Carlo Franza
 
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L'arte e la letteratura sono piene di pazzi e criminali, com'è dimostrato e documentato dalla storia dell'arte, della letteratura, della poesia. Ma fermiamoci in questo scritto all'ambito artistico, che annovera Caravaggio ma anche Van Gogh. Il triestino Mauro Covacich ebbe a scrivere qualche anno fa una “Storia dei pazzi e della normalità”, ove ebbe modo di sostenere che gli psicotici gravi non guariscono e che dalla psicosi non si esce mai completamente. L'uomo nel suo disagio mentale, laddove s'è manifestato anche ad opera di artisti famosi, è vissuto di inquietudine e di lacerante angoscia. Dice Ronald David Laing: “Può non essere una perdita di star seduto delle ore accanto a un catatonico che dà tutti i segni di non riconoscere la sua esistenza”.  
Charcot, detto pure “il Napoleone delle nevrosi”, creò un centro mondiale delle ricerche neurologiche in quella Versailles de la misere della Salpetrière, rifugio un tempo di pazzi e di storpi, ove andava Gericault a dipingere i suoi folli. Charcot raccoglie una ricchissima iconografia di riproduzioni sataniche, di immagini e di stampe di possessioni ed esorcismi, pagine interessantissime del suo “Les Demoniaques dans l'art”. 
Richard Dadd, pittore inglese dell'Ottocento, trascorse molti anni in manicomio per aver ucciso il padre con un coltello a serramanico durante una pacifica passeggiata in campagna, perché lo aveva scambiato per un principe delle tenebre, nemico della sua divinità, il grande Osiris, alla quale aveva eretto come santuario la sua camera d'affitto a Londra. In quegli stessi anni lo scrittore francese Gerard de Nerval, altro pazzo, si dichiarava devoto a Iside. Dadd argomentava che il compito di difendere Osiris gli era stato suggerito dalla Sfinge, che gli aveva sussurrato alcune sillabe misteriose. E pensare che Dadd per tutta la vita ha disegnato fatine, folletti gnomi, elfi, un mondo strano fatto di piccole creature. Dadd diede i primi segni di malattia mentale durante un viaggio in Oriente, in Egitto, e si pensò allora a un'insolazione. 
Tornato in patria, prima di uccidere il padre, assaltò con intenti omicidi varie persone che a suo parere complottavano contro Osiris. Dadd passò in manicomio gli anni dal 1844 al 1886, dove morì settuagenario. Qui dipinse sempre, e la sua opera più famosa è “Il colpo da maestro dello spiritello”, in cui si vede un folletto che colpisce con un'ascia una nocciola: un'opera in formato piccolissimo portata a termine in nove anni. 
Ma non c'è solo Ddd, fra gli artisti pazzi, c'è Bosch con il suo “La barca dei pazzi”, e ancora Gericault, di cui dicevamo prima, che cercò i suoi modelli in un ospedale psichiatrico. Delacroix, allievo di Gericault, dipinge un ritratto del Tasso invaso dal suo disturbo mentale. Goya dipinge una casa dei pazzi e Soutine riscopre “L'idiota del villaggio”. Persino Brueghel il Vecchio dipinge una “Donna in preda al ballo di San Vito, al pellegrinaggio di Wilenbeck”. Rubens immortala “Sant'Ignazio che guarisce gli invasati” e Degas nell'opera “L'assenza”, dipinto del 1876, illustra la decadenza prodotta dall'intossicazione alcolica. Hemessen dipinse l'estrazione della pietra della follia, ma non è forse di Griesinger, il fondatore della psichiatria classica, l'espressione: “Le malattie mentali sono malattie del cervello"? Il linguaggio schizofrenico lo troviamo anche in molti testi letterari, nei testi di Gerard de Nerval e di Antonin Artaud, quasi una sfida della schizofrenia alla psichiatria perché, come dice Kafka ne “Il messaggio dell'imperatore”: “Scrivere ricette è facile, ma intendersi con la gente è difficile”. 
Potremmo leggere i testi della Alda Merini, poesie sconvolgenti che documentano il suo grandissimo bisogno d'amore, dopo l'esperienza del manicomio, con tutti i suoi riti e le sue paure, dal letto di contenzione all'elettroshock. 
La follia o la schizofrenia esprimono la scissione dell'uomo, e termini come mente, corpo, psiche e soma, Es, Io, Super-io, chiariscono il progetto diverso della schizofrenia come progetto diverso di essere al mondo. 
Molte volte la pazzia è stata in strettissima relazione con l'arte, quasi l'ha promossa. 
Spesse volte la follia è stata raccontata e rappresentata come lo fu da Ambroise Tardieu, che illustrò, con ventisette incisioni su rame di notevole valore, il libro di Esquirol “Le malattie mentali considerate sotto l'aspetto medico, igienico e medico-legale” (Parigi 1938). E Logliet, che era conosciuto per i suoi proverbi illustrati, tra i quali: “I pazzi si fanno sempre riconoscere”. 
Non solo i malati, ma ritratti anche i medici assistenti come ha fatto Robert Fleury (1797-1890) che nel “Ritratto di Pinel fra gli alienati” dipingeva il medico primario della Salpetrière nell'atto di togliere le catene ai pazzi maschi e femmine, mentre un paziente si china a baciargli le mani. 
E a proposito delle celebri e svenevoli isteriche di Charcot su “Le Figaro” uscirono alcuni articoli che attaccavano la sua  medicina spettacolare, mentre Maupassant sul “Gil Blas” scrive: “Siamo tutti isterici da quando Charcot, questo allevatore di isterici da camera, gestisce con grandi spese, nello stabilimento moderno della Salpetrière, un popolo di donne nevrotiche alle quali inocula la follia e delle quali fa in poco tempo delle indemoniate”. 
Dalla solitudine della pazzia è nata l'arte, la pittura e la poesia, dalla follia soprattutto è nata, in tempi a noi vicini, persino “l'art brut”, un filone artistico che si avvaleva di produzioni artistiche effettuate da malati di mente, e promosso da Jean Dubuffet e che fu presentato per la prima volta nel 1946 in Francia nel ricovero di Sant'Anna. 
 
Théodore Gericault
"Alienata  monomane  del gioco" 
Parigi, Louvre
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Richard Dadd,
"The Fairy Feller's Masterstroke"
(Il colpo da maestro 
dello spiritello)
Particolare
Tate Gallery, Londra
 
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