Gianni   Cirone
 
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Presto se ne tornerà a parlare. L'assurdo  programma di sterilizzazioni attuato in Svezia dal 1935 al 1975 - con il tragico risultato di 63mila persone sterilizzate in 40 anni, di cui il 90% donne - non è più un segreto.    
E lo sarà ancor meno quando, alla fine della prossima primavera, Maija Runcis - archivista e ricercatrice svedese - pubblicherà nel suo paese lo studio che ha caparbiamente redatto e che ha portato alla luce l'ingombrante responsabilità politica dei governi socialdemocratici che hanno stabilito per legge la sterilizzazione dei propri cittadini.   
Questa storia non è nuova. Già se ne parla a metà degli anni '80, ma la vicenda appare subito difficile da accettare e tutto precipita nel silenzio.    
Nell'estate scorsa, ancora, l'argomento riprende fiato, seppur con un flebile respiro.    
Adesso, però, sembra impossibile continuare a tacere una realtà che - pur con le dovute, sacrosante differenze - ricorda pratiche di soppressione razziale compiute, nell'Europa della Seconda Guerra mondiale, dai regimi totalitari, a partire dalla Germania nazista di Adolf Hitler.   
Maija Runcis è stata responsabile di un reparto dell'archivio di stato. Un giorno, in alcuni locali dell'ufficio, scopre materiale custodito sotto chiave. Quando lo apre si rende conto di essere davanti a migliaia di richieste di sterilizzazione. Più tardi capirà che quelli sono gli effetti di un progetto che affonda le sue radici in tragiche teorie dibattute per tutti gli anni '20.   
Nel 1921, infatti, è proprio l'Istituto svedese di biologia razzista di Uppsala a pubblicare molti studi che analizzano tipi razziali, caratteristiche dei criminali, pazzi, deboli, indigenti, prostitute.    
Le analisi si spingono alla ricerca delle cause delle malattie ereditarie per poterle, eventualmente, eliminare.    
A Uppsala il direttore è Herman Lundborg. Il suo nome verrà successivamente cancellato da tutte le enciclopedie svedesi. Il suo operato, invece, sarà terreno fertile per i fondatori di un centro di ricerca simile, istituito a Berlino dal nazismo: il Kaiser Wilhelm Institut fur Rassenhygiene.   
Comunque, il progetto di sterilizzazione scoperto da Runcis sembra invece ispirato da altre teorie di taglio socio-economico. Teorie sostenute da Gunnar e Alva Mjrdal, due studiosi che riceveranno addirittura il Nobel: il primo per l'economia, la seconda per la pace. Al fine di prospettare un welfare state efficace, entrambi puntavano a provvedimenti e interventi biologico-razziali.    
Il dibattito politico tra destra e socialdemocrazia si animò per 15 anni sino a partorire, nel 1935, una legge che consegnava alla Svezia un bel programma di sterilizzazione, motivato naturalmente da ragioni di politica sociale.   
Ebbene, durante i primi anni di applicazione di questa legge vengono sterilizzati circa 10mila soggetti. Il 60% donne, il 40% uomini.    
Dopo il '45, però, il rapporto di percentuale cambia e le donne sterilizzate salgono al 95% dei soggetti su cui si interviene. Per subire la sterilizzazione basta un nonnulla. Restare incinta senza essere sposata, sostenere una vita considerata promiscua, chiedere di abortire un terzo figlio, indesiderato perché in cattive condizioni economiche: tutte situazioni per incappare nella delazione di qualche medico che “denuncia” la vittima.   
La legge per la sterilizzazione di massa, in Svezia, resta in vita sino al 1976, e l'ultimo intervento è del 1971. Chi potrà cancellare tanto dolore? Chi potrà cancellare quelle migliaia di firme, sottratte sui letti di ospedale, in studi medici, nelle case, dove il modulo prestampato recita - cinicamente in prima persona - la richiesta del soggetto di essere sterilizzato?    
L'attuale ministro svedese per gli Affari sociali, Margot Wallstroem, ha già chiesto scusa alla nazione e cerca d'imbastire un'opera di risarcimento economico per chi ha subito sul proprio corpo gli effetti della legge del '35.    
Ma il governo di Stoccolma, almeno per ora, di questa storia non ne vuole più parlare e anche la società svedese appare anestetizzata.    
“Questione di cultura”, spiega Maija Runcis che, da parte sua, è già stata emarginata nell'ambiente universitario dove adesso lavora, continuando la sua ricerca e portandosi dietro un marchio che fa sorridere: quello di “femminista radicale”.   
Siamo andati a Stoccolma per intervistarla. Con lei abbiamo riportato anche due tragiche testimonianze di donne che oggi, ultrasettantenni, non vogliono dimenticare la violenza subita: sterilizzate per niente.   
   
