| Con
l'inizio del 1998 sembra esaurirsi, almeno sulla carta, la vicenda della
chiusura degli ospedali psichiatrici. Una scelta avviata dalla legge n.
180 del 1978, travasata poi nella più ampia legge n. 833 dello stesso
anno, che prevedeva - già da allora - il divieto di nuovi ricoveri
negli istituti psichiatrici oltre il 31 dicembre del 1980. Ma, come avvenuto
in passato, ancora oggi questa vicenda sembra essersi conclusa solo sulla
carta. Perché? Lo si evince chiaramente dal documento conclusivo
dell'indagine conoscitiva della XII Commissione affari sociali di Montecitorio:
un documento che - invece di constatare la dismissione degli ospedali psichiatrici
- può fotografare, invece, solo il tragico scenario di sonnolenta
apatia della maggior parte delle strutture in questione. Che piaccia o
no, comunque, gli esiti previsti dalla legge n. 180, varata 20 anni fa,
adesso dovranno partire da questo documento. Vediamo come e perché.
(Per il gentile lettore: il reiterato uso del presente, anche se un po'
cacofonico, è d'obbligo visto che il quadro descritto è del
tutto vigente). |
E'passato un anno e mezzo da
quel 31 luglio 1996, data in cui la XII Commissione affari sociali della
Camera deliberava l'attuazione di un'indagine conoscitiva sulla chiusura
degli ospedali psichiatrici, chiusura stabilita definitivamente dalla legge
n. 724 del 1994.
Tale indagine doveva:
a) acquisire dati e informazioni
sulla attuale condizione degli ospedali psichiatrici;
b) verificare le iniziative
finora adottate per la chiusura degli stessi e la realizzazione di strutture
alternative, sia pubbliche sia private;
c) accertare la situazione
delle strutture sanitarie, pubbliche e private, coinvolte dalla chiusura
degli ospedali psichiatrici.
Un lavoro improbo, dunque,
dato l'imminente termine di chiusura, previsto non oltre il 31 dicembre
1996. Un lavoro che è stato sviluppato dalla suddetta Commissione
di Montecitorio di concerto con la collaborazione della XII Commissione
igiene e sanità del Senato per portare - nei mesi successivi -
allo svolgimento di audizioni con il Ministero della sanità, l'Osservatorio
per il superamento degli ospedali psichiatrici, le regioni, le associazioni
dei familiari e del terzo settore, gli operatori, gli istituti di ricerca,
oltre che all'effettuazione di visite presso i residui ospedali psichiatrici.
Delimitazione delle competenze
e inefficienza delle regioni
Questo e altro lavoro hanno
condotto a porre concretamente dei paletti nel rispetto di quanto previsto
dalla legge n. 662, che ha introdotto a carico delle regioni l'obbligo
di regolamentare il processo di chiusura degli ospedali attraverso l'adozione
di appositi strumenti di pianificazione, entro il 31 gennaio 1997, stabilendo
pesanti penalizzazioni finanziarie per le regioni inadempienti. In questo
senso l'analisi dei piani regionali ha suggerito in ultimo tre diversi
modelli di pianificazione:
a) adozione e predisposizione
del piano di dismissione del singolo ospedale psichiatrico con delibera
della giunta regionale;
b) adozione del piano di
dismissione dell'ospedale psichiatrico, predisposto dalla Usl interessata,
con deliberazione della giunta regionale;
c) adozione del piano di
dismissione del singolo ospedale psichiatrico, predisposto dalla Usl interessata,
con deliberazione del consiglio regionale.
Purtroppo - nemmeno a dirlo
- questa suddivisione amministrativa e aziendale, che costituisce una distinzione
di responsabilità tra Usl, giunta e/o consiglio regionale, non risulta
per niente agevole, ponendo in più una seria compromissione dell'applicazione
delle misure penalizzanti per chi non ottempera a quanto previsto per legge.
Anzi, un'analisi dei piani regionali ha subito portato alla luce pericolose
linee di tendenza per le quali si è chiesta un'immediata modifica.
Quali sono queste linee di tendenza?
Quante brutte strade
intraprese...
I progetti di dismissione
dei singoli istituti non sempre prevedono tempi certi per la chiusura,
circostanza che rende ardua l'attività di controllo e di monitoraggio:
d'altro canto molte realtà regionali si sono mosse solo in extremis
per evitare di subire sanzioni finanziarie.
