

E' cominciato l’autunno e una di queste notti, a ora molto tarda, mentre cercavo con il telecomando qualche programma in attesa del sonno, ho visto comparire sul video Sandokan, e poco dopo Yanez, Tremal Naik e la dolce lady Marianna, detta la Perla di Labuan.
Non stavo sognando a occhi aperti. Semplicemente, era accaduto che venivano mandati in onda stralci di uno sceneggiato del 1976, intitolato “Sandokan”, in sei puntate, interpretato da Kabir Bedi nel ruolo del protagonista, Philippe Leroy (Yanez), Ganesh (Tremal Naik) e Carole André (Marianna). Quelle sei trasmissioni fecero registrare una media da record: circa 27 milioni di telespettatori a puntata. Sembra quasi superfluo aggiungere che ho guardato le vecchie immagini, girate in India, Malesia e Tailandia, con piacere ed emozione, anche perché esse coincidono con un rinnovato interesse per la figura di Emilio Salgari, nato a Verona il 21 agosto 1862 e morto suicida a Torino il 25 aprile 1911, cioè novant’anni fa. C’è stato un convegno, sono uscite ristampe, quasi a voler riparare le ingiustizie di cui fu vittima questo scrittore che si tolse la vita squarciandosi il ventre con un rasoio affilatissimo. Un giornale dell’epoca commentò il tragico evento con queste parole: “Salgari, evocatore di paesi esotici, ha pensato alla fine dei Samurai offesi, all’atroce e onorato harakiri nel quale si provava lo stoicismo di quei nobili guerrieri di fronte alla morte”.
La domanda adesso è questa: che cosa può sussistere del mondo di Salgari al di fuori di un provvisorio “revival”? Intanto, prima di rispondere alla domanda, stabiliamo che si dice Salgàri, parola piana con l’accento sulla penultima sillaba, e non Sàlgari, parola sdrucciola con l’accento sulla terzultima sillaba, come invece hanno pronunciato e pronunciano milioni di lettori. Il motivo di questa pronuncia è presto detto: in dialetto veneto “Salgàr” significa “salice” e al plurale altro non può essere che “Salgàri”. Che cosa può sussistere, dunque, del mondo di Salgari? Tutto sembra essere contro: quelle che furono le mappe misteriose dei mari si trovano adesso in un qualsiasi “dépliant” d’agenzia turistica. Tutto è contro, tutto congiura, ma tutto può ribaltarsi. Come Salgari ricorreva a quelle miniere di fascino assoluto che erano le riviste geografiche della sua epoca, così noi ricorriamo a lui, al suo emporio di decine e decine di romanzi e di racconti. E’ vero che una così alta montagna di parole e di avventure costò sacrifici immensi, trasformò Salgari in un “uomo-scrittoio”, lo espose a rapine editoriali, a falsi, a stupide imitazioni, a vicende giudiziarie. Ma la distanza è fatta anche per questo: non per dimenticare, ma per cogliere, oltre i dati spesso crudeli della vita di Salgari, anche l’atmosfera del suo tempo: un tempo di polisportive, di sale d’armi, di velocipedi.
Salgari maturò proprio in quella tensione borghese che cercava di rifiutare la “dimensione corrente della vita”, preparando i muscoli e le punte delle lame al sogno dei duelli e degli arrembaggi. Ora il sogno si rovescia. Noi non vogliamo viaggiare con Salgari, duellare con i suoi eroi, sfidare le insidie delle giungle. Tutto questo, anche come moto della fantasia, si è disperso. Il nostro sogno è una semplice riserva del cuore, un angolo nel quale la Perla di Labuan si confonde con le ragazze amate nell’adolescenza.
E’ strano, ma i bagliori, gli orizzonti da cui spuntano segnali di tempeste e di naufragi, l’onnipresenza della morte e dell’agguato, inducono alla serenità. Come se Sandokan potesse veramente entrare nelle ingiallite foto degli atleti della Belle Epoque che portavano i baffi a manubrio. Salgari fu l’emozione: ora è il fantasma d’un amico lontano. A che cosa è dovuta questa metamorfosi? Perché Salgari resiste al di là di tutte le smitizzazioni? Perché troviamo sempre un posto per lui, anche se glielo negano le storie della letteratura? Rispondo con le parole di un grande critico. Dall’inchiostro di bacche, che preparava con le sue mani, Salgari “continua ad estrarre l’affascinante enormità dell’Oriente: un sogno di sangue, morte, putrefazione, fanatismo, deliri, la rivelazione di misteri terribili, i trionfi di una fantasia melodrammatica”.
Salgari riversa nelle pagine le sue frustrazioni di pover’uomo che di tutta la nascente civiltà industriale conosce soltanto la dura catena di montaggio di uno scrivere ininterrotto. Egli rovista nel grande emporio dei contrasti romanzeschi, delle sfide teatrali, dei lampi spaventosi, degli agghiaccianti presentimenti. E per raccontare questo mondo saccheggia enciclopedie, dizionari, giornali di viaggi, diari di navigatori.
Il linguaggio di Salgari nasce così: un impasto di stranezze e di esotismi. Giustamente si è parlato si “un’allucinazione di tipo filologico”. Salgari parte da una parola che magari ha letto male e la scrive a modo suo: il fascino irresistibile del suo linguaggio diventa così la storpiatura. Pensiamo a una sequenza come questa: “L’aria era imbalsamata dal soave profumo degli sciambaga, dei mussenda e dei nagatampo”. Pensiamo ad altre, infinite “voci” del linguaggio salgariano: i kriss, i dayachi, i babirussa, i maharatti, i bughesi, le pomponasse, i paletuvieri, l’orso baribal, il botano-motoko. Pensiamo alle imprecazioni misteriose come “saccaroa!”, prediletta da Sandokan. Siamo di fronte al linguaggio di una piccola epica che non bada, né deve badare, al rigore scientifico: quello che conta non è tanto l’oggetto che descrive, ma la capacità di accendere intorno a una parola una specie di magico alone. C’è in Salgari una forza contagiosa legata a nomi, invenzioni, suoni.
Ci incanta il candore dei suoi entusiasmi: ci incanta a tal punto che ne accettiamo anche l’inevitabile retorica e le innocenti mitomanie. Se è vero che la scrittura, specialmente quella romanzata, è produzione continua dell’immaginario, penso che nessuno possa azzardarsi a togliere a Emilio Salgari la definizione di vero scrittore. L’insieme della sua opera mi sembra una macchina che ha fabbricato immaginazione e ha dilatato le consuete figure del mondo.
A questo punto, credo di dovere ai lettori una precisazione. Non sono un salgariano che idealmente indossa la maschera di Sandokan, nonostante l’età avanzata e i capelli bianchi. Credo di appartenere a un altro tipo di salgariano. Ho inseguito altri desideri quando incontravo frasi come queste: “Fuggivano schiamazzando le splendide colombe dette ‘morobo’…sparivano le belle ‘alude’ dalle penne color turchese” Nessuna enciclopedia registra simili uccelli, i cui nomi sono dovuti a chissà quale storpiatura. Ebbene, sono un salgariano che avrebbe voluto allevare in una gabbia le “morobo” e le “alude”.






