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Livio Caputo
 
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Come undici anni  
di governo della  
Signora di ferro,  
oggi imitata in tutto  
il mondo, hanno  
risanato il  
Regno Unito 

Qualche settimana fa l'avvocato Agnelli ha detto in una intervista al Corriere della Sera una cosa che forse ha sempre pensato, ma che non aveva mai osato dire in termini così perentori: “Il vero problema dell'Italia è di non avere avuto dieci anni di governo Thatcher”. Dove per governo Thatcher si intende la grande rivoluzione liberale, altrimenti detta anche “rivoluzione blu”, che tra  il 1979 - anno della prima vittoria elettorale della Signora di ferro - e il 1990 - quando fu mandata in pensione dal suo partito dopo tre legislature, ha rivoltato la Gran Bretagna come un calzino, trasformandola da grande malato dell'Europa nel Paese più dinamico, più libero e soprattutto meno afflitto dalla disoccupazione dell'Unione Europea.  
Non si è trattato di un miracolo transitorio, ma di una profonda metamorfosi che ha modificato non soltanto le strutture economiche e sociali, ma anche la mentalità dei cittadini: tant'è vero che quando il partito laburista, dopo 17 anni di  spesso umiliante opposizione, ha voluto tornare al governo, ha dovuto affidarsi a un leader come Tony Blair che può essere considerato a pieno titolo un thatcheriano post litteram.  
E invece di riportare indietro l'orologio della storia, come avrebbe dovuto fare un premier di sinistra, e molti nel suo partito avrebbero desiderato, ha ripreso con rinnovato vigore il programma di liberalizzazione e di risanamento dello stato sociale che la Signora di ferro aveva lasciato incompiuto e che il suo successore e conservatore John Major non aveva spinto con sufficiente convinzione.  
Anzi, forse Blair è andato ancora più in là, perché neppure la Thatcher aveva mai osato toccare i sussidi alle ragazze madri e agli handicappati, ultimo bersaglio della offensiva del governo laburista. 
In una prospettiva storica, “Maggie” ha aperto la strada, con le sue riforme, a una delle più importanti svolte nella storia economica dell'Occidente: quella della vittoria del privato sul pubblico, dell'individualismo sul pansindacalismo, della meritocrazia sull'egualitarismo. Quando iniziò la sua opera, era sola contro tutti.  
Quando avviò il processo di privatizzazioni, poi imitato in tutto il mondo, fu indicata al generale ludibrio dalla dominante cultura di sinistra.  
Quando combatté la sua storica battaglia contro il sindacato dei minatori per ridimensionare lo strapotere delle Trade Unions, fu vilipesa come la nemica numero uno delle classi lavoratrici.  
Quando decise di vendere tutte le case di proprietà pubblica ai rispettivi inquilini, fu denunciata perché dilapidava il patrimonio nazionale.  
Ma già oggi, a neppure vent'anni di distanza, queste stesse politiche sono applicate, con maggiore o minore determinazione, quasi universalmente, dai postcomunisti dell'Est come dai populisti dell'America latina, dall'Ulivo italiano al Partido Popular spagnolo. E il principio da lei affermato per prima, in una fase di statalismo dilagante, che le funzioni dello Stato in una moderna società democratica e liberale devono essere drasticamente ridotte, viene oggi ripetuto quasi pappagallescamente da pressochè tutti i governi.  
Il suo successo è indicato del resto anche dalla diffusione del termine “thatcherismo” per indicare la strada del liberismo: solo pochi altri uomini di Stato, Stalin, De Gaulle, Reagan, hanno avuto in questa seconda metà del secolo l'onore di vedere stabilmente aggiunto un “ismo” al proprio cognome. 
