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l Traveller’s Club è in Pall Mall, una parallela di Piccadilly Street.
E’ il più bello dei palazzi disegnati da Sir Charles Barry, l’architetto delle Case del Parlamento, sul modello del fiorentino e raffaellita Palazzo Pandolfini. Situato fra l’Athenaeum e il Reform Club, con il lato interno che dà sui giardini di Carlton House Terrace, fu costruito fra il 1826 e il 1832.

Fondato nel 1819 su suggerimento dell’allora Ministro degli Esteri Castlereagh, il Traveller’s nacque come luogo d’incontro fra chi aveva viaggiato all’estero, i suoi amici stranieri, i diplomatici di stanza nella capitale. Il corrimano in legno che dal piano terra porta alla biblioteca è un dono del principe di Talleyrand, i marmi che adornano il soffitto centrale di quest’ultima sono una riproduzione (gli originali stanno ora al British Museum) dei fregi del tempio di Apollo a Bassae, frutto di una campagna di scavi di C. Rockerell, membro fondatore del Club.
Ogni natale la Regina madre dà il suo pranzo annuale qui, in quella che considera la sua stanza preferita di Londra. Opposta alla biblioteca c’è la coffee Room, il salone per la colazione, il pranzo e la cena: il tavolo centrale è per quei soci che invece di mangiare da soli preferiscono la compagnia allargata di altri commensali.
E’ da queste chiacchierate informali che un paio di anni fa hanno preso forma i Travellers’ Tales (Castlereagh Press), una raccolta di racconti di viaggio e di vita vissuta degli esponenti del circolo. Da Wilfred Thesiger a Simon Winchester a Colin Thubron, il meglio dei travel’s writers inglesi è fra i membri. Ne era socio anche quello straordinario scrittore che era James Morris, cui si devono libri indimenticabili, vere e proprie biografie di città e di nazioni, su Venezia, Hong Kong, la Spagna. Anni fa James cambiò sesso e infatti ora si chiama e si firma Jan Morris: poiché l’accesso al club è rigorosamente maschile, ha dovuto dimettersi… Nei romanzi di Graham Greene c’è sempre qualche diplomatico, giornalista, avventuriero che arriva al Traveller’s o ne parte, quasi l’attestato di una certa idea di Britannia.
Cinquant’anni prima o poco più, Jules Verne, nel suo Cinq semaines en ballon offriva al suo protagonista, Samuel Fergusson, un banchetto al Traveller’s: “La dimensione delle pietanze era in rapporto con la sua importanza e lo storione che faceva bella mostra di sé sulla tavola era appena più piccolo dello stesso Samuel”. La lista dei soci vede spesso accanto ai nomi quelle sigle indice di decorazioni militari, ordini nobiliari, riconoscimenti civili che sembrano una sciarada o uno scioglilingua: KG, GCB, OBE, MC, CMG, KCVO…In tutto sono milleduecento membri (quorum ego, indegnamente e mettendo da parte quella massima di Groucho Marx: “Non vorrei mai essere socio di un club che mi accettasse fra i suoi soci”) e grazie a essi il Traveller’s è un po’ il concentrato del fascino antimoderno, anacronistico, polveroso eppure scintillante che i resti dell’impero britannico continuano a emanare.
E’ il luogo perfetto, dunque, da cui muoversi per un viaggio bizzarro quanto sentimentale, pieno di echi e di memorie, le cui coordinate geografiche galleggiano nel mare della storia come relitti. Ex potenza continentale e coloniale, l’Inghilterra di Blair, come ieri quella della Thatcher e prima ancora quella dei Wilson, degli Heat, dei Douglas Home, è politicamente parlando un cadavere in buona salute, legata a filo doppio, in un rapporto di sudditanza, con gli Stati Uniti, isolazionista più per abitudine che per scelta, condannata a recitare una parte che non è più la sua. Se cerchi il mondo di domani, non è oltre Manica che devi andare, ma oltreoceano; se vuoi vedere i trionfi dell’economia e dell’efficienza, è nel cuore tedesco dell’Europa che devi volgere lo sguardo. L’Inghilterra è passato remoto, struggente e melanconico.

