Stenio Solinas
 
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Al Rimbaud africano dedica una biografia accurata Charles Nicholl. S'intitola "Somebody Else. Arthur Rimbaud in Africa 1880-91" (Jonathan Cape Ed.), e è una sorta di viaggio sulle orme di, o di pellegrinaggio, se si preferisce.      
Ai cultori accaniti dell'autore di Une saison à l'enfer offre due o tre elementi non secondari: smonta definitivamente, con documenti alla mano, la vulgata del Rimbaud mercante di schiavi, avanza dubbi fondati sulla veridicità della Casa Rimbaud di Harar, in Etiopia, ricostruisce puntigliosamente viaggi, guadagni, odii e amicizie.        
Rappresenta il documento più completo e più fedele del periodo africano. Per il semplice appassionato è comunque una festa, perché Nicholl è bravissimo nel reportage letterario e coniuga felicemente dati e invenzioni narrative, descrizioni e sensazioni.        
Si chiamava Wandering Chief, il Comandante errante, la nave che nel 1876 riporta Rimbaud in Europa da Giava, dove ha disertato dopo essersi arruolato nella Legione straniera olandese.        
E' un nome profetico per uno che l'anno precedente è stato in Germania e in Italia e l'anno dopo sarà in Svezia, Danimarca e Norvegia, prima del grande balzo verso i porti africani.        
Allorché riappare a Charleville, la sua città natale, l'amico Ernest Delahaye commenta per iscritto: “E' tornato! Un viaggio breve, niente di che. Ecco le tappe: Bruxelles, Rotterdam, Southampton, Gibilterra, Napoli, Suez, Aden, Sumatra, Giava, Città del Capo, Sant'Elena, le Azzorre, Queenstown, Cork (in Irlanda), Liverpool, le Havre, Parigi e finalmente, come sempre, Charleville”.        
Alla lettera è accluso un cartoncino disegnato dallo stesso Delahaye. Lui e Rimbaud che fumano e bevono in un bar. “Quando riparti?”, chiede il primo. “Non appena possibile”, è la risposta. Alfred Barday, che sarà suo datore di lavoro a Aden, ammetterà: “Volerlo trattenere era come cercare di fermare una stella cadente”.       
E' durata un lustro e poco più la sua avventura poetica. “L'altro” che sarebbe voluto essere, avrà a disposizione un decennio. Sufficiente a crearsi un'esistenza doppia, ma non a far svanire, almeno per gli altri, l'”io” d'un tempo. Se Une saison à l'enfer l'ha lasciata marcire, appena stampata, in una tipografia di Bruxelles, Illumination esce, a cura di Verlaine e senza che ne sappia nulla, mentre lui è lui a marcire di noia a Tagiùra in Abissinia.        
E' il 1886, e Rimbaud l'africano s'è ormai fatto adulto. Traffica, commercia, convive con una bellissima abissina, memore forse degli inconvenienti del celibato in quelle terre che a metà Ottocento Gerard de Nerval aveva raccontato nel suo Voyage en Orient: “Un signore non deve vivere solo, è sempre una cosa onorevole nutrire una donna e farle un po' di bene. I vicini hanno delle donne e sarebbero inquieti che lui non ne avesse. Qui si usa così. Bisogna scegliersi una donna per viverci insieme”.        
E' contento? Ha trovato quello che cercava? A giudicare dalle lettere che scrive a casa, no. Gli ripugna il lavoro, detesta la compagnia di “selvaggi o imbecilli” avuta in sorte, ha in orrore i luoghi, trascina “un'esistenza desolante" sotto climi assurdi e condizioni insensate. “E' un vero incubo. Sto per compiere trent'anni (la metà della vita!) e mi sono stancato di girare il mondo senza risultato”.        
Sembra la risposta in prosa al se stesso in versi che fu: “Un tempo, se ben ricordo, la mia vita era un festino, / dove ogni cuore si apriva, ogni vino fluiva”.        
E però, sempre nella corrispondenza con madre e sorella, un'ammissione, quasi fatta di sfuggita, permette di riequilibrare quell'opera al nero che sembra essere divenuta la sua vita: “Sono ormai abituato a ogni specie di guaio. E se mi lamento, è un po' come una litania”. Ci si scarica anche così, insomma, così si esorcizza quella malattia che Baudelaire aveva diagnosticato: “L'horreur du domicile”, l'orrore di risiedere in un posto.        
E infatti, tanto rassicura i familiari sulla normalità dei suoi progetti futuri, sposarsi, tornare, mettere su casa, quanto s'affretta a stoppare eventuali fisime da focolare domestico: “Se ritorno, non contate sul mio umore meno vagabondo. Al contrario, se avessi la possibilità di viaggiare senza dovermi guadagnare da vivere, non starei più di due mesi nello stesso posto. Il mondo è grande e pieno di paesi magnifici che l'esistenza di mille uomini non basterebbe a visitare. E però non vorrei vagabondare in miseria...”.        
