Livio Caputo
La
scommessa del prossimo millennio si chiama lavoro. Agli albori del Duemila,
l'umanità si trova ad affrontare un problema enorme, da cui dipende
non solo il futuro assetto delle nostre società, ma sotto certi
aspetti la nostra stessa sopravvivenza.
Come garantire a una popolazione
mondiale tuttora in rapida crescita (anche se alcuni Paesi, come l'Italia,
hanno ormai un tasso di natalità talmente basso da correre il pericolo
di estinzione) un'attività remunerativa?
Come impedire che la piaga
della disoccupazione strutturale, già ben nota nel mondo sottosviluppato,
si estenda anche a quello industrializzato?
Più in soldoni, come
fare perché l'umanità non si divida tra “in” ed “out”, cioè
tra coloro che sono inseriti nel sistema e ne ricavano benefici, e coloro
che ne sono esclusi e in una forma o nell'altra dovranno essere mantenuti
dagli altri?
Il fenomeno disoccupazione
non è certo una novità, e ci sono stati periodi della nostra
storia, come quello della grande depressione degli anni Trenta, in cui
era assai più acuto di adesso. Allora si ricorse alla cura Keynes
dell'intervento pubblico nell'economia e della spinta artificiale alla
crescita mediante il ricorso all'indebitamento degli Stati e agli investimenti
pubblici.
Ma oggi la situazione è
radicalmente cambiata: la disoccupazione non è il prodotto di una
crisi economica acuta, ma coincide con un periodo di congiuntura favorevole,
in cui le economie tirano, i consumi si mantengono a un ottimo livello,
le Borse (fatta eccezione per quelle asiatiche) sono vicine ai loro massimi
storici e, dopo un periodo di rallentamento, anche i tassi di sviluppo
dei grandi paesi industrializzati hanno ripreso a progredire.
Ciò nonostante, l'occupazione
rimane per lo più stazionaria, nonostante le numerose iniziative
a livello politico prese negli ultimi cinque anni sia dai governi nazionali
sia dalla stessa Unione Europea.
Qui, per la verità,
bisogna cominciare a fare una prima distinzione: la crisi investe soprattutto
i Paesi che hanno un mercato del lavoro rigido, cioè dove assunzioni
e licenziamenti sono strettamente regolati dalla legge, mentre interessa
poco o non interessa affatto quelli dove il settore è interamente
o almeno parzialmente liberalizzato, come Stati Uniti, Gran Bretagna, Irlanda,
e parzialmente Olanda.
Qui la perdita di posti
di lavoro nella grande industria manifatturiera, dovuta al progresso tecnologico,
viene sistematicamente compensata dalla nascita di altri, magari precari,
magari meno ben remunerati, magari a tempo, ma che sono sempre meglio di
nulla.
La ragione per cui le vecchie
regole, imposte dai sindacati negli anni Sessanta e Settanta e da noi codificate
nello Statuto dei lavoratori, rappresentano oggi un oggettivo ostacolo
all'occupazione sono ben note. In un mondo in rapida trasformazione, in
cui un prodotto che va per la maggiore oggi può uscire dal mercato
domani e la sopravvivenza delle aziende è legata alla loro capacità
di innovazione, gli imprenditori non vogliono né legarsi le mani,
né accendere ipoteche sul futuro.
Nella certezza che licenziare
un dipendente è oggi più complicato (e talvolta perfino più
costoso) che divorziare dalla moglie, assumono solo quando non possono
farne a meno, e sempre con il contagocce.
Se il mercato gli consente
di espandersi, preferiscono, almeno nelle posizioni di minor responsabilità,
ricorrere a dipendenti con contratti a termine o di formazione lavoro,
che possono essere liquidati senza difficoltà se dovessero tornare
le vacche magre. Inoltre, soprattutto nei settori più avanzati,
le nuove tecnologie consentono spesso incrementi di produzione non con
un aumento, ma addirittura con una riduzione della forza lavoro.
Le macchina costano, è
vero: ma non prendono lo stipendio, non pagano contributi e, naturalmente,
non scendono in sciopero. Questa tendenza verso la sostituzione degli uomini
con i macchinari non è certo esaurita, perché l'automazione
della produzione ha ancora molti margini di progresso, e già ora,
con investimenti molto forti, è possibile costruire fabbriche che
producono la stessa quantità di beni con un decimo della manodopera
impiegata 50 anni fa.