Intervista a   
Maija Runcis,  
archivista e ricercatrice   
presso l'Università  
di Stoccolma  

Cosa ha scoperto nell'archivio di stato presso cui lavorava?   
Trovai del materiale sigillato. Quando lo aprii vidi che erano domande e cartelle di sterilizzazioni. Il primo caso che attirò la mia attenzione era quello di un prete che denunciava una sua scolara di 15 anni perché, durante i compiti, lei non riusciva a concentrarsi.   

A quali anni risaliva questa documentazione?    
Agli anni '30 e '40. Pensai che fosse una storia generata dal fondamentalismo religioso, una storia di preti che -a quell'epoca, forse grazie ad un grande potere- riuscivano a compiere scelte di questo genere, magari nell'ambito dell'attuazione di una strategia per lo stato di salute. Allora mi interessavo di questo.   

Quando cambiò idea?   
Quando riconsiderai quel materiale con maggiore attenzione. A quel punto mi accorsi che i preti non c'entravano niente. Si trattava, invece, di un progetto molto radicale, di stampo socialdemocratico...   

Socialdemocratico?   
Sì. A quell'epoca il dibattito sulla razza pura, sull'eliminazione delle tare genetiche, era un dibattito che investiva e vedeva impegnati molti soggetti, sia a destra che a sinistra.   

Quali erano le opinioni più diffuse?   
Beh, quelli di destra erano dell'avviso che l'individuo dovesse essere protetto dalle autorità e dalle istituzioni. I socialdemocratici, invece, sostenevano che, in alcuni casi, l'individuo - facendo parte della società - poteva anche essere vittima di ciò che fosse stato considerato “meglio” per la società.   

Nacque così la legge del 1935?   
In buona parte sì.    
Prima, anche la destra aveva tentato di approntare una legge simile, ma non aveva raggiunto una proposta unitaria. I socialdemocratici raggiunsero invece l'obiettivo perseguendo una precisa strategia di welfare state...   

Stato sociale?   
Può suonare strano... ma è così.    
La legge del '35 fu scritta dopo 15 anni di dibattito. Al tempo stesso l'Istituto di Uppsala ne approfittò per mettere in atto le sue ricerche sulle malattie ereditarie; anzi, per finanziare i propri progetti, quell'Istituto chiese anche maggiori fondi allo stato.    
Fondi che però non arrivarono mai per il contraccolpo che il paese subì quando il nazismo prese il potere in Germania.   

Quando la legge fu varata quale fu la reazione degli operatori?   
All'inizio i medici non erano molto soddisfatti.   

Perché?    
Perché la legge prevedeva che fossero sterilizzati solo i malati di mente e gli handicappati.    
Per favorire una “maggiore selezione”, al fine di migliorare la politica per lo stato sociale, i medici volevano intervenire anche su altre persone.    
Con la legge, allora, iniziò la sua attività anche una commissione che doveva sondare altri gruppi che potessero subire l'intervento.   