Accade, poi, che molti progetti
di chiusura in realtà prevedano sovente il riutilizzo delle aree
ex ospedali psichiatrici, puntando alla realizzazione di non ben chiare
o addirittura discutibili strutture alternative, e ciò nonostante
i costi elevati connessi alla ristrutturazione degli immobili e l'evidente
contrasto con gli indirizzi legislativi adottati in materia; per questa
via, del resto, si riaprono le ammissioni all'interno degli ospedali psichiatrici.
Infine, risulta che molte
chiusure “accelerate” - tese ad evitare le sanzioni - avvengono senza alcun
progetto di ristrutturazione dell'assistenza psichiatrica.
Un paio di numeri
Secondo i dati raccolti nell'indagine
conoscitiva il processo di chiusura degli ospedali psichiatrici riguarda
62 istituti pubblici e 14 privati, per un totale di 20.292 posti letto,
di cui 12.951 pubblici e 7.340 privati. Al mese dello scorso dicembre risulterebbero
già chiusi gli ospedali di Reggio Calabria, Arezzo, Collegno-Grugliasco,
S. Ambrogio di Valpolicella, Rovigo, Salice, Noventa Vicentina, Monselice,
Oderzo, Feltre, Treviso, Valdobbiadene, Perugia, Gorizia, Udine, Roncati,
Lolli. Il condizione - però - è d'obbligo, dato che non è
raro che alcuni tra questi istituti siano stati dismessi solo “amministrativamente”
con la trasformazione di “degenti” in “ospiti”.
Se ciò preoccupa
enormemente non fa sorridere lo stato degli istituti rimasti aperti che,
in una situazione di fatiscenza, disorganizzazione e abbandono, in pratica
sopravvivono a se stessi.
Il “materiale umano”
Ma se gli aspetti logistico-amministrativi
appaiono tuttora in preda a mille contraddizioni, il “materiale umano”
è ancor più in pericolo. L'indagine, infatti, ha evidenziato
drammaticamente una netta mancanza di dati certi, dettagliati e uniformi
su ciò che è realmente avvenuto negli ospedali psichiatrici,
a decorrere dalla riforma del 1978, e sul destino di coloro che hanno lasciato
i manicomi a partire da quell'anno.
Questo allarme deve aver
gravato molto sugli estensori del documento conclusivo all'indagine, tanto
da scrivere: “Il Parlamento dovrebbe chiedersi e chiedere alla società
che tipo di vita hanno condotto le migliaia di persone vissute dentro le
strutture manicomiali, dove sono andati a finire i degenti che sono stati
dimessi, quale assistenza hanno ricevuto, in che modo sono stati aiutati
ad inserirsi nella società, quanti sono morti e per quali cause,
quanti ancora sopravvivono”.
Nei fatti, dunque, le regioni
non hanno saputo fornire coordinate certe sulla sorte dei pazienti dimessi.
Ciò conferma che, a parte alcune isole felici, l'applicazione della
legge n. 180 del 1978 è affondata nell'improvvisazione, nel tragico
abbandono, senza alcuna opera di reinserimento degli ex pazienti.
Il danno? Gravissimo: dopo
il 1980 ben 80mila soggetti avrebbero lasciato l'ospedale psichiatrico.
Un terzo di essi sarebbe deceduto mentre gli altri sarebbero finiti...
in altre strutture (sic!).
Quasi un decalogo
Ebbene, davanti a questi
e altri dati, oggi la Commissione parlamentare non può che prendere
atto che il processo di chiusura è stato appena avviato tra numerose
ambiguità. Di conseguenza la Commissione ha, per prima cosa, indicato
un elenco di errori da non ripetere e pericoli in cui non incorrere nel
futuro.
Evitare di “scaricare” le
persone che vivono ancora dentro gli ex ospedali psichiatrici al loro destino
(o scaricarli alle famiglie, quando ci sono), per dimostrare formalmente
la chiusura dei manicomi prescindendo da percorsi personalizzati e reali
di cura, riabilitazione e reinserimento.
Evitare di adeguarsi alle
“false chiusure”.