In realtà, anche
nei Paesi con il mercato del lavoro più rigido, i vincoli si stanno
progressivamente allentando, perché i giovani disoccupati, pur di
trovare una qualsiasi sistemazione, accettano di lavorare in nero, o a
fasi alterne, o in tutti gli altri modi richiesti dal datore di lavoro
per evitare vincoli duraturi.
Finché questo accade
nel terziario, o nelle molte nuove professioni che lo sviluppo dei servizi
ha creato, rientra nell'ordine naturale delle cose, rappresenta una fase
di passaggio necessaria prima dell'assestamento.
Ma quando avviene nei settori
tradizionali crea uno squilibrio enorme, e sempre più profondo,
tra i garantiti, cioè quei lavoratori dipendenti protetti dallo
statuto dei lavoratori e perciò liberi di fare i comodi propri,
e i non garantiti, costretti invece a subire umiliazioni e angherie (e
spesso a lavorare in condizioni economiche davvero misere) pur di portare
a casa quanto gli serve.
E' uno squilibrio che non
solo divide la popolazione in caste, quasi fossimo in India, ma crea anche
una sorta di discriminazione parallela tra imprese, nel senso che chi opera
nell'ambito della legge è nettamente svantaggiato nei confronti
di chi impiega lavoratori in nero, evade i contributi e magari non paga
neppure le tasse.
Se i sindacati non fossero
ormai, nella maggioranza dei Paesi industrializzati, una forza retro con
una presenza molto relativa nelle classi produttive (all'ultima conta,
nell'Unione europea, soltanto 20 lavoratori dipendenti su cento risultavano
sindacalizzati) e una percentuale sempre più alta di pensionati,
prenderebbero atto di questa evoluzione e accetterebbero senza ulteriori
indugi di modificare le regole del gioco. Invece, la loro resistenza a
ogni forma contrattuale innovativa, che crei un minimo comun denominatore
tra garantiti e non garantiti, è ostinata e pervicace.
Se Berlusconi, quando insediandosi
a Palazzo Chigi promise il famoso milione di posti, avesse poi avuto il
coraggio di liberalizzare subito il mercato del lavoro per decreto, sulla
falsariga delle leggi inglesi, ce l'avrebbe probabilmente fatta: invece,
il suo governo si impantanò nelle rituali trattative con CGIL, CISL
e UIL, e ancor oggi, tre anni e due governi dopo, i progressi su questo
fronte restano molto limitati. Per giunta, le poche e non certo rivoluzionarie
novità introdotte dal cosiddetto “pacchetto Treu” vengono spesso
ignorate dai pretori del lavoro, i quali continuano a dare sistematicamente
ragione ai lavoratori e torto ai datori di lavoro ogni qualvolta sia in
gioco la salvaguardia di un “posto”.
Certo, la cosiddetta formula
anglosassone richiede una elasticità e uno spirito di sacrificio
che in molti Paesi dell'UE, Italia in testa, non sono mai esistiti o sono
andati perduti.
Anzitutto, è necessario
che i disoccupati siano disponibili ad accettare offerte di lavoro anche
lontano dai loro comuni di residenza, e in settori che non sono di loro
totale gradimento. Invece, tutte le indagini demoscopiche compiute nei
Paesi “maturi” afflitti da alti livelli di disoccupazione - Italia in testa
- dimostrano che queste condizioni non esistono.
Solo una minoranza è
disposta a sobbarcarsi un trasferimento per lavorare, e solo una minoranza
accetterebbe un lavoro che giudicasse inferiore alle proprie aspettative
o magari troppo faticoso.
Così si spiega perché
molte aziende del Nord-Est non trovano personale, mentre in Campania o
in Sicilia i disoccupati si contano a centinaia di migliaia, e anche perché
ci siano in Italia oltre un milione di lavoratori extracomunitari, che
non hanno portato via il posto a nessuno ma svolgono mansioni, come lo
spazzino o la collaboratrice domestica, che gli italiani - anche se disoccupati
cronici - tendono a disdegnare.
La propensione alla mobilità
può naturalmente essere aiutata, e in Italia questo certamente non
avviene.