Margaret Thatcher, figlia di un droghiere che si era faticosamente conquistato il suo posto ad Oxford, non era un premio Nobel dell'economia e neppure un genio della finanza: ma era una persona dotata di una incredibile grinta, di grande buonsenso e di uno straordinario fiuto politico.  
Quando tutti davano ormai per scontato il tramonto della Gran Bretagna, impugnò la frusta e restituì ai suoi concittadini l'orgoglio di essere inglesi, impegnandoli addirittura in una improbabile guerra contro l'Argentina in difesa delle isole Falkland.  
Soprattutto, risvegliò il loro senso della responsabilità individuale, mettendo fine alle stravaganze di uno stato assistenziale che, quando nacque, aveva preso l'impegno di assistere tutti “dalla culla alla tomba”.  
Il suo primo grande scontro fu con i sindacati, allora legati a filo doppio al partito laburista, custodi implacabili quanto ottusi di anacronistici privilegi e principali responsabili del declino industriale della Gran Bretagna. Scioperare era la regola, più o meno come lo era in quell'epoca in Italia: si scioperava per la paga, per l'orario, per solidarietà con altre categorie, per risolvere contrasti tra una Union e l'altra: negli anni Sessanta, per esempio, tutti i cantieri navali rimasero fermi per settimane a causa di uno scontro tra fabbri e falegnami su chi doveva fare i buchi per le viti che univano le parti metalliche delle navi a quelle di legno. 
Margaret Thatcher mise fine a tutto questo con una legge che dichiarava lo sciopero illegale se non veniva previamente approvato a voto segreto dalla maggioranza dei lavoratori e rendeva i capi sindacali civilmente responsabili dei danni provocati da agitazioni non conformi alle regole.  
Ma, soprattutto, mostrò la sua determinazione nella vertenza per la chiusura delle miniere di carbone che ormai da moltissimo tempo operavano in perdita e, da grande risorsa quale erano state fino al 1950, si erano trasformate in una palla al piede dell'economia.  
Il leader del sindacato dei minatori Arthur Scargill, un demagogo marxista vecchio stile, saltò sulle barricate e proclamò che mai e poi mai avrebbe tollerato un simile sopruso in nome del mercato. La lotta fu senza esclusione di colpi, con il governo che impose per oltre un anno severe restrizioni al consumo di carbone a tutta la nazione e il sindacato che non esitò (anche se la cosa si seppe molto dopo) a farsi finanziare dalla Libia per poter continuare a pagare un sussidio agli scioperanti.  
Perfino nel partito conservatore ci fu chi espresse una certa simpatia per i minatori, una categoria resa popolare dai romanzi di Cronin e che tutto sommato aveva contribuito onestamente alla prosperità del Regno Unito. Ma Maggie sapeva che su quello sciopero si giocava tutto, e fu inflessibile: alla fine gli scioperanti, regione dopo regione, cedettero, e la regola che lo Stato non era più disponibile a sussidiare aziende non suscettibili di risanamento fu affermata una volta per sempre. Da allora, non solo il potere delle Trade Unions nelle imprese è stato tagliato, ma le nuove generazioni di lavoratori hanno cominciato a rendersi conto che con il sindacato si perdeva, e nella loro stragrande maggioranza hanno cessato di iscriversi. 
Una volta riformate le relazioni industriali, con un notevole rafforzamento del management nei confronti della base, la Thatcher avviò, con la vendita di British Telecom nel 1894, il primo grande programma europeo di privatizzazioni. Alla British Telecom seguirono in rapida successione British Gas, British Airways, la Jaguar, la Rover e buona parte delle aziende di pubblico servizio, comprese alcune ferrovie (ma non le poste, che nel Regno Unito funzionano benissimo e fanno perfino un consistente utile). Con questo blitz, condotto con il sagace contributo dei migliori cervelli della City, il governo conservatore conseguì contemporaneamente tre risultati importantissimi: 

