Non
è facile commentare i risultati della privatizzazione della
Banca di Roma senza lasciarsi andare a pur giustificati toni trionfalistici,
che non rientrano peraltro nello stile dell'istituto presieduto da
Cesare Geronzi. Certo il successo ottenuto è tale da riempire di
soddisfazione tutti coloro che a questa operazione hanno partecipato. Primo
fra tutti l'Iri, che dall'esito della privatizzazione ha incassato - per
ogni punto percentuale della quota della Banca da lui detenuta - ben 83
miliardi, per un totale di 1.900 miliardi derivanti parte dalla vendita
delle azioni a pronti e parte dalla cessione delle obbligazioni convertibili.
Il successo di questo
collocamento, che ha attratto ben 292 mila nuovi soci, è dovuto
a quello che si può definire un vero e proprio lavoro di squadra.
Se infatti da un lato la
campagna pubblicitaria creata da J.W. Thompson - il cui neologismo “Snafùz”
è diventato ormai patrimonio del linguaggio corrente - è
riuscita a catturare l'attenzione dei risparmiatori, dall'altro gli
investitori istituzionali hanno di certo apprezzato sia la nomina di Giorgio
Brambilla (ex Amministratore delegato del credito Bergamasco) a Direttore
generale della Banca, sia i piani di risanamento, cessioni di attività
non strategiche e di “pulizia” delle sofferenze redatti dai vertici della
società. Del resto, come hanno spiegato Geronzi e Brambilla, la
scelta coraggiosa della svalutazione dei crediti e dell'avviamento per
2.700 miliardi, ha posto le basi per ripartire e i primi benefici dovrebbero
vedersi già nel 1998.
Il piano strategico 1997-2000
predisposto con la collaborazione della società di consulenza McKinsey
ha come obiettivo la crescita del ROE (Return of Investment) stimato intorno
al 6% nel 1998, all'8% nel 1999 per arrivare al 10% nel 2000.
Questi risultati verranno
perseguiti principalmente attraverso l'aumento del margine di intermediazione
per effetto soprattutto del forte incremento dei ricavi da servizi,
il miglioramento dell'efficienza complessiva e la cessione di attività
non strategiche.
Una “meta” certamente impegnativa
ma tuttavia raggiungibile, come ha sottolineato il nuovo Direttore generale,
in quanto dipende all'80% dalla capacità del management e di tutti
coloro che lavorano in banca, mentre il 20% dipende da variabili esterne
quali la congiuntura.
E' quindi un cammino ricco
di sfide quello che attende la Banca di Roma nei prossimi anni. Un viaggio,
come comunicato nella campagna stampa, che viene intrapreso in compagnia
degli oltre trecentomila azionisti che hanno ritenuto un buon affare parteciparvi.
Al successo della privatizzazione
della Banca hanno contribuito in modo rilevante anche i suoi funzionari.
La maggior parte delle sottoscrizioni si è verificata infatti presso
i circa 1.600 sportelli del Gruppo presenti su tutto il territorio nazionale.
Tale rilievo è indubbiamente importante perché evidenzia
la presenza sul territorio dell'istituto e il rapporto di fidelizzazione
della clientela. Del resto l'apprezzamento da parte dei vertici della Banca
di Roma per l'opera svolta sia dai funzionari che da tutti i collocatori
trova una manifestazione tangibile nel premio che verrà loro assegnato.
Limitare ai funzionari ed
al top management il successo di questa operazione sarebbe comunque
limitativo. L'intera struttura ha partecipato attivamente affinché
questo avvenimento, che certamente incide profondamente nella vita della
Banca, si compisse nel migliore dei modi. I primi del resto a dover essere
convinti dell'efficacia del piano messo in atto dal Consiglio d'amministrazione,
perché abbia successo, non devono essere gli investitori bensì
coloro che giorno per giorno devono lavorare affinché tale progetto
si realizzi, ancor più oggi che ci sono oltre trecentomila
azionisti che contano su di loro.
E certo una grande soddisfazione,
visto il corso del titolo, l'hanno ottenuta coloro che hanno avuto fiducia
nelle azioni della Banca e nella sua capacità di ripresa. |
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