Negli Stati Uniti, per esempio,
se un operaio che ha perso il lavoro nel Michigan vuole trasferirsi in
Texas, incontra pochissime difficoltà. La compravendita di case
è facilissima e praticamente esente da tasse, non esistono laboriosi
passaggi attraverso il collocamento e comunque un trasferimento da uno
stato all'altro è considerato nell'ordine naturale delle cose.
Per un meridionale che voglia venire al Nord, invece, l'iter è oggi
più complicato di quarant'anni fa, quando avvenne la grande migrazione;
e il bisogno, spesso, non è così acuto da determinare decisioni
radicali, perché i giovani hanno la possibilità di vivere
più a lungo a carico delle famiglie e gli uomini maturi possono
contare su ammortizzatori sociali che nel dopoguerra non esistevano.
Per un cambio di mentalità
sarebbero necessari sia un salto generazionale, sia un radicale mutamento
della politica scolastica.
In tutta Europa, e in particolare
in Italia, la preparazione, accademica e anche psicologica, delle nuove
leve non è mai stata, e meno che meno è oggi, in sintonia
con le esigenze del mercato del lavoro. La maggioranza di coloro che escono
dalle scuole medie superiori, o anche dall'Università, è
preparata al massimo per un generico lavoro di scrivania, di cui pochi
sentono il bisogno, e non per la realtà della vita lavorativa, che
i programmi scolastici non tentano neppure di inseguire.
Un'altra caratteristica
negativa - anche se inevitabile - dei Paesi che hanno trovato una formula
più efficace contro la disoccupazione è un lento abbassamento
del salario medio.
Come abbiamo già
detto, infatti, i nuovi posti di lavoro creati con l'esasperazione della
mobilità tendono a collocarsi nelle fasce più basse, e spesso
a escludere una parte delle voci di cui beneficiano le categorie più
protette: tredicesima mensilità, premi di produzione via dicendo.
Da un lato, questo produce effetti benefici, nel senso che induce i lavoratori
“precari”, con compensi inferiori e la incertezza del “posto”, ad aumentare
impegno e produttività in modo da arrotondare i propri guadagni.
Dall'altro, provoca in molti
lavoratori, non ancora pienamente abituati al nuovo sistema, incertezze
e nevrosi.
Nell'insieme, tuttavia,
la tendenza appare ineluttabile, perché i Paesi industrializzati
hanno vissuto per lungo tempo al di sopra dei propri mezzi e, se vogliono
mantenere il pieno impiego anche in presenza di una sempre più agguerrita
concorrenza da parte del Terzo Mondo, devono rassegnarsi a un graduale
livellamento del reddito.
Soprattutto in Italia e
in Francia, ma anche in altri Paesi industrializzati, la sinistra ha proposto,
per porre rimedio alla disoccupazione strutturale, la formula “lavorare
meno, lavorare tutti”, tradotta di recente nel noto progetto delle 35 ore
settimanali.
A prima vista, esso può
anche riuscire convincente: se a un Paese servono tot ore lavorative annue,
l'impegno orario di ciascun lavoratore dipendente, dovrebbe essere possibile
fare rientrare nel ciclo produttivo un certo numero di disoccupati.
Ma in pratica le cose funzionano
assai diversamente. Anzitutto, sarebbe necessario cambiare la legislazione
sociale, che oggi comporta un elevato costo fisso per ciascun dipendente
e perciò induce le aziende ad averne il meno possibile. In secondo
luogo, se vogliamo evitare che i nostri prodotti vadano fuori mercato,
a orario ridotto dovrebbe anche corrispondere un salario ridotto, come
è stato previsto dai numerosi contratti aziendali “di solidarietà”
sperimentati in questi anni, soprattutto in Germania. Invece, da questo
orecchio i sindacati non ci sentono proprio.
E l'introduzione delle 35
ore, ammesso che venga mai fatta, finirebbe con il distruggere posti di
lavoro invece di crearne, come si affannano a dimostrare le organizzazioni
imprenditoriali e come sembra provato dai pochi esperimenti già
fatti.
In teoria, la pressione
sui Paesi industrializzati dovrebbe essere alleviata dall'evoluzione demografica,
nel senso che, con l'attuale bassissimo tasso di natalità, il numero
dei soggetti che arriveranno sul mercato del lavoro tra dieci, quindici,
vent'anni sarà sensibilmente inferiore a quello di oggi.
