e più distruzioni, nessuna di queste vicende fu caratterizzata da un odio così intenso tra i popoli coinvolti o da una così profondo coinvolgimento della popolazione civile, da una parte e dall’altra. I periodi di conflitto aperto tra nazioni, nel 47-48, nel ’56, nel ’67, nel ’73, sono stati relativamente brevi. Ma essi non sono mai stati intervallati da periodi di autentica pace, anche se lo scontro, che in origine era tra lo Stato ebraico e un blocco di Stati arabi che voleva liquidare “l’entità sionista”, si è gradualmente trasformato in una lotta senza quartiere tra israeliani e palestinesi per il possesso di un territorio che entrambi ritengono di poter rivendicare a giusto titolo: i primi perché è nello stesso tempo il loro Paese d’origine, la loro Patria di elezione e il loro rifugio contro le persecuzioni, i secondi perché vi hanno abitato per 1200 anni e ritengono di avere pagato ingiustamente il conto del risarcimento che l’Occidente doveva agli ebrei per l’Olocausto. L’unico periodo in cui la maggioranza della popolazione, almeno da parte israeliana, ha creduto nella possibilità di una soluzione pacifica è stato dopo gli accordi di Oslo del 1993, che valsero a Rabin, Peres e Arafat un perlomeno prematuro Premio Nobel per la pace. Essi produssero, da parte israeliana, l’accettazione del principio di uno Stato palestinese indipendente in Cisgiordania e a Gaza e il via libera al rientro nei territori dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina; da parte araba, la rinuncia formale alla distruzione dello Stato ebraico, fino a quel momento prevista dallo Statuto dell’OLP, e il trattato di pace con la Giordania. Sembrò, allora, che il “miracolo” della coesistenza dei due popoli nemici fosse a portata di mano, e che diventasse ipotizzabile un inserimento a pieno titolo – politico ed economico – della democrazia israeliana in un contesto mediorientale ancora formato da Stati autoritari. Ma presto ci si rese conto che quell’intesa, suggellata dalla famosa stretta di mano tra Rabin e Arafat sulla soglia della Casa Bianca, conteneva troppe riserve mentali, lasciava aperte troppe questioni vitali per spezzare in maniera definitiva la spirale della violenza: la sorte degli insediamenti ebraici nei territori destinati all’Autorità palestinese, l’assetto di Gerusalemme, il destino dei palestinesi fuggiti da Israele al momento della costituzione dello Stato ebraico e dei loro discendenti. A mano a mano che questi nodi sono venuti al pettine, e che si sono registrati ritardi nella tabella di marcia concordata a Oslo, la tensione ha ripreso a crescere, fino a sfociare nella nuova Intifada del settembre 2000. Al mondo esterno, la lotta tra uno Stato dotato di uno dei più agguerriti eserciti del mondo e una Autorità palestinese che conta su poche migliaia di poliziotti può apparire impari, inducendo una parte dell’opinione pubblica italiana a parteggiare per i più deboli (dimenticando che gli israeliani appartengono alla nostra civiltà e che abbiamo con loro un legame ideale che non può esistere con i palestinesi). Qui, tuttavia, non siamo di fronte a una guerra convenzionale, in cui la superiorità dei mezzi è decisiva e vince chi annienta l’esercito nemico o occupa il territorio dell’altro, bensì a uno Stato – Israele – che cerca di combattere con armi convenzionali una rivolta che utilizza qualsiasi mezzo, dai sassi agli attentati suicidi, per costringere la controparte a venire a patti. ’anno scorso, quando al potere a Gerusalemme c’era il laburista Ehud Barak, i palestinesi furono a un soffio dall’ottenere ciò che volevano, ma commisero un tragico errore: rifiutarono una soluzione che soddisfaceva il 95% delle loro richieste territoriali, compresa una forma di controllo su Gerusalemme-Est, ma non contemplava il diritto al ritorno per i profughi del ’48 e i loro discendenti, che avrebbe minato alle fondamenta lo Stato ebraico e quindi era inaccettabile per qualsiasi governo. Il “no” di Arafat al compromesso patrocinato dagli Stati Uniti ebbe come conseguenza non solo il fallimento di una trattativa ormai arrivata a un passo dalla conclusione, ma anche il successo elettorale del “falco” Ariel Sharon e il conseguente, inevitabile, azzeramento del negoziato. Da allora, il conflitto, riaccesosi l’anno scorso soprattutto