“L'onestà della mendicità mi fa schifo”, aveva già scritto quando l'io era ancora se stesso e non un altro...        
In realtà, dalle testimonianze di chi lo conobbe nelle nuove spoglie del mercante e dell'avventuriero, Rimbaud non è un disadattato, o uno che cerca di spremere il più possibile dal luogo dove vive per poi filarsela... Conosce benissimo l'arabo, ne apprezza la cultura, ha amici, e se la sua “collera è grigia come la lussuria” e gli fa passare brutti momenti, è anche di compagnia, simpatico, affascinante.        
Nella sua biografia Nicholl sottolinea due elementi dell'esperienza africana. Il primo è un senso quasi di estremità, un mettersi sempre alla prova fisicamente. Le spedizioni, i viaggi, le carovane che guida sono faticose, estenuanti... Il secondo riguarda una capacità particolare a nascondersi, a mascherarsi, a scomparire. Se il primo non è una novità, ma casomai una costante (più d'una volta, ancora ragazzo e ancora poeta, Rimbaud ha collassi per stanchezza, troppo cammino, poco sonno, niente vitto...), il secondo è un po' la chiave di volta della sua nuova esperienza di vita. Nell'ottobre del 1887 al console francese a Aden arriva la lettera piccata di un connazionale: “Da quando sono qui ho cercato invano di sapere dove il signor Rimbaud abiti. Nessuno è stato in grado di dirmelo, sebbene sia certo che viva in questa città. Considerata tale attitudine del signor Rimbaud, che sistematicamente si eclissa, le chiedo, Signor Console, di essere così gentile da convocarlo”.       
Monsieur Emile Deschamps, l'autore del lamento di cui sopra, è un agente delle Messaggerie marittime, e cerca Rimbaud perché, a suo dire, gli deve dei soldi per un vecchio affare piuttosto pasticciato. E' ovvio, quindi, che l'altro non si faccia trovare, ma non è neppure così semplice nascondersi in una città dove un europeo gode pur sempre di visibilità. Rimbaud lo fa con grande naturalezza. Se vuole, quando vuole, è lui a farsi vivo per lettera. Anche con Deschamps finirà così.        
Alfred Bardey, il suo datore di lavoro più importante in Africa, descrive la partenza di una carovana capitanata da Rimbaud: "Alla guida del convoglio Rimbaud si sistema intorno alla testa, alla moda araba, un turbante e fa cadere una veste rossa sugli abiti usuali. Vuole farsi passare per musulmano. Ridiamo di questo travestimento, e lui con noi. Orientalizzarsi è rischioso, lo sa, ma per il prestigio della compagnia desidera passare per un ricco mercante locale”.        
“Trafficare nello sconosciuto” permette in fondo proprio questo, essere nuovi al mondo per un mondo nuovo. Rimbaud assapora su di sé l'inebriante sensazione di creare la propria identità. “Il poeta che si fa veggente” lascia il posto all'uomo che si fa da sé, reinventa il proprio passato, costruisce il proprio presente, sogna il proprio futuro. Nessuno è in grado di smentirlo, nessuno può dire di averlo conosciuto. E' una sensazione di totale, inebriante, pericolosa libertà. “Ho teso corde da campanile a campanile / Ghirlande da finestra a finestra / Catene d'oro da stella a stella / E danzo”.       
La danza di Rimbaud comincia a farsi insicura nell'estate del 1887. Ha 34 anni, “un reumatismo alle reni mi fa dannare, un altro alla coscia sinistra mi paralizza ogni tanto, dolori articolari anche al ginocchio, un vecchio reumatismo alla spalla destra. Ho i capelli completamente grigi e mi rendo conto che la mia esistenza va a rotoli. Sono stanco, non ho un posto, ho paura di perdere il poco che ho. Figuratevi che porto sempre nella mia cintura circa sedicimila franchi in oro: otto chili è il peso e la dissenteria mi sfianca”. Crede sia il risultato di “exploits del seguente genere: traversate, cavalcate, viaggi a terra e in barca, senza vestiti, senza viveri, senz'acqua eccetera eccetera”.        
In realtà, già la sorella Vitalie, più tardi la madre, morranno della stessa malattia: neoplasia alla coscia, tumore che devasta. Chi ha fatto dell'errare e dell'irrequietezza la sua unica ragione di vita si ritrova a volte bloccato nel muoversi, altre inchiodato a un letto. Fra alti e bassi, ritorni di forze, progetti e realizzazioni di nuovi viaggi, tiene duro, bacchetta madre e sorella perché parlano sempre di malattie e di morte, non cede.        