Ad esempio?   
Ad esempio già in quell'epoca si davano molti contributi a mamme single: ebbene, si potevano riequilibrare queste spese avviando un programma di sterilizzazioni per questi casi.   

Queste teorie a cosa portarono?   
Nel '41 gli effetti della legge furono ampliati a soggetti considerati asociali e a quanti conducessero una vita sregolata.   

Possibile?   
Sì, è così: il governo decise che chi non viveva secondo canoni riconosciuti come “normali” poteva e doveva essere sterilizzato.    
Concretamente, visto che si davano molti contributi a quanti non erano in grado di sostenersi autonomamente per svariate ragioni, il governo scelse questa via per risparmiare.   

E chi fu denunciato?   
Furono denunciate molte persone povere, molte ragazze madri o single, molti soggetti rinchiusi in orfanotrofi.   

In pratica si perpetrò un assurdo controllo sulla vita di ogni individuo?   
Beh, a rimetterci furono in gran parte le donne. Quelle di cui si diceva che conducessero una vita sessuale troppo libera: a volte era sufficiente che una donna si mostrasse in pubblico da sola, in compagnia di un uomo, per essere oggetto di denuncia.    
Era invece raro che gli uomini venissero sterilizzati: capitava ai carcerati, ai violenti, a chi lasciava la scuola in giovane età.   

Quali sono le cifre per uomini e donne?   
Nei primi anni della legge furono sterilizzati 10mila individui, di cui il 60% donne e il restante 40% uomini.    
Intorno al 1945 si verificò un aumento degli interventi che si consolidò nel 1946, quando fu varata una legge di sostentamento economico agli indigenti e alle famiglie numerose.    
A questo punto, però, il rapporto percentuale si appesantì notevolmente a sfavore delle donne: dal 60 al 95%.    
E così rimase sino agli anni '70, quando la legge è stata tolta di mezzo dopo aver fatto sentire i suoi effetti su 63mila soggetti.   

In tutti questi anni nessuno ha mai reagito contro l'applicazione della legge?   
Sì, le donne negli anni '60. Si sono dette: "Perché dobbiamo essere sterilizzate solo noi?”. Hanno così tentato di far riscrivere la legge in modo da poter intervenire su uomini che violentavano o si rivelavano non adatti alla vita sociale. In realtà si fece ben poco.    
Riscrivere la legge significava rimettere pubblicamente in ballo tutto quanto era stato fatto sino ad allora.    
Non conveniva, quindi si diede in parte ragione a quanto sostenevano le donne, dichiarando che forse era meglio iniziare a sterilizzare solo le donne che avevano avuto troppi figli.   

Per lei tutte queste persone sono state costrette a subire?    
E' difficile dirlo. Probabilmente sì, ma la costrizione era molto più raffinata di quanto non appaia.    
Pensi che molte donne sono state indotte a subire la sterilizzazione nel momento in cui chiedevano consiglio a qualche specialista. Molte, in crisi matrimoniale, non volevano avere figli o non volevano avere rapporti sessuali con il proprio marito. Frequentemente, chi chiedeva aiuto in questo senso apparteneva a ceti non abbienti, a famiglie povere, il più delle volte condizionate da mariti alcolizzati. Ecco, davanti a questi casi, si preferiva la sterilizzazione della donna pur di non sciogliere il nucleo familiare.    

Come ritiene possibile che il popolo svedese abbia accettato tutto questo?    
La giustificazione sta nel fatto che gli svedesi, in quell'epoca, credevano molto nello stato e in ciò che sosteneva il partito socialdemocratico per migliorare le condizioni di salute e lo stato sociale.   

E' pronta alle critiche che le pioveranno sulla testa quando pubblicherà il suo studio?    
Sì sono pronta.    
So che mi accuseranno tutti quelli che hanno contribuito a costruire quella che è stata da sempre definita la “casa del popolo”. La mia critica, però, resta indelebile.   
   