sotto la spinta dei movimenti estremisti palestinesi che non avevano mai accettato Oslo, non ha fatto che acuirsi, con molte vittime civili da una parte e dall’altra. Il nuovo governo israeliano, andato al potere sulla base della promessa di garantire maggior sicurezza alla popolazione, ha intensificato l’azione repressiva, non esitando a ricorrere a incursioni armate nel territorio controllato dall’Autorità e alla eliminazione fisica dei capi delle organizzazioni terroristiche palestinesi. Queste ultime hanno risposto con una moltiplicazione degli attentati indiscriminati contro la popolazione israeliana, che solo raramente i servizi di sicurezza sono riusciti a impedire. Entrambe le parti hanno applicato la legge del taglione: a ogni bomba umana Israele ha risposto con i missili, a ogni leader eliminato i palestinesi hanno replicato con altre operazioni di kamikaze, in una escalation cui nessuno sembrava in grado di mettere fine. Ma, quel che è peggio, né da una parte, né dall’altra sembrava esserci un progetto per il futuro lontanamente accettabile per l’avversario. Con le posizioni delle parti distanti come non mai, anche i tentativi delle varie diplomazie di rimettere in moto la macchina negoziale non potevano avere grande respiro. L’unica cosa in cui era possibile sperare era una tregua, un allentamento della tensione, un abbassamento del livello dello scontro che escludesse almeno il coinvolgimento dei Paesi arabi e permettesse alle parti di tornare a parlarsi. L’11 settembre, l’orribile attentato dei fondamentalisti islamici all’America ha improvvisamente scompaginato le carte. In maniere esplicita o implicita, molti governi hanno fatto rilevare che la situazione in Palestina era senza dubbio uno dei fattori scatenanti del terrorismo islamico e che pertanto qualsiasi iniziativa volta a sradicarlo non poteva prescindere da un nuovo, e più risoluto tentativo della comunità internazionale di promuovere nuovi negoziati di pace. Nello stesso tempo, la chiamata alle armi della Casa Bianca per una guerra totale agli assassini, che coinvolgesse anche i Paesi arabi e addirittura l’Iran, presupponeva un periodo di tregua nei territori. “Con noi, o contro di noi”, è stato fin dal primo momento il senso dell’appello di Washington; e Arafat, che nel 1991 aveva commesso il gravissimo errore di schierarsi con Saddam Hussein, ha capito l’antifona. Se voleva ricucire il suo rapporto con gli Stati Uniti, se non voleva essere definitivamente incluso nel gruppo dei cattivi, doveva a sua volta condannare gli attentati, denunciare il terrorismo, mettersi a disposizione per combatterlo. Considerate la storia del personaggio, che proprio sul terrorismo ha costruito la sua fortuna, e la sua attuale posizione di leader di un’Autonomia palestinese che da un anno ha ripreso la strada della violenza, è lecito dubitare della sincerità dei suoi propositi e anche della sua capacità di controllare le organizzazioni estremiste cui ha dato mano libera. Sia Hamas, sia il Jihad si sono infatti immediatamente dissociati dalla sua decisione di proclamare la tregua richiesta da Israele per la ripresa dei contatti, e hanno fatto seguire fatti sanguinosi alle parole. Ma la mossa di Arafat ha egualmente avuto il duplice effetto di rimetterlo in pista come negoziatore credibile presso gli americani e di costringere Sharon, che stava coltivando l’idea di sbarazzarsi infine di lui, a ritirare Tsahal dai territori occupati, ordinare il cessate il fuoco e dare luce verde alla ripresa dei contatti. Paradossalmente, perciò, l’attacco fondamentalista all’America, invece di esacerbare ancora più il conflitto, lo ha smorzato. Ma, quali che siano gli sviluppi della guerra al terrorismo sul piano mondiale, per la pace con la P maiuscola, dato e non concesso che sia possibile, bisognerà attendere ancora a lungo. Ciò non impedisce di procedere a un’attenta analisi delle cause della violenza, degli stati d’animo dei due popoli e anche delle possibili soluzioni. I media tendono ad attribuire la nuova Intifada alla esasperazione del popolo palestinese per i ritardi del processo di pace, per le difficilissime condizioni economiche in cui è costretto a vivere, per le vessazioni degli occupanti israeliani e quindi ad addossare le maggiori responsabilità allo Stato ebraico. In Europa