Non molto distante dal Traveller’s, a Lincoln’s in Fields, la dimora di Sir John Soane, l’architetto principe dell’Inghilterra previttoriana, ospita la più incredibile casa-museo che sia dato vedere (solo il Vittoriale la supera in lucida pazzia, ma lì c’era la mano di un genio politico che celebrava se stesso, qui c’è uno studioso d’ingegno che voleva coniugare bellezza e ricerca). Su e giù per i 400 metri quadrati, posti verticalmente, che Soane sventrò, rimodellò, combinò in un susseguirsi visionario di quinte e di nascondigli, di cripte e di corridoi, di scale e di passaggi, fanno a gara fra loro tremila bronzi greci e romani, gioielli egizi, ceramiche cinesi, terrecotte medievali…
Dieci giorni prima di morire, il 20 gennaio del 1837, sistemò una bronzea Vittoria alata di fronte all’acquerello in cui aveva dipinto il mausoleo funebre della moglie. Sentiva che se ne stava andando, ma sapeva che avrebbe lasciato un segno vittorioso. Il 1837 è anche l’anno in cui Sir Henry Fane, allora comandante in capo delle forze britanniche in India, va in visita ufficiale a Lahore, ospite di Ranjiit Singh, maharajah del Punjab. “Le vesti e i gioielli della corte del rajah erano quanto di più superbo si potesse concepire. Il figlio del primo ministro, il prediletto del principe regnante, era, letteralmente, una massa di preziosi: collo, braccia e gambe ricoperti di diademi, bracciali, cerchietti fatti di perle, diamanti rubini, uno sopra l’altro, talmente spessi che era impossibile scorgere qualcosa fra loro”.
Così il nipote Henry Edward Fane, suo aiutante di campo, descriverà quell’incontro. Fervevano i preparativi per le nozze del figlio di Singh, i giardini erano in fiore, le fontane zampillavano, i cavalli dei dignitari avevano gualdrappe rifinite in oro. Emily Eden, sorella del governatore generale dell’India Lord Auchland, raccontò rapita agli amici londinesi: “Di fronte a quello che si vede qui, la magnificenza europea è davvero una misera cosa”. La sala che ospitava il trono d’oro era coperta di tappeti, le colonne poste a delimitare l’ingresso erano rivestite di arazzi intessuti di pietre preziose. Il fascino del barbarico e raffinato splendore del subcontinente indiano nasce allora, e non è un caso che sempre in quell’anno la regina Vittoria salga al trono d’Inghilterra.
Nel giro di un ventennio la Corona prenderà il posto della Compagnia delle Indie Orientali nel governo diretto, nel 1876 Vittoria ne diverrà imperatrice e, come nota Davide Cannadine nel suo appena uscito Ornamentalism (Penguin editore), l’India si tramuterà nello specchio e nel modello di una società gerarchica, aristocratica, feudale e senza tempo in cui l’upper class britannica su rifugerà via via che la modernità democratica, masse, partiti, proletariato, classe operaia e piccolo borghese, cominciano a scuotere le fondamenta dell’assetto sociale e politico in patria.
Se non si tiene presente tutto ciò, Osborne House, la residenza estiva che Vittoria e il principe Alberto si costruirono nell’isola di Wight, sembra essere poco più di una bizzarria. Che senso dare se no alla Durbar Room, il salone dei banchetti che prende il suo nome da un vocabolo indiano che stava a indicare il luogo e la cerimonia per i ricevimenti di Stato, e la cui architettura si rifà ai palazzi di Lahore? Il soffitto a cassettoni di un bianco abbacinante, tutto stucchi, intarsi e cornici di teak, le immagini di Ganesha, l’elefante dio della fortuna, il pavone scolpito sopra il camino, soltanto per il quale occorsero 500 ore di lavoro, i tappeti ricamati di Agra…
E come spiegare il Durban Corridor con i ritratti e i busti del maharajah Duleeb Singh, il nipote di Ranjiit, la collezione di profili di dignitari indiani, militari, artigiani, persino servitori, come quell’Abdul Karim che di Vittoria fu il segretario particolare, le insegnò l’hindi, veniva chiamato maestro (Mushi) e descriveva alla sua imperatrice quello che lei non avrebbe mai visto, perché Vittoria mai metterà piede in quella terra? L’isola di Wight è a un paio d’ore complessive di treno e di aliscafo da Londra, di fronte all’estremo lembo dell’Hampshire.
Per andare a Blenheim, nell’Oxfordshire, impiegherai lo stesso tempo. Se nella prima s’incarna l’essenza stessa dell’impero, la dimora di chi legò il suo nome a un’epoca, quella vittoriana, la seconda rimanda al suo più convinto sostenitore e cantore, e tuttavia suo affossatore, involontario, certo, ma non per questo incolpevole.