1) ottenere una consistente riduzione del debito pubblico, che infatti da allora ha sempre navigato al di sotto dei parametri di Maastricht e che quindi non rappresenta più un problema per il Regno Unito, neppure in momenti come questo in cui i tassi di interesse sulla sterlina sono più alti che per le monete concorrenti. 

2) Restituire efficienza e competitività a imprese che rappresentavano più del dieci per cento del PIL, davano lavoro a un milione e mezzo di persone e dominavano i settori vitali dei trasporti, dell'energia, delle comunicazioni, dell'acciaio e della cantieristica navale. Prima che arrivasse il ciclone Maggie, in queste imprese si annidavano i germi del parassitismo pubblico, con la sua mancanza di incentivi a lavorare sodo, ad applicare gli ultimi ritrovati tecnologici, insomma ad aumentare la produttività. Oggi British Telecom e British Airways, liberate dalla zavorra di centinaia di dirigenti privi di iniziativa e di decine di migliaia di dipendenti in esubero, sono tra le aziende più efficienti del mondo nei rispettivi settori, diventando addirittura un punto di riferimento per i concorrenti. Le privatizzazioni non sono state, naturalmente, indolori, e hanno portato con sé problemi legali, di personale e di funzionalità in abbondanza.  
Uno dei meriti della Signora di ferro è stato che, facendo da apripista su un terreno fino a quel momento praticamente sconosciuto (nel senso che i primi trent'anni del dopoguerra erano trascorsi sotto il segno opposto, quello delle grandi nazionalizzazioni), ha indicato ai Paesi che, negli anni successivi, ne hanno seguito l'esempio, le strade più facilmente percorribili. Se, dopo la caduta del muro di Berlino, i governi più efficienti dell'Est hanno potuto privatizzare con relativa rapidità l'industria di Stato, è anche perché disponevano del “modello inglese” da seguire. 

3) Creare una nuova classe di piccoli azionisti, interessati al buon andamento non solo delle loro imprese ma di tutta l'economia di mercato.  
Per avviare bene l'operazione, il governo fissò per il collocamento azionario prezzi relativamente bassi, sacrificando l'erario ma beneficiando i cittadini, in modo da aiutare i risparmiatori a capire i vantaggi del mercato mobiliare e a persuaderli a partecipare anche alle privatizzazioni successive.  
Le privatizzazioni furono infatti un trionfo, non soltanto per il governo, ma anche per la Borsa.  
Questo ha portato a un'autentica mutazione psicologica di massa, nel senso che ha trasformato un popolo ancora diviso in “padroni” e “lavoratori” in uno con un notevole senso di partecipazione.  
Se oggi gli inglesi si sono buttati alle spalle la fama di cinici sfaticati che li aveva accompagnati negli anni Sessanta e Settanta, gli anni del grande declino, è anche grazie all'azionariato popolare che li ha coinvolti nell'andamento dell'economia più di qualsiasi riforma precedente. 
L'opera è poi stata completata con il trasferimento, anche qui a condizioni molto vantaggiose, di milioni di council houses, di case popolari, ai rispettivi affittuari, i quali hanno cominciato a prendersene cura e a riscattare progressivamente interi quartieri dal degrado. 

4) Preparare in maniera scientifica il Paese all'era postindustriale, nel senso di accettare una progressiva eliminazione delle industrie mature (come le miniere, le acciaierie, il tessile delle Midlands) e favorire al massimo lo sviluppo del terziario. In questo senso è stato fondamentale il cosiddetto Big Bang della City, cioè la totale liberalizzazione dei mercati finanziari che ha dato a Londra un vantaggio pressoché incolmabile sulle altre piazze.  