In molti ex ospedali psichiatrici
è tuttora in atto un processo di ristrutturazione che tende semplicemente
a rimodernare i vecchi padiglioni e mantenere in questi contesti i vecchi
degenti puntando, in alcuni casi e paradossalmente, a riaprire una fase
di nuovi ricoveri tramite le cosiddette comunità riabilitative.
Evitare di utilizzare sempre
le stesse strutture e le aree manicomiali a favore di degenti anziani e
portatori di handicap degli ex ospedali psichiatrici.
Evitare di avviare percorsi
di chiusura senza preparare adeguatamente il trasferimento in strutture
alternative.
Evitare di “scaricare” i
degenti degli ex ospedali psichiatrici in strutture private che non hanno
alcun requisito alternativo agli ospedali psichiatrici. Questa scorciatoia
viene spesso utilizzata pur di chiudere formalmente gli ex ospedali psichiatrici
oppure per garantire tristemente interessi locali che mirano a trasformare
l'evento chiusura in un giro d'affari.
Evitare di utilizzare a
fini speculativi il patrimonio degli ex ospedali psichiatrici oppure abbandonarli
a se stessi senza trarne quel reddito che è necessario per essere
reinvestito nel settore della salute mentale.
Evitare di favorire la tragica
contrapposizione fra gli interessi degli attuali ricoverati negli ex ospedali
psichiatrici, che si riverseranno nelle scarse e deboli strutture territoriali
alternative, e la nuova utenza, oggi molto vasta e con poche opportunità
di cura e di riabilitazione.
Alcuni punti per il futuro
Se quanto precede indica
quello che non si deve fare - ma si è fatto in buona parte sino
ad ora - quanto segue getta le basi per operare positivamente nella chiusura
delle strutture manicomiali. Infatti, è la stessa Commissione XII
a indicare nei seguenti punti il percorso di sostegno al processo di chiusura
degli ospedali.
1 - Monitoraggio dei pazienti,
ovunque domiciliati, provenienti dagli ex ospedali psichiatrici a decorrere
dal 1994.
2 - Personalizzazione dei
percorsi di dimissione, degli inserimenti nelle strutture alternative,
provvedendo adeguatamente al reinserimento sociale e lavorativo.
3 - Costruzione di un sistema
di rete dei servizi, a partire dal Dipartimento di salute mentale (Dsm).
4 - Promozione di una forte
integrazione degli interventi nei settori sociale e sanitario, considerata
l'impossibilità di separare i due ambiti di intervento in un campo
come il disagio mentale, per ciascun momento di prevenzione, cura, riabilitazione,
reinserimento sociale e lavorativo.
A tal fine appare fondamentale
il rapporto con gli enti locali per definire strategie comuni in grado
di valorizzare i rispettivi ruoli all'interno di una logica di lavoro integrato
e a rete.
5 - Riconoscimento del ruolo
strategico del rapporto con il privato sociale, da rendere compartecipe
nei momenti della progettazione e della verifica dei risultati e da non
considerare come “manovalanza a basso costo”.
Le cooperative sociali possono
essere la risposta più profonda e più seria sul territorio
per l'offerta di una svariata gamma di servizi, in particolare per il reinserimento
lavorativo.
6 - Avvio di un percorso
di riqualificazione del personale proveniente dagli ex ospedali psichiatrici,
consentendo agli operatori, su richiesta, di transitare in altre strutture
del servizio sanitario; rafforzamento dei profili professionali degli operatori
sanitari e sociali dell'area del disagio mentale al fine di potenziare
i servizi e migliorare la qualità degli interventi.
7 - Modificazione della
disciplina dell'interdizione dei degenti degli ex ospedali psichiatrici,
consentendo l'utilizzo dei loro redditi, spesso giacenti presso depositi
bancari o postali, per la loro assistenza e per le loro esigenze personali.
8 - Adozione di un nuovo
progetto-obiettivo che definisca metodi e tempi di intervento a supporto
delle regioni, delle aziende sanitarie locali, che indichi i livelli minimi
uniformi di assistenza allo scopo di evitare intollerabili disparità
sul territorio nazionale e fornisca indicazioni certe per il potenziamento
delle strutture alternative.