Intervista a   
Barbro     
Ingeborg Eriksson, sterilizzata   

Qual è la sua storia, signora Ingeborg?   
Mi chiamo Barbro Luisine e sono stata costretta a sterilizzarmi nel 1946.   

Quando, precisamente?   
La data precisa l'ho dimenticata.   

Continui  pure...   
Sono figlia unica. I miei genitori litigavano spesso... allora, un bel giorno, mia madre ha deciso di divorziare e mi sono trovata da sola, completamente sola.   

Lavorava?   
Lavoravo in una farmacia dove una ragazza un po' più grande si prendeva cura di me.   

Questa ragazza c'entra qualcosa nella sua storia?   
Beh, in un certo senso sì. Una sera siamo andate ad una festa, nel giorno di Santa Lucia. Tornando dalla festa, ho avuto un attacco di epilessia. Non ricordo quasi niente. Ricordo solo che, quando mi sono svegliata, ho visto il viso molto preoccupato della mia amica e, vicino, un medico.   

Quanti anni aveva?   
Ne avevo 16 e... allora questo medico ha subito detto che ero epilettica.   

Cosa avvenne successivamente?   
Per 4 anni sono dovuta andare da lui, almeno una volta al mese. Lui mi dava delle medicine.   

Come viveva questa realtà?   
Beh, aver appreso di essere epilettica mi terrorizzò. Non osavo più uscire per andare a ballare o per vedere gli amici. Nonostante tutto, alla fine, trovai un amore... un ragazzo bello, giovane. Dopo poco rimasi incinta.   

L'evento la rese felice?   
Felice? Ero raggiante e non vedevo l'ora di raccontarlo alle poche persone che avevo vicino.    
Uno di questi era il medico che mi curava per l'epilessia. In quegli anni, lui era diventato un amico per me, e quindi mi precipitai subito da lui. Ricordo che, nella sala d'aspetto del suo studio, contenevo con difficoltà la gioia di questa rivelazione. Alla fine potei entrare.   

Cosa avvenne?   
Glielo dissi... e iniziò il mio calvario.   

Perché? Non ne fu contento?    
Non era un suo amico?   
Appunto. Proprio lui, che credevo essermi amico, una persona di cui mi fidavo ciecamente, che vedevo quasi come un modello, come un dio, non appena ascoltò le mie parole montò su tutte le furie. “Non sei per niente responsabile - urlò - come puoi pensare di mettere al mondo un figlio... tu, che sei malata, che sei un'epilettica...”.    
Addirittura mi ricordo che si alzò, e mentre parlava tenne le mani in alto su di me, come se si stesse trattenendo dal percuotermi.   

Come finì quell'incontro?   
Finì che lui, nonostante tutto, si propose di aiutarmi. “Comunque - disse - ti voglio aiutare. L'unica cosa da fare è quella di abortire e dopo ti dobbiamo sterilizzare. Mi raccomando - aggiunse congedandosi - non andare a casa”.   

Quello che dice mi sembra terribile.   
Lo fu anche per me. Ero triste, fuori di me, da un'incontenibile gioia ero passata alla più cieca disperazione... piangevo... salii su un autobus e raggiunsi l'ospedale. Lì, confermarono che ero incinta.   

Cosa dissero a proposito di quanto le stava imponendo di fare il suo medico?   
Non volevano fare subito l'aborto, volevano che parlassi prima con uno psichiatra. Così fu, e lo psichiatra mi sottopose ad un test dell'intelligenza.   