milioni di persone, sotto l’influenza della propaganda araba e nel quadro di una diffusa “cultura della resa”, hanno addirittura attribuito a Israele gravi responsabilità nella genesi dei terrorismo islamico, senza capire che questo è rivolto contro l’intera civiltà occidentale. In realtà, Arafat ed i suoi non hanno mai fatto nulla – neppure quando i negoziati sembravano poter andare a buon fine - per preparare la loro gente a una coesistenza pacifica con gli israeliani. Al contrario, l’Autorità palestinese ha continuato ad alimentare attraverso gli anni l’odio per il “nemico sionista”: I bambini palestinesi che, almeno in una prima fase, erano in prima linea negli scontri con l’esercito israeliano e hanno pagato un elevato prezzo di sangue per le loro bravate hanno appreso, fin dall’asilo, attraverso testi scolastici vergognosamente inesatti, che ogni convivenza con gli ebrei è impossibile. Le parole “ebreo” e “sionista” sono spesso usate (da vocabolari e libri di scuola) come insulti; sugli atlanti geografici diffusi dall’Autonomia, Israele (che pure l’OLP ha riconosciuto) non compare mai e al suo posto c’è una grande Palestina; nessun accenno viene mai fatto alle possibilità di una riconciliazione. E’ ormai provato che la seconda Intifada non partì spontaneamente il 26 settembre 2000 in seguito alla famosa passeggiata di Sharon (allora ancora capo della opposizione) sulla spianata delle Moschee, come si è detto e scritto per mesi, ma era stata accuratamente progettata dallo stesso Arafat e dai suoi collaboratori come strumento di pressione per superare l’impasse negoziale. A confermarlo, basta il fatto che, lungi dal cercare di abbassare la tensione, il Rais procedette quasi subito alla liberazione dei leader della organizzazione terroristica Hamas, da poco faticosamente catturati attraverso una fruttuosa collaborazione tra i servizi segreti israeliano, palestinese ed americano e gettò così altra benzina sul fuoco della rivolta. Queste mosse avventuristiche hanno finito col costargli care, perché hanno contribuito a minare la sua autorità, a spingere alla ribalta gli estremisti e di conseguenza a rendere molto più difficile ogni eventuale tentativo, da parte sua, di soddisfare le condizioni di Sharon per tornare al tavolo del negoziato. Infatti, ogni qualvolta si è profilato un riavvicinamento, Hamas, il Jihad e le altre organizzazioni contrarie a ogni compromesso hanno cercato di mandare tutto all’aria. Il clima che regna nei territori è stato svelato in maniera inequivocabile quando, dopo l’attentato, migliaia di palestinesi sono scesi in piazza per festeggiare la morte di tanti americani e inneggiare a Bin Laden. Fino all’11 settembre, dietro agli estremisti palestinesi si muovevano gli agenti di numerosi Paesi islamici, dalla Siria all’Iraq, dall’Iran al Sudan, che hanno interesse a proseguire nello scontro frontale. Se sarà ancora così dopo lo shock degli attentati, e l’impegno degli Stati Uniti di punire non solo i terroristi, ma anche gli Stati che li ospitano, li armano e li foraggiano, ce lo potranno dire solo i prossimi mesi. Da parte israeliana, il fallimento di Camp David, e la presa d’atto che neppure concessioni impensabili fino a poco tempo fa erano sufficienti ad accontentare i palestinesi, hanno messo in moto un processo di radicalizzazione speculare a quello dei palestinesi: anche molti di coloro che credevano sinceramente nel processo di pace pensano oggi che, se guerra ha da essere, guerra sia. A opporsi a un compromesso che non garantisca l’assoluta sicurezza non sono solo i seguaci del Likud, che hanno votato massicciamente per Sharon, ma anche i laburisti, tant’è vero che hanno appena scelto come nuovo leader il ministro della Difesa del governo di unità nazionale Ben Eliezer, considerato il falco dei falchi. L’unica vera differenza che rimane tra destra e sinistra riguarda gli insediamenti dei coloni in Cisgiordania e a Gaza, che la prima intende mantenere senza eccezione e la seconda sarebbe tuttora pronta a ridurre nel quadro di un ipotetico accordo globale. Entrambe sospettano che l’attuale classe politica palestinese non voglia affatto la pace, perché questa esaurirebbe il suo compito rivoluzionario e la costringerebbe a sottoporsi per la prima volta al giudizio dell’elettorato. Gli indiscriminati