9 - Riqualificazione della
spesa storica, adeguando i sistemi di finanziamento per le terapie del
disagio mentale, liberando le risorse previste dalla legge n. 724 del 1994,
come modificata dalla legge n. 662 del 1996, evitando l'utilizzo delle
aree ex ospedale psichiatrico per strutture d'intervento sul disagio mentale.
10 - Previsione, nella finanziaria
per il 1998, di disposizioni che da un lato penalizzino chi non si è
ancora adeguato alla normativa vigente e dall'altra premino chi ha realmente
chiuso le strutture, fermi restando la vigilanza ed il controllo sulle
“false chiusure”.
11 - Presentazione di relazioni
semestrali da parte delle aziende sanitarie locali, delle regioni e del
ministero sullo stato di attuazione della chiusura e sugli interventi in
atto.
12 - Revisione della organizzazione
e del funzionamento dell'Osservatorio per la salute mentale, adeguandone
la struttura operativa e di supporto alla possibilità di svolgere
compiti di reale verifica e controllo; prevedendo, a sostegno dell'attività
di monitoraggio, lo svolgimento di conferenze nazionali e regionali.
13 - Predisposizione di
un nuovo progetto per gli ospedali psichiatrici giudiziari, per superare
la logica manicomiale, mantenendo i dovuti livelli di sicurezza per i cittadini,
e garantire il carattere umanitario della pena ed il recupero sociale del
detenuto.
14 - Elaborazione delle
linee guida sulle terapie in psichiatria, evitando il ricorso all'elettrochoc
e all'abuso di farmaci, in particolare di quelli retard, soprattutto nelle
strutture private dove i controlli sono più evanescenti.
15 - Sostegno alle famiglie
che non devono essere lasciate sole nella presa in carico dei problemi
del disagio mentale, attuando nel contempo piani di dimissione che tengano
conto della espressa volontà del malato.
16 - Per assicurare uno
strumento agile di controllo politico e parlamentare sul processo di chiusura,
la Commissione ritiene opportuno procedere alla istituzione di un comitato
permanente che possa continuare l'attenzione sui problemi del disagio mentale.
Conclusioni
E' difficile tirare le somme.
Dopo più di un anno di lavoro, il Parlamento tenta di rilanciare
un piano che punti a raggiungere l'obiettivo. Chissà, forse - alla
fine - anche il 1998 emetterà la sua sentenza. Certo: 20 anni di
attesa per sperare in una vita un po' più normale... sembra proprio
roba da matti.
|
The
issue pertaining the closing of mental hospitals seemed to come to an end
in the early 1998, at least on paper.
This
choice goes back to the 1978 180 law that subsequently became part of the
wider 833 law of the same year that already forbade that other people should
be hospitalised in mental hospitals after December 31, 1980.
However,
as it already happened in the past, the whole question still seems to have
come to a conclusion only on paper.
Why?
The reason can be clearly inferred from the conclusive document of the
XII Social Affairs Commission's survey of the House of Deputies. Instead
of giving due consideration to the closing of mental hospitals, this document
only presents the dramatic scenario of a sluggish apathy of most of the
facilities being considered. Whether one likes it or not, however, the
results laid down by the 180 law which was passed 20 years ago, will now
have to set off from this document.
Let's
see how and why. (Note for the reader: the repetition of the present tense,
although a little cacophonic, is here necessary, as the above-mentioned
picture is still the existing one). |
A year and a half elapsed since
that July 31, 1996, when the XII Social Affairs Commission of the House
of Deputies decided to carry out a survey pertaining the closing of mental
hospitals that was ultimately laid down by the 724 law of 1994. That survey
had to:
a) collect data and information
concerning the current state of mental hospitals;
b) examine the steps taken
so far pertaining the closing of the same and the building of alternative
both public and private facilities;
c) investigate the situation
of health care facilities, both public and private, involved by the closing
of mental hospitals.
A hard work, then, considering
the imminent closing date which was expected to be within December 31,
1996.
A work that was devised
by the above-mentioned Commission of the House of Deputies along with the
collaboration of the Senate XII Health Commission in order to carry out
some examinations in the following months with the Ministry of Health,
the Observatory for the closing of mental hospitals, the regions, the families'
associations, the non-profit-making organisations and the research institutes.
Visits to the remaining mental hospitals would also have been part of the
programme.
