

Prova e riprova, alla fine il monello l’ha fatta grossa. Lo scorso anno Pete Sampras, il bravo ragazzo per eccellenza del tennis americano, l’aveva stoppato quasi in extremis prima che il suo tennis robotico conquistasse la Grande Mela. Ma all’appuntamento piu’ importante, quello della sua prima finale in una prova dello Slam, Leyton Hewitt ha presentato il conto e riscosso la rivincita. A soli 20 anni il teenager di Adelaide espugna New York, sovvertendo pronostici e aspettative; ma soprattutto, conoscendo gli americani, dando un grande duplice dispiacere al pubblico di casa. Il primo, comprensibile, riguarda le aspettative a stelle e strisce nel vedere coronata l’impresa del beniamino locale Sampras, di 10 anni più vecchio di Leyton, arrampicatosi sino alla finale e pronto a scrivere un’altra pagina storica del tennis mondiale (eventuale 14 torneo dello Slam vinto). Non c’è stato però il lieto fine ad un torneo giocato in maniera eroica da Pete sin dal quarto turno, quando battendo Rafter si è guadagnato la sfida stellare con Agassi che probabilmente rimarrà negli annali come la più bella della stagione. Giunto all’evento conclusivo dopo aver superato il russo Safin in semifinale, il campione californiano non ha saputo però dare conforto a chi in patria auspicava un suo pokerissimo agli Us Open. Si sono forse fatte sentire le scorie agonistiche delle partite vinte in precedenza. Ma va riconosciuto a Hewitt il fatto che quando il torneo è entrato nel vivo, il bimane australiano ha saputo innestare una marcia in più rispetto agli altri. Di lui, rabbioso talento in erba sentiremo parlare ancora parecchio in futuro. Il suo tennis da mastino verrà ricordato agli Us Open 2001 come una perfetta sintesi di mobilità, raziocinio tattico e cattiveria agonistica. Sul rettangolo sembrerebbe dunque che il lentigginoso “Giamburrasca della terra dei canguri” non abbia mai sbagliato una mossa. Invece non è stato così. L’unica evitabile e infelice (ed è qui che si innesta il secondo motivo di rammarico per il moralista pubblico americano) Leyton sembra averla commessa nel match di terzo turno contro la racchetta di casa James Blake. All’apice di una sfida tiratissima giocata sull’orlo della crisi isterica, il ragazzino australiano si è lasciato scappare una frase di certo poco elegante durante un caldissimo faccia a faccia con il giudice si sedia. Dopo il ripetersi di una decisione a lui sfavorevole, il futuro campione newyorkese avrebbe fatto notare con poca sportività e molta concitazione come il suo avversario e chi ne aveva segnalato l’irregolarità avessero in comune il colore della pelle. Ora, se Blake fosse stato bianco o cinese o di qualsiasi altra razza, probabilmente la stupidaggine sarebbe passata inosservata. Etichettata e scusabile con la tanto sbandierata sindrome del Dottor Jekill & Mister Hyde che trasfigura moltissimi atleti nel momento di un atto sportivo coinvolgente. Ma dal momento che Blake e il linesman criticato erano neri, ecco il patatrac! A fine gara nella consueta conferenza stampa, Leyton ha dovuto rintuzzare a più riprese l’accusa di razzismo soprattutto da parte dei media locali, guadagnandosi tra l’altro il giro dei telegiornali con le gote gonfie di rabbia e quell’inopportuno dito puntato nel denunciare il presunto complotto ai suoi danni. Poco profiqui a questo punto i tentativi di discolparsi dall’accusa di razzismo, sbandierando la provenienza da un paese multietnico come l’Australia. E altrettanto inutile quanto ingenuo il tentativo del protagonista di negare, in termini di insulti, la vivace discussione con l’arbitro. Ma ancor più evitabile, a mio avviso, la messa in moto di una vera e propria crociata locale contro il “monello Ozie”, reo di aver infangato il nome della comunità nera. Vista la sproporzionalità con cui la vicenda si è evoluta e l’enorme polverone sollevato, sembrano essere due le ipotesi capaci di creare quasi dal nulla un caso nazionale: o chi si occupa di tennis, soprattutto maschile, in America è così in difficoltà nel creare notizie e personaggi che si attacca a tutto per provare a strappare qualche riga in più di popolarità sul proprio tabloid (A proposito, mai visti tanti “faccioni televisivi” su insegne pubblicitarie reclamizzanti il proprio show sull’emittente X); oppure l’ex terra delle mille possibilità, in preda ad un febbrile attacco di ricerca della verità a tutti i costi, deve mostrarsi anche la terra delle uguali opportunità, aggrappandosi a casus belli ingigantiti e scadendo quindi nel ridicolo. Siamo seri; di sicuro Hewitt ha peccato in quel momento di intelligenza e opportunismo. Ma non va dimenticato che in passato un certo John McEnroe sui campi di Flushing ci ha fatto vedere e sentire di peggio. Ed un certo Jimmy Connors nel 1977 contro Barazzutti in semifinale si permise una delle peggiori scorrettezze impunite mai viste su un rettangolo da tennis: quello di cancellare un segno dubbio di una palla nella metà campo di Corrado