Il rilievo è esatto,
ma solo fino a un certo punto. Esso non fornisce infatti una soluzione
per i problemi immediati, né tiene conto delle esigenze del sistema
previdenziale, che richiede un certo equilibrio tra lavoratori occupati
e lavoratori pensionati. Si prevede, perciò, che alla diminuzione
degli occupati di nazionalità italiana (o francese o tedesca) corrisponderà
non una riduzione dei posti, ma un aumento della manodopera extracomunitaria,
soprattutto nelle fabbriche e nelle campagne.
Arriviamo così all'altra
faccia del problema occupazione, quella dei Paesi in via di sviluppo. Fino
alla scorsa generazione, i disoccupati dell'India, del Marocco o del Sudafrica
erano in larga misura “affar loro”, ma oggi non è più così.
Da un lato la globalizzazione
dell'economia fa sì che l'evoluzione positiva o negativa di ogni
economia si ripercuota all'esterno, dall'altro l'aumento della mobilità
provoca flussi migratori sempre più massicci dai Paesi poveri verso
i Paesi ricchi. Inutile dire che in Africa, Asia e America latina la disoccupazione
ha dimensioni infinitamente maggiori che nei Paesi industrializzati, ma
con una differenza di fondo: è endemica, cioè presente da
sempre e in un certo senso connaturata alla struttura della società,
un po' com'era in Europa prima della rivoluzione industriale.
In gran parte di questi
Paesi non esistono sistemi previdenziali diffusi, non esistono ammortizzatori
sociali, non esistono neppure statistiche attendibili. Qualche settimana
fa, i giornali hanno riportato che, nel contesto di un processo di ristrutturazione,
le industrie pubbliche cinesi avevano licenziato in un colpo solo 11 milioni
di lavoratori.
Tenuto conto delle differenze
di popolazione, sarebbe come se l'IRI ne avesse mandati a casa 500 mila.
Eppure non è successo nulla, e probabilmente non succederebbe nulla
neppure se i milioni di licenziati fossero 30, perché i regimi dittatoriali
sono assai meno soggetti alle pressioni dal basso.
Già in Sudafrica,
dove esiste un sindacato forte, operazioni del genere sarebbero assai più
difficili da realizzare, e in Argentina o in Venezuela addirittura impossibili.
Ma ovunque, a Pechino come
e Caracas, ad Algeri come a Nuova Delhi, esiste il problema angoscioso
di garantire in qualche modo la sopravvivenza di masse enormi di diseredati
le cui prospettive d'impiego sono - oggi come oggi - assai precarie: l'agricoltura,
grande risorsa del passato, tende anche nel Terzo Mondo ad espellere piuttosto
che ad assorbire manodopera, l'industria manifatturiera non è in
grado di compensare questo processo e il terziario non è ancora
abbastanza sviluppato per assolvere le funzioni che ha in Europa. Neppure
gli investimenti esteri possono avere una grande incidenza, perché,
salvo alcune eccezioni, operano su numeri relativamente limitati.
Se a questo si aggiunge
che la popolazione continua, specie nei Paesi musulmani, ad aumentare implacabilmente,
si capisce anche perché tanta gente affronti pericoli e sacrifici
per tentare una nuova vita in America o in Europa. Certo, quando un Paese
comincia a decollare, le cose migliorano: vedasi il caso emblematico delle
tigri del Sud-Est asiatico, almeno fino all'ultima crisi finanziaria, che
li ha colpiti al plesso solare e li farà tornare indietro di un
lustro.
Ma esiste la possibilità
che, anche tra cinquanta o cento anni, una India o una Cina raggiungano
lo stadio di sviluppo, il tasso di occupazione e il benessere di cui godono
oggi i Paesi dell'OCSE? Molti esperti ne dubitano, anche perché
le risorse che il pianeta offre potrebbero essere insufficienti e gli stessi
problemi ambientali creare ostacoli insormontabili.
Conclusione: la disoccupazione
è, probabilmente, destinata ad accompagnarci per sempre. Illudersi
di combatterla per decreto, o con conferenze internazionali, è molto
pericoloso. Bisogna lasciare invece che il mercato operi al suo meglio,
anziché ostacolarlo per cercare di difendere l'indifendibile.
Ma è dubbio che tutti
i governi si convincano di questo, perché richiederebbe la capacità
di non guardare solo all'immediato, ma alle prospettive dei prossimi cinquant'anni.
E una classe politica capace
di tanto non si è ancora mai vista.
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