Per la sua politica avversa a ogni forma di protezionismo mascherato o di sussidi statali - che ha portato per esempio alla virtuale scomparsa dell'industria automobilistica britannica (le marche superstiti fanno quasi tutte riferimento a multinazionali straniere) - Margaret Thatcher fu accusata di avere “deindustrializzato” il Paese e avere messo le basi per il suo definitivo tracollo. I fatti hanno dimostrato proprio il contrario.  
E' vero che, in un primo tempo, la chiusura delle molte aziende decotte ha portato a una caduta della produzione, ma molto rapidamente, secondo una autentica logica di mercato, nuove attività hanno preso il posto di quelle scomparse e oggi il Regno Unito - fedele al thatcherismo nonostante il ritorno al potere del Labour - è, come abbiamo detto, il Paese europeo che meglio ha saputo affrontare la piaga della disoccupazione. 
Un altro fattore essenziale del rinascimento thatcheriano è stata la riforma fiscale.  
Sotto i laburisti, fondatori del cosiddetto welfare state, la tassazione aveva raggiunto livelli intollerabili, nel senso di scoraggiare le attività economiche e di ostacolare seriamente la formazione del risparmio.  
Di pari passo con l'amministrazione repubblicana negli Stati Uniti, la Signora di ferro ha abbassato le aliquote massime e fermato il “torchio”, anche se poi è scivolata sulla poll tax, una specie di imposta di famiglia che si è rivelata inaccettabile per la popolazione. Certo, oggi, il sistema fiscale rappresenta un modello, sia per la accorta distribuzione del carico tra le varie categorie, sia per la sua efficienza sul fronte della riscossione. 
Certo, la medaglia Thatcher ha anche il suo rovescio, che i suoi innumerevoli avversari si sono sempre affannati a mettere in luce.  
Per esempio, la sua ossessione per il pareggio del bilancio l'ha portata a  tagliare eccessivamente i fondi per la pubblica istruzione, con un pericoloso abbassamento del livello di preparazione delle giovani generazioni.  
Per esempio, neppure la sua tenacia è riuscita ad abbassare i costi dello stato sociale, sebbene sia arrivata a ridurre perfino le razioni di latte per le scuole materne, guadagnandosi il poco gradevole soprannome di milk-snatcher. Per esempio, il suo congenito euroscetticismo e la preminenza che sempre voluto dare all'interesse nazionale hanno portato spesso all'isolamento del Regno Unito nell'Unione e - parallelamente - a una certa riduzione della sua influenza a Bruxelles.  
Discorde è invece il giudizio sulla guerra delle Falkland, che a molti apparve sul momento un'impresa anacronistica ed eccessivamente dispendiosa per la posta in palio.  
Ma, vista a quindici anni di distanza, ha avuto anch'essa una serie di ricadute positive, non solo per la Gran Bretagna, ma per tutta la comunità internazionale: ha inviato, prima ancora della Guerra del Golfo, un segnale molto importante ai dittatori di tutte le attitudini che il mondo occidentale, pur tanto permissivo in altre cose con i Paesi in via di sviluppo, non era disposto a tollerare aggressioni armate; ha contribuito in maniera risolutiva alla caduta del regime militare in Argentina e al ritorno della democrazia non solo a Buenos Aires, ma in tutta l'America latina.  
Per quanto riguarda gli inglesi, ha restituito loro la voglia di lottare e la fiducia in loro stessi, al punto che, nonostante le gravi perdite umane e finanziarie sostenute durante la guerra, nelle successive elezioni hanno dato alla Thatcher la maggioranza più schiacciante nella storia della Camera dei Comuni. 

Oggi Margaret Thatcher, diventata Baronessa, osserva con un misto di compiacimento e di acredine dalla Camera dei Lord la scena politica britannica: il premier laburista Blair che applica, con totale spregiudicatezza, il programma che lei non ha avuto il tempo di completare e il partito conservatore che l'ha cacciata da Downing Street ridotto a brandelli.  
Ogni tanto qualcuno in Europa suggerisce tra il serio e il faceto di prenderla “in prestito” per applicare la cura inglese anche al proprio Paese.  
Anche se fosse tecnicamente possibile, Maggie non lo farebbe mai, perché è troppo imbevuta della sua “britannicità”. Ma sa benissimo di avere dato vita a qualcosa che influenzerà, per almeno una generazione, il corso mondiale degli eventi. 

 
 
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