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 Oliviero Beha
 
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La fine del '97  ci porta una sentenza da prima pagina: l'assoluzione generale per la morte di Ayrton Senna, nel '94, sul circuito di Imola. Sull'altro circuito di Imola, quello processuale, vince la Formula 1, vince il costruttore Frank Williams, denominatore del bolide schiantatosi quel primo di maggio, vince il cosiddetto realismo: in pratica, la colpa è  della velocità, dice il pretore Antonio Costanzo, una versione aggiornata del "hai voluto la bicicletta, pedala", ovvero se vuoi correre in Formula 1 ci sta pure che ci lasci la pelle. Sì, è vero, un collega del famoso morto, l'ex ferrarista Michele Alboreto, ascoltato due volte come esperto, continua a gridarlo: "Si è rotto lo sterzo, Ayrton non sbagliò alla curva del Tamburello, è colpa di un guasto...". Ma è una voce sola, in un coro compatto. 
Chissà perché, mi viene in mente un'altra sentenza, di un mese prima, del novembre '97, tutt'altro genere di vicenda: l'assoluzione degli armatori greco-ciprioti per il disastro della Haven, la petroliera esplosa nel '91 nel mar Ligure, al largo di Arenzano. Cinque morti, cinquantamila tonnellate di petrolio per movimentare fauna e flora marina... 
Una quisquillia, direbbe Totò. Eppure, tutti assolti. Non credo di andare molto lontano dal vero se traduco in termini analoghi alla sentenza-Senna  quella sulla Haven. Nessun colpevole, niente dolo, navigare è rischioso, gli agenti meteorologici non scherzano, bisogna mettere in preventivo che... 
Nel primo caso, a repentaglio veniva posto l'intero circo della Formula 1, con il pesante ricatto della realtà: il giro di dentro, il numero di persone occupate che sarebbero state gettate sul lastrico. E risvolti politici: pensate alla combine tra Bernie Ecclestone e il furbo premier Tony Blair, con ombre lunghe anche su Prodi e scommetterei su molti altri, a proposito della pubblicità delle sigarette, piattaforma indispensabile (pare) alla Formula 1.  
E risvolti interni: pensate alla regolarità dell'ultimo campionato mondiale piloti, vinto in volata da Villeneuve jr. su Schumacher, con l'aggressione corsara del secondo nei confronti del primo, e i successivi sospetti di accordi tra scuderie (Williams e Mc Laren) per fregare la Ferrari vincente.  
In teoria, a giudicare dallo scandalo suscitato dalla "cattiveria" del pilota tedesco e dalla illiceità del "cartello" tra marche, ce ne sarebbe stato abbastanza per risoluzioni chiare e severe.  
Invece il processo dalla Federazione Automobilistica Internazionale diede questo verdetto: "Gesto istintivo, Schumacher assolto a metà, cancellato il secondo posto mondiale, scagionate le due scuderie inglesi, nessun patto tra loro". 
Nel secondo caso, quello della Haven colata a picco, in discussione era forse il nodo cruciale di questa fine millennio: quello della sicurezza. Dell'uomo, dell'ambiente.  
Quello del ruolo della variabile sicurezza, nel rapporto tra costi e  ricavi. Quello di una gerarchia di priorità: prima la sicurezza, o prima il profitto? prima il rispetto della salute (ambientale, e della persona) o prima la difesa del posto di lavoro (in terra o per mare)? 
So benissimo, in realtà, perché la sentenza su Senna mi rimanda per analogia a quella sulla Haven: intanto, la velocità considerata responsabile di una morte (di tutte le morti?) in Formula 1 può subito essere interpretata metaforicamente come la responsabile del disfacimento del pianeta.  
Va veloce lo sviluppo, non riesce più a tenere in curva.  
Il potere politico e soprattutto quello economico, i padroni del vapore della globalizzazione, hanno messo in pista bolidi che difficilmente riescono a seguire la strada, essendo lo sterzo inadeguato alla velocità.  
E poi, fuor di metafora, per entrambi i circhi, il Barnum rombante come quello planetario, le regole non contano più, o non contano abbastanza. Sono poco più che fastidi rimasti appesi come ciondoli all'idolo dello sviluppo (che andrebbe una volta per tutte distinto da quello del progresso, per sovrapporli solo dopo un'analisi davvero competente delle rispettive caratteristiche). Non contano le regole di fronte alla morte sul circuito di Imola, se su un piatto della bilancia passa l'ubi consistam di un intero settore.  
Non contano le regole di fronte alla morte per mare (e del mare) se una condanna nel caso Haven  può significare un precedente che rimetta in discussione le priorità, appunto nella chiave della sicurezza che "costa", di cui parlavo prima. 
E' assai più semplice ed economicamente conveniente "troncare, sopire", conservare lo statu quo, laddove assuma per conveniente economicamente una lettura non solo stretta dei vantaggi di chi ha il potere e il denaro, ma lata, del pianeta che avanza. "Economico" che vuol dire , se non "legge che regola la casa"?  
E dunque ridiscutere "economicamente" il futuro significa passare per una possibile revisione delle sue norme.  
Molto meglio tenersi le vecchie, cresciute su aggiustamenti per lo più ingiusti. Così si tiene il coperchio sul pentolone, fidando su un altro formidabile vettore dei tempi che "corrono", quello della rimozione della memoria.  
 
 
  
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