Con quale esito?   
In un certo senso con un buon esito,perché lui mi disse che non ero una persona malata. “Sei del tutto normale - affermò - sei sana. Per me puoi avere questo figlio ma - aggiunse - dopo la nascita possiamo sterilizzarti e poi vedere scientificamente sul bambino quali sono e dove sono le tracce della malattia per la quale sei in cura”.    
A sentire queste parole mi arrabbiai: non volevo far nascere una creatura per farla diventare la cavia di un esperimento scientifico.    
In più sentivo dentro una strana sensazione... era come se non volessi “trasgredire” il divieto di partorire che mi era stato imposto dal mio medico...    
Comunque, in ospedale mi fecero altri esami e vedendo alcune foto di quando avevo 16 anni iniziarono a sostenere che avevo un viso... come dire?... di una persona infantile, labile di mente... insomma, matta.    
Un altro medico sosteneva che aveva ragione il collega che mi seguiva da anni: dovevo essere sterilizzata. Due psichiatri sostenevano, invece, il contrario.   

Mentre accadeva tutto questo lei come si sentiva?   
Male, molto male. Quelli discutevano, discutevano, ed io non potevo parlare. Ero fuori di me. Non avevo nessuno a cui rivolgermi. Non sapevo nemmeno dove fossero i miei genitori. Agli amici non volevo dire niente, anche perché il medico che curava la mia malattia mi aveva convinto che soffrivo di una cosa di cui dovevo vergognarmi.   
Alla fine uscii dall'ospedale e, una volta a casa, mandai giù un'intera bottiglia di vino con tutte le pillole che riuscii a trovare. Volevo dormire... non volevo più vivere.   
Mio cugino mi trovò esanime il giorno dopo. Mi trasportarono in ospedale dove fui rianimata. Mi svegliai urlando che non “volevo più vivere”.    
Iniziarono di nuovo a dibattere sul mio caso e, visto che non riuscivano a capire cosa fare, mi spedirono in manicomio. Restai lì ad aspettare, aspettare, aspettare. Ero ormai al sesto mese, e fu allora che vennero e decisero che dovevo abortire in fretta. Fui portata in ospedale per l'intervento ma, dato che ero raffreddata, non poterono applicarmi la maschera per l'anestesia.    
Allora mi riportarono in reparto. Io sentivo il mio bambino muoversi... piangevo e non sapevo come uscirne. Mi chiedevano: “Perché piangi?”. E io rispondevo: “Io non voglio essere sterilizzata, non voglio”. E loro: “Ma... piccola amica, tu stessa hai fatto domanda per essere sterilizzata...”.   

Cosa accadde dopo il suo aborto e la sterilizzazione?   
Di un lungo periodo non ho memoria. Ricordo che mi sentivo nella condizione di un'epilettica.    
Mi avevano detto che non potevo fare niente: né guidare, né sposarmi, né andare a scuola, né avere un'assicurazione. A un certo punto mi venne in mente il test dell'intelligenza a cui ero stata sottoposta in ospedale.    
Quel test diceva che ero sana, non ero stupida. Allora mi sono detta: “Bene, da oggi in poi mento. Non dirò più che sono malata”. Iniziai a studiare, mi diplomai, feci il corso da crocerossina per fare l'infermiera. Dopo molti anni un medico mi chiese perché prendessi da così tanto tempo certe medicine.    
Gli risposi che ero epilettica. Lui mi chiese della mia vita e dopo mi fece fare un esame che serve per capire come funziona il cervello.   

Quale fu il risultato?   
Quel medico mi disse: “Tu non sei mai stata epilettica. Con molta probabilità gli scompensi che hai avuto sono stati dovuti ad un forte esaurimento nervoso... gli spasmi, i crampi allo stomaco erano segnali della tua sofferenza a causa della situazione familiare, a partire dalla separazione dei tuoi genitori”.   

Cosa sentì allora?   
Rabbia, solo rabbia. Quel medico che mi “voleva” epilettica mi aveva rovinato la vita. Mille volte mi sono chiesta perché l'ha fatto.   

Che risposta si è data?   
Intanto perché c'era una legge che gli ha permesso di farlo. In seguito ho saputo che è morto suicida: era nazista.   