Winston Churchill, infatti, nacque a Blenheim, e chi visita il castello può vedere la sua stanza e un piccolo museo a lui dedicato. A Blenheim si sposò, era la sua dimora ideale e per un breve arco di anni fu anche erede al ducato: se il cugino Charles, detto Sunny, fosse morto senza lasciare una discendenza, il titolo sarebbe passato a lui. Così, quando Sunny presentò Consuelo Vanderbilt, l’ereditiera americana che aveva deciso di impalmare per interesse, a sua madre, l’anziana duchessa andò subito al sodo: “Il tuo primo dovere è quello di avere un figlio, e maschio, perché sarebbe intollerabile vedere quel pretenzioso di Winston diventare duca. Sei già incinta?” Consuelo era bellissima e il quadro di Sargent che la immortala in una delle Stanze di Stato del palazzo lo dimostra: il collo da cigno, il portamento altero, un che di malinconico. Ancora più bella è nel ritratto che pochi anni dopo le fece Boldini e che ora è al Metropolitan Museum. Il pittore italiano aveva fama di Don Giovanni, e Consuelo nella sua autobiografia, The Glitter & The Gold (George Mann editore), lo ricorda come una specie di sartiro: “Ah, la divina, la divina!”, esclamava rapito mentre la ritraeva. Dopo alcune sedute, Consuelo volle come soggetto, e come tutela, anche il figlio Ivor e così Boldini dovette ricominciare da capo. Risolse il tutto facendo sdraiare il piccolo su un fianco, le mani appoggiate sul grembo materno. “Sembravo una divinità indiana, con meno di tre braccia che partivano da angoli differenti”.
Nella biblioteca di Blenheim, 55 metri di lunghezza, le finte volte a cupola decorate a stucco da Isaac Mansfield, la crema e l’oro degli intarsi, sono ancora conservati i manoscritti di Winston Churchill relativi alla biografia paterna e i quattro volumi di Marlborough, His Life and Times, incentrati invece sulla vita e le opere di colui che diede origine alla fama e alla gloria della casata, quel John Churchill primo duca di Marlborough, gran signore e condottiero delle guerre di successione del XVIII secolo. Tutto a Blenheim risuona a gloria del primo duca di Marlborough. Quando Consuelo Vanderbilt fece il suo ingresso nella dimora che, grazie ai suoi soldi, nel primo Novecento era stata riportata agli antichi splendori, l’immenso atrio quasi la paralizzò. “Era così alto che dovetti allungare il collo per vedere il dipinto del Grande Duca, in abiti romani e alla guida di un carro. Era circondato da nuvole e compresi che stava affrettandosi, lì nelle sfere celesti, per raggiungere Giulio Cesare e Alessandro Magno. Perfino Napoleone, pensai, non avrebbe potuto immaginare un’apoteosi di quel genere”. Consuelo detestava talmente Blenheim, suo marito e l’intera stirpe dei Churchill che la rabbia le annebbiava la vista e il ricordo: in realtà, il duca è a piedi, inginocchiato davanti a Britannia, lei sì assisa su un cocchio che sembra un trono, e intento a esporle il piano militare per la battaglia che lo renderà famoso. Il dipinto è opera di James Thornill ed è del 1716. Blenheim oggi è un pezzo di storia e un parco delle meraviglie. Ospita il più grande labirinto del mondo, con le siepi che riprendono le forme di trombe, stendardi e palle di cannone, il giardino italiano e i giardini geometrici si dipanano intorno al tema della Fontana delle allegorie del fiume del Bernini, modello in scala ridotta del capolavoro di piazza Navona. Dal 1986 una fondazione, nata con un milione e mezzo di sterline, si incarica di reperire fondi per il suo mantenimento. Ogni anno, il 13 agosto, anniversario della battaglia di Blenheim, lo stendardo con i gigli di Francia è offerto alla regina come simbolica forma contrattuale. Reliquie e memorie di pietra, sogni di grandezza, cattedrali laiche erette a sostegno di un’idea, una nazione, uno stile di vita. Eppure, come finale di questo viaggio cominciato fra le mura di un club ottocentesco e proseguito fra i fantasmi di glorie passate e di suggestioni eterne, nulla forse eguaglia, quanto a potenza evocativa, la semplicità spartana di Clouds Hill, l’altra faccia che rese possibili le pompe, i diademi, i pennacchi, il potere e le ricchezze dell’età imperiale, lì dove il colonnello Lawrence scelse di vivere e fu scelto nel morire. Immersa fra le querce e i rododendri del Dorset, la casa di Lawrence è piccola ma raffinata, immagine riflessa del suo proprietario. Tutto è semplice, ma mai sciatto, informalmente elegante. Nell’esistenza errabonda e scontenta, Clouds Hill rimane per Lawrence un luogo fatato: ci scriverà i suoi libri, curerà le sue traduzioni. Tutto lì intorno parla di lui. A qualche centinaio di metri una lapide ricorda l’incidente mortale. Nella vicina città di Moreton c’è la sua tomba, a Wareham, nella piccola chiesa sassone di St. Martin, si trova la scultura che Eric Kennington, l’illustratore dei Sette Pilastri, gli dedicò. Vestito da principe della Mecca, per cuscino ha una sella di cammello, i sandali ai piedi, la spada con l’impugnatura d’oro, a fianco della testa un’antologia greca, la morte di Arturo di Mallory, un volume di poesie inglesi. Sembra la statua di Guidarello Guidarelli, un fanciullo guerriero. Ai funerali, il più bell’epitaffio lo pronunciò George Ambrose Loody, l’ultimo grande funzionario delle Colonie: “Era come uno di quei rari esseri che sembrano appartenere al mattino del mondo. La sua fine gli sarebbe piaciuta. Una corsa impetuosa, una uscita repentina”. Dimenticavo: anche Lawrence faceva parte del Traveller’s Club…

Sir Charles Barry

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Consuelo Vanderbilt

 

 

John Churchill, duca di Marlborough

 

 

Soane's Museum

Stenio Solinas