E' un ragazzone, alto uno e ottanta, porta il 41 di scarpe, è abituato alla fatica. Passerà, si dice. Il male gioca con lui a rimpiattino. Appare, colpisce, scompare. Nel febbraio del 1891, allorché chiede alla madre una calza elastica, crede ancora che si tratti di varici, che basti stare sdraiato, riposarsi... Non sa che il tumore lo sta divorando dal di dentro. Non c'è nulla di più doloroso del vedere una giovinezza deformarsi e piegarsi, e del non capirne, o non volerne accettare, il perché. E non c'è nulla di più avvilente, per chi ha sempre usato ed abusato del proprio corpo, non l'ha risparmiato, lo ha creduto inesauribile, del rendersi conto che non risponde più, che non ti appartiene più.        
Costretto su una sedia a rotelle, alla fine della sua vita Bruce Chatwin si ritrovò a appassionarsi dell'ultimo Rimbaud, quasi che la comprensione di quella morte potesse fungere da balsamo per una sua guarigione. Un moderno narratore e viaggiatore si confrontava con il prototipo della modernità nella scrittura e nella vita.        
L'interrogativo rimaneva sempre lo stesso: perché? Perché a vent'anni si volta le spalle a tutto e ci si inventa da capo? Nel bagaglio di Rimbaud rimane ben conservata la lettera con cui un giornalista francese gli annunciava, nel 1890, che in patria si parlava di lui come di un genio della poesia... Lettera senza risposta, e però non cestinata... Perché, dunque, quella scelta?       
Nel voltare le spalle all'Europa e a un'esistenza tutta trasgressioni e esaltazioni, Chatwin vedeva una fuga verso la salvezza, verso la sanità fisica.        
E solo letta così Une saison à l'enfer appariva plausibile. Viaggiare significava allontanarsi dalla follia, dalla malattia, incamminarsi sulla retta via. Solvitur ambulando, camminando si risolve. Credeva, Chatwin, in questa formula, nelle virtù terapeutiche dell'andare a piedi. Trasferiva sulla sfortunata odissea del francese le proprie convinzioni. Era certo che se fosse riuscito a rimettersi in piedi, a riguadagnare l'uso delle gambe, ce l'avrebbe fatta.       
La capacità che hanno certi malati di autoingannarsi ha dello stupefacente, e ha un che di eroico la loro sopportazione al dolore, il non darsi comunque per vinti.        
Amputato di una gamba, Rimbaud commenta. “Per stupida che sia la propria vita, l'uomo ci si attacca”. Sei giorni dopo l'operazione, ha già scritto al governatore di Harar: “In una ventina di giorni sarò guarito. In qualche mese conto di tornare per commerciare come prima”. Si illude, e lo sa, ma sposta sempre un po' più avanti il momento della delusione. Sono lettere struggenti le sue: “Dove sono le corse per i monti, le cavalcate, le passeggiate, i deserti, i fiumi e i mari? Non sono che un tronco immobile”. E però si esercita con le stampelle, suda e fatica, pensa a un arto artificiale, rimanda la decisione estrema: “Forse mi piomberà allora addosso una nuova sfortuna. Ma questa volta saprò sbarazzarmi di una miserabile esistenza”.       
Nel delirio ha un'idea fissa, ritornare, ripartire. Scrive Isabelle alla madre: “Mescola tutto e... con arte. Siamo nell'Harar, partiamo sempre per Aden... Cammina molto facilmente con la nuova gamba articolata, facciamo qualche giro a passeggio su bei muli riccamente bardati”.       
Un'agonia la sua che stringe il cuore: “Soffre troppo quando lo prendono per metterlo sulla poltrona o quando lo rimettono nel suo letto. Fare il letto significa colmare un vuoto da una parte, togliere una gobba dall'altra, sistemare la traversa, le coperte. Non può sopportare una piega sotto di lui, la testa non è mai messa bene; il moncherino è troppo alto o troppo basso; bisogna mettergli il braccio destro completamente inerte su strati di ovatta, avvolgere il sinistro, che si paralizza sempre di più, con flanelle...”.        
Da buona cattolica, Isabelle pensa alla sua anima, lo vuole convertito, chiama il prete. Dio esisterà pure, ma com'è meschino... Un vecchio amico dei tempi africani, Dimitri Righaz, sa esprimergli in una frase ciò che sacerdoti e familiari non saranno capaci di fare: “Avrei preferito che avessero tagliato la mia gamba piuttosto che la vostra”. Quando, finalmente, muore, il 10 novembre 1891, il miglior epitaffio glielo scrive l'impiegato dell'ospedale di Marsiglia dove era ricoverato. Alla voce professione annota: “Commerciante”, come indirizzo, “di passaggio”.        
“Me ne andavo, i pugni nelle mie tasche sfondate / e in mezzo a fantastiche ombre / come fossero lire tiravo gli elastici / delle mie scarpe ferite, / e avevo un piede accanto al cuore”.  
        
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
  
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