attentati compiuti dai palestinesi hanno naturalmente fatto tornare nella popolazione la paura di entrare nei locali pubblici, di salire sugli autobus, di passeggiare per le strade, e di riflesso soffocato anche quel po’ di comprensione che c’era per le ragioni degli avversari. Se, fino a Camp David, c’era una certa disponibilità a concessioni territoriali, oggi queste sono viste come una minaccia per il futuro, perché ogni villaggio ceduto ai palestinesi rischia di trasformarsi in una base avanzata per futuri terroristi. Ecco perché Sharon continua a ripetere che “Oslo è morta”, cioè che le mappe disegnate nel corso dei negoziati di pace dovranno comunque essere riviste. Che fare, allora? La diplomazia internazionale, a corto di risposte plausibili, ripete ai contendenti che devono ripartire dal rapporto Mitchell, una accurata, sostanzialmente imparziale analisi della situazione da parte di tre saggi stranieri, che sia gli israeliani, sia i palestinesi hanno – sia pure con significative riserve – accettato. Su questa base, infatti, è ripreso il dialogo dopo gli attentati dell’11 settembre. Ma una cosa è indicare sulla carta quali soluzioni adottare, un’altra è metterle in pratica nell’attuale, arroventatissimo clima. Ci vogliono anzitutto strumenti, che sia il bastone o che sia la carota, per indurre le parti a recedere dalle posizioni più bellicose. Nell’ultimo G8, è stata approvata in linea di principio la proposta di inviare nella regione un corpo di osservatori internazionali che, non potendo dividere i contendenti (impresa evidentemente impossibile) avrebbero la funzione di testimoni neutrali o di arbitri: Israele, tuttavia, conscia – come si è dimostrato ad usura nella conferenza di Durban contro il razzismo – di non avere molti amici nel mondo, si è opposta a questa strisciante “internazionalizzazione” del conflitto. Si è allora pensato a ricorrere all’arma economico-finanziaria: in un’azione concordata tra Washington e Bruxelles, gli Stati Uniti potrebbero minacciare di congelare una parte dei quasi tre miliardi di dollari di aiuti che forniscono a Israele, e l’Unione Europea fare lo stesso con gli ingenti versamenti mensili che consentono all’Autorità palestinese di tirare avanti. Ma, anche se volesse (e tutto fa pensare che non lo voglia), l’amministrazione Bush farebbe molta fatica ad ottenere il via libera del Congresso a un provvedimento del genere, che comunque non ridurrebbe Israele alle corde. L’Unione, dal canto suo, vedrebbe probabilmente vanificate le sue misure dai Paesi arabi, che hanno le risorse per sostituirsi agli europei come ufficiali pagatori. Comunque, è storicamente provato che le sanzioni economiche, specie se parziali, non piegano quasi mai la volontà di un popolo. Negli ambienti governativi ebraici, sta intanto circolando una proposta rivoluzionaria: disegnare nuovi confini difendibili, ritirarsi unilateralmente dai territori e costruire intorno al nuovo Stato palestinese una specie di “muro di Berlino”, che impedisca ai suoi abitanti (e quindi anche ai potenziali terroristi) di entrare in Israele. Insomma, la separazione totale. Ma, a parte le catastrofiche conseguenze economiche e di immagine, una soluzione del genere avrebbe la conseguenza di fare perdere a Israele qualsiasi controllo sul nuovo Stato, che potrebbe armarsi fino ai denti, stringere alleanze con i Paesi-canaglia e diventare una vera e propria bomba a orologeria. Non è il caso di illudersi che i nuovi scenari emersi dopo l’11 settembre escludano uno sviluppo del genere. Un immaginifico commentatore americano ha allora suggerito un ricorso alla NATO, che dovrebbe instaurare sul territorio palestinese una forma di protettorato, simile a quello creato in Kosovo, che garantisca contro un ritorno delle ostilità. Ma chi convertirà mai gli arabi a questa specie di revival coloniale e le potenze occidentali a immobilizzare cinquanta o centomila uomini in Palestina per un tempo indefinito in condizioni di altissimo rischio? Al di là delle legittime esortazioni a una soluzione negoziata, siamo dunque alla casella zero. Comunque finisca la guerra totale al terrorismo lanciata dall’America, la polveriera mediorientale rimane lì, e la miccia continua a bruciare. Disinnescarla sarà uno dei grandi problemi del prossimo decennio.