e vedersi ugualmente assegnato il punto dall’arbitro sotto gli occhi esterrefatti dell’attuale nostro capitano di Coppa Davis. Per fortuna a ricondurci sul sentiero della ragione ci hanno pensato i diretti protagonisti; quelli che si fronteggiano sino all’ultima stilla di energia fisica e non dialettica e che forse eviterebbero volentieri questi forzati bagni di popolarità nei quale recitano oggettivamente. Come lo stesso James Blake, l’atleta il cui nome e la cui razza sarebbero stati offesi dalle “incontinenze” verbali di Leyton, che ha subito smontato la querelle. Per lui ogni attrito o presunta questione si era chiusa, come è giusto che sia, al momento della stretta di mano a fine gara. O come il campione di Wimbledon, Goran Ivanisevic, che, in una divertentissima conferenza stampa, ha saputo fare di meglio, riportando sui binari della normalità un po’ tutti questi reporter di casa dallo scandalo facile. Il mancino di Spalato ha infatti espresso la propria incapacità verbale nel trovare spesso in America i termini giusti con i quali esprimersi. “Qui da voi una volta dichiarai di aver giocato un match con la stessa verve agonistica di una checca. Il giorno dopo la comunità omosessuale si scatenò contro di me, accusandomi di pregiudizi. Cercai allora l’indomani di correggere il tiro, dicendo che il mio tennis in quell’occasione mi aveva ricordato quello di una donna. E anche lì il giorno dopo quasi tutta la stampa locale riportò la reazione indignata di un gruppo di femministe. Addirittura al torneo successivo, visto che ero nell’occhio del ciclone, venni criticato da una setta religiosa che mi rimproverava certi miei atteggiamenti poco “morali” sul campo. Non sapevo più dove girarmi, cosa fare. Ma soprattutto cosa dire. Qualunque cosa fosse, finivo per scontentare qualcuno. Ma io, a differenza di molti, non parlo per compiacermi o compiacere qualcuno. Sono me stesso e dico quello che penso...”. Parole sante. E a parziale difesa del comunque imprudente Hewitt, per scagionarlo da una troppa avventata accusa di razzismo, bastava infatti conoscerne un paio di tratti adolescenziali salienti, di contro ignorati da chi lo ha messo in croce. Per esempio che da anni, dichiaratamente, il suo atleta preferito è un certo Tyger Woods e che spera un giorno di poterlo incontrare. Oppure che la sua canzone preferita, quella scelta per automotivarsi prima di un match, è “The Eye of the Tiger” (colonna sonora della saga pugilistica di Rocky). E non l’ha certa scritta e interpretata un “bianco”. Ed anche, per chiudere, che il piccolo Leyton è cresciuto secondo i canoni agonistici dell’Australian football, praticandolo sino ai 13 anni quando la scelta della disciplina si è, fortunatamente per lui, indirizzata altrove. Forse i suoi atteggiamenti eccessivamente plateali, in preda a “trance” agonistica, non riscuotono il massimo della simpatia. Ma l’Australian Football, vista l’enorme quantità di contatti fisici pesanti e di contro la quasi totale assenza di oggetti di protezione (caschi, paradenti, ecc.) ti insegna a giocare “pulito”. C’è lealtà e buona fede in quasi tutti gli interventi, altrimenti non basterebbero una decina di ambulanze per ogni sfida . Hewitt “lingua lunga” è così anche adesso che impugna una racchetta. Lo stadio o il campetto d’allenamento sono comunque una battaglia, da affrontare con tutte le armi a propria disposizione, cercando di annientare dal punto di vista psicologico quelle del rivale. Non sono riusciti ad intimorirlo nemmeno quei 13mila tifosi spagnoli inferociti che lo scorso anno hanno tentato di tutto per evitare che Leyton vincesse (inutilmente però per la causa nazionale) entrambi i propri singolari nella finale di Davis. Non crediate che cambierà mai il suo atteggiamento col passare delle stagioni. Se sarà invece pratico e acuto come credo, dopo la vittoria sorprendente di New York, avrà però assimilato la prima lezione diplomatica importante. Di certo comunque preferisco lui, la sua carica genuina fatta di come-on a tratti indisponenti e i suoi attributi da fighter a quelli ipocriti di alcuni colleghi. Una su tutti: Mary Carrillo, popolarissimo volto sportivo (femminile, ma non troppo) della CBS che, dopo la stupidaggine dialettica scappata all’australiano, lo ha subito catechizzato durante il suo seguitissimo show notturno di commento ad ogni giornata del torneo. “Leyton è un idiota! Prima di provare a diventare un campione deve evitare di essere un bugiardo, deve crescere ma soprattutto imparare a chiudere il becco. “ L’avrei anche apprezzata se, al termine della telecronaca della finale vinta da Hewitt su Sampras, la Carrillo non si fosse completamente trasformata nei giudizi sul neo-campione, vestendo i panni di incensatrice dell’astro nascente del circuito. Sempre in nome dell’obiettività e delle pari opportunità (ri)concesse a tutti. O forse di Mamma Audience che, di fronte al vincitore, se criticato, ti dà sempre torto. Coerenza, questa sconosciuta...