Competence limits
and regions' inefficiency
This as well as other works
have concretely hindered the observance of what the 662 law laid down,
forced regions to regulate the closing process of the hospitals by adopting
proper planning schemes within January 31, 1997 and fixed heavy financial
penalties for defaulting regions. In this sense, the analysis of the regional
plans ultimately suggested three different planning models that involved:
a) the choice and the development
of the closing plan of each mental hospital with a resolution of the county
council;
b) the choice of the closing
plan of the mental hospital established by the Local Health Centre in question,
with a resolution of the county council;
c) the choice of the closing
plan of a mental hospital established by the Local Health Centre in question,
with a resolution of the regional council.
Unfortunately, this administrative
and corporate division that distributes different responsibilities among
the Local Health Centre, the county and/or the regional council, is not
efficient and seriously risks jeopardising the application of penalties
for those who do not comply with the provisions of the law. On top of that,
an analysis of the regional plans highlighted some dangerous tendencies
that need a rapid change. What are these tendencies?
What a bad way of doing things...
The closing plans of the
facilities do not always have precise closing times, a factor that makes
controls and monitoring rather difficult. Many regions, furthermore, acted
in extremis only to avoid financial sanctions. On top of that, many closing
plans often consider the possibility of re-using the former mental hospitals'
areas with the unclear and sometimes even questionable aim of building
alternative facilities despite the high costs linked to the rebuilding
of the premises and the evident clash with the concerned legislative policies.
It is in this way, however,
that the hospitalisations in mental hospitals are being carried out again.
Finally, many “quick” closings - performed in order to avoid sanctions
- are being carried out with no reorganisation projects pertaining psychiatric
assistance.
A couple of numbers
According to the data collected
by the survey, the closing process of mental hospitals concerns 62 public
and 14 private hospitals, with a total of 20,292 beds, 12,951 of whom are
public and 7,340 are private. It seems that the hospitals of Reggio Calabria,
Arezzo, Collegno-Grugliasco, S. Ambrogio di Valpollicella, Rovigo, Salice,
Noventa Vicentina, Monselice, Oderzo, Feltre, Treviso, Valdobbiadene, Perugia,
Udine, Roncati and Lolli closed by the end of last December.
'To seem' is the right verb
here because it is not rare that some of those hospitals closed only “administratively”
and turned their “patients” into “guests”.
It is a worrisome situation,
just like that of the state of the still working hospitals, now crumbling,
disorganised and neglected, that are actually the survivors of themselves.
The “human material”
If the logistical and administrative
problems seem now wrapped by a huge number of contradictions, the “human
material” is far more in danger.
The survey, in fact, dramatically
highlighted a clear lack of reliable, detailed and uniform data pertaining
what actually occurred inside the mental hospitals as from the 1978 reform
and the lot of their former patients as from the same year.
This alarming situation
must have deeply affected the conclusive document's drafters as it pushed
them to write: “The Parliament should ask itself and society what kind
of life the thousands of people who lived in mental hospitals led, what
happened to the patients who were discharged, what kind of assistance they
received, how they were helped to settle in society, how many died and
of what, how many are still surviving”. Regions, then, actually failed
to give precise information about the lot of the discharged patients, confirming
that, apart from some happy cases, the enforcement of the 1978 180 law
was but a makeshift operation, a tragic abandonment, that failed to provide
the former patients with reintegration opportunities.
The damage was huge: after
1980, some 80 thousand people left mental hospitals. One third likely died
while the others probably ended up in... other institutions (sic!).
Almost a decalogue
These as well as other data
provided the Parliamentary Commission with the opportunity to understand
that the closing project has just been started in an extremely ambiguous
context.
Consequently, the Commission
decided to make a list of mistakes not to be repeated and of dangers to
be avoided in the future.
Avoid “damping” the people
who still live inside former mental hospitals to their lot (or damping
them to their families, if they exist), to formally demonstrate the closing
of mental hospitals and neglecting a customised cure, rehabilitation and
a way to re-integrate into society.
Avoid adapting to “false
closings”.
In many former mental hospitals,
there still is a re-organisation process that merely envisages to renovate
the old wards and to keep the old patients, sometimes paradoxically aiming
at re-opening a series of new admissions through the so-called rehabilitative
communities.