Ritiene che lo stato abbia grandi responsabilità nella sua storia?   
Grandissime. Chi ha fatto quella legge voleva una razza eletta, una società fatta di ricchi, intelligenti, e non di persone umili, magari indifese.    
Sì, Margot Wallstroem (attuale ministro svedese degli Affari sociali, ndr) ha chiesto scusa e promette un risarcimento economico. Ma quel che è stato calpestato erano sentimenti, emozioni, persone... che prezzo hanno le persone?   
La verità è che questa società,. ancora oggi, non ha capito niente di quanto è successo in questo paese.   
   
Intervista a   
Maj Britt Karlsson, sterilizzata  

Qual è la sua storia, signora Karlsson?   
Mi chiamo Maj Britt Karlsson, ho 70 anni, sono divorziata e ho due figli. In realtà, subito dopo questi due figli, ero rimasta incinta una terza volta.    
Subito, però, mi resi conto che non era possibile. Come potevamo mettere al mondo un terzo figlio nella modesta situazione economica della nostra famiglia?    
La nostra casa era minuscola: due vani senza cucina. Nel lavabo dove lavavo i miei figli, lavavo anche piatti e indumenti. Non potevo proprio accettare un terzo figlio. Decisi di abortire.   

Si rivolse al suo medico?   
Sì, glielo dissi, gli spiegai la mia situazione, soprattutto tentai di fargli capire quanto mi faceva soffrire quella scelta che però ritenevo inevitabile.    
Lui mi ascoltò e per tutta risposta mi disse che quel che dicevo non aveva senso, che non era possibile fare quanto chiedevo, che mi comportavo come una persona mentalmente instabile.    
Mi spedì con una lettera da uno psicologo al quale spiegai tutta la situazione chiedendo di poter abortire.    
Lo psicologo, che intanto aveva letto la missiva del suo collega, mi disse che non potevo abortire. Gli chiesi perché e lui per tutta risposta mi comunicò che, se volevo abortire, avevo solo una possibilità: dovevo anche farmi sterilizzare. “Me lo ha scritto il suo medico”, concluse.   

Lei come reagì?   
Mi sentivo ricattata, ero fuori di me. Urlai: “Ma è proprio necessario tutto questo? Il corpo è mio... non potete aiutarmi in un altro modo? Non è giusto che io debba subire e scegliere di sterilizzarmi...”.    
Lo psicologo replicò che in altro modo non si poteva fare, sostenendo che se in quel caso avessi solo abortito sicuramente tra due mesi sarei tornata dal mio medico di nuovo incinta.    
Dopo qualche giorno mi arrivò una lettera che affermava che avevo accettato di farmi sterilizzare.   

Andò in ospedale?   
Sì, in un ospedale vicino a Stoccolma. Arrivai alle 10 di mattina e mi assegnarono subito un letto.    
Arrivò un medico e mi chiese come mi sentivo. Gli risposi che ero depressa e arrabbiata perché, per poter abortire, mi veniva imposto anche di farmi sterilizzare.    
Lui mi disse che aveva letto la mia cartella clinica e che, in realtà, ero stata io a chiedere di farmi sterilizzare. Montai su tutte le furie.    
Gli dissi che, in quell'occasione, volevo solo abortire ma che in seguito, se le cose fossero migliorate, avrei voluto altri figli. Altro che sterilizzazione...   

Cosa accadde dopo?   
Lo può immaginare. Mi fecero degli esami. Mi trattavano come una bestia. Mi infilarono un ferro ancora caldo nella vagina, non so per quale ragione.    
Ero indolenzita, disperata. Un giorno, di punto in bianco, mi portarono in sala operatoria e mi diedero qualcosa per addormentarmi.    
Quando finì tutto mi trovai con un aborto alle spalle: ma ormai ero una donna a metà. Mi avevano sterilizzato.    
Avevo solo 26 anni.   

Grazie per la sua testimonianza.   
 
 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Maija Runsic, responsabile di un 
reparto presso l'Archivio di Stato.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
La sig.na Barbro Ingerborg Eriksson a 16 anni e il documento per la sterilizzazione
 
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