Avoid always using the same
facilities and areas for old patients and the handicapped of former mental
hospitals.
Avoid starting closing plans
without properly preparing the transfers to alternative facilities. Avoid
“damping” former mental hospitals' patients to public facilities bereft
of requirements alternative to mental hospitals. This loophole is often
used either to formally close former mental hospitals or to sadly guarantee
local interests aiming at transforming the closing into a turnover.
Avoid using the former mental
hospitals' property for speculative purposes or abandoning them to themselves
neglecting an income necessary to be re-invested in the mental health field.
Avoid favouring the tragic
contrast between the interests of the patients currently living in former
mental hospitals who will certainly resort to the weak and neglected alternative
facilities of the region, and that of the new patients who are many and
have few opportunities to be cured and rehabilitated.
Some points for the future
If the above-mentioned hints
indicate what should be avoided - but was actually widely done so far -
what follows indicates a method for closing mental hospitals in a proper
way. The XII Commission itself outlined the following points in order to
set a support scheme for closing mental hospitals.
1 - Monitoring the patients,
wherever they live, coming from former mental hospitals as from 1994.
2 - Customization of discharge
schemes and of the admission into alternative facilities, providing the
patients with a proper social and working reintegration.
3 - Development of a network
system of the services, beginning with the Mental Health Department.
4 - Promoting a strong integration
of the interventions in the social and health fields which cannot be separated
in the various stages of prevention, cure, rehabilitation, social and working
re-intregration. To such end, it is fundamental to establish a relationship
with local bodies to develop common strategies to strengthen their respective
roles within a logic of an integrated work.
5 - Recognizing the strategic
role of the relationship with the social private field that should participate
in the project phase and in the examination of the results and that should
not be considered as “low-cost labour”.
The social associations
can be a relevant and serious answer across the country because they offer
a wide range of services, in particular in terms of working reintegration.
6 - Starting a re-qualification
programme of the workers coming from former mental hospitals, allowing
them, if they request it, to work in other health care service facilities;
strengthening of the professional training of health care and social workers
of the mental disorders field in order to enhance services and improve
quality.
7 - Change of the interdiction
discipline of former mental hospitals' patients, making it possible to
use their income, that are often kept in bank or postal deposits, for their
assistance and personal needs.
8 - Adopting a new objective
project in order to determine methods and times of intervention to support
the regions and the local health centres.
It should indicate the minimum
uniform levels of assistance in order to avoid intolerable inequalities
throughout the country and provide precise guidelines to strengthening
alternative facilities.
9 - Re-setting the historical
expenditure, adjusting financing systems to cure mental disorders and freeing
the resources laid down by the 1994 724 law, then changed by the 1996 662
law, avoiding the use of former mental hospitals' areas for other facilities.
10 - The 1998 financial
law should establish provisions that on the one hand penalize those who
have not complied with the existing provisions yet and on the other favour
those who actually closed the facilities. The supervision and control over
“false closings” will continue to be performed.
11 - By-yearly reports from
local health centres, the regions and the ministry about the situation
of the closing and other interventions' implementation.
12 - Re-examining the Observatory
for mental health's organisation and functioning, adapting its operating
and support structure to the possibility of carrying our some tasks, such
us supervision and control; enhancing national and regional conferences
to support the monitoring activity.
13 - Development of a new
project for judicial mental hospitals in order to overcome the logic of
classical mental hospitals, keeping due levels of security for the citizens
and guaranteeing the humanitarian nature of the sentence and the prisoner's
social rehabilitation.
14 - Establishing some guidelines
on psychiatric therapies, avoiding to resort to electroshocks and to the
abuse of drugs, in particular of retard drugs, especially in private facilities
where controls are less strict.
15 - Supporting families
that should not be left alone to tackle mental disorders, at the same time
developing discharge plans that should consider the patient's precise will.
16 -Ensuring an easy way
for the political and parliamentary control of the closing plans.
The Commission will probably
set up a standing committee to keep close tabs on mental disorders-related
questions.
Conclusion
It is difficult to draw conclusions.
After more than a year's work, the Parliament is trying to launch a plan
to achieve these goals. Who knows, maybe in the end even 1998 will deliver
its sentence.
Sure: 20 years of waiting
to hope for a little more than normal life... this seems a sheer madness!
|