Mentre
Londra, già a fine '700, stava divenendo la città più
densamente abitata d'Europa, nasceva nel 1788 George Gordon Byron.
Di antica nobiltà,
egli manifestò in età precoce un carattere particolarmente
inquieto, ribelle alle regole costituite, una costante che mantenne per
tutta la sua esistenza.
Compiuti gli studi a Harrow
e Cambridge prima dei vent'anni diede alle stampe "Ore d'ozio" (1807),
raccolta di versi che gli procurò numerose critiche, a cui Byron
rispose con il poema satirico in versi "Poeti inglesi e critici scozzesi"(1809).
Entrato nella camera dei
Lord, subito egli preferì iniziare un lungo viaggio che lo portò
in vari luoghi d'Europa e dell'Oriente.
Affascinante e ardimentoso,
accrebbe la propria fama di poeta dalle molte avventure e dai travolgenti
amori passionali, incarnando così, per certi aspetti, l'eroe romantico
per eccellenza.
Della prima parte della
sua vita ci restano numerose opere poetiche: i primi due canti del "Pellegrinaggio
del giovane Aroldo" (1812), scritti nel viaggio in Albania, grazie al quale
diede inizio alla sua celebrità, "Il Giaurro", "La sposa di Abido",
"Il Corsaro", "L'assedio di Corinto", poemi di ambiente orientale che lo
portarono a grande notorietà.
Frequentò l'alta
società londinese, divenne amico del poetaThomas Moore, ebbe amori
travagliati, tra cui Frances Wedderburn Webster, la Medora di "The Corsair".
Nel 1815 sposò Annabella Milbancke. In seguito al fallimento del
matrimonio, fu costretto dallo scandalo ad allontanarsi definitivamente
dall'Inghilterra. Raggiunse il Belgio, la Svizzera, dove visse con gli
amici Percy e Mary Shelley e l'Italia, dove scrisse un secondo gruppo di
componimenti: "Il Prigioniero di Chillon", il terzo canto del "Pellegrinaggio
del giovane Aroldo", "Le stanze ad Augusta", ed anche il dramma "Manfred"
(1817).
George Byron fu tra i poeti
romantici inglesi uno dei pochi, insieme con Shelley, a mostrare un certo
interesse per il teatro e nel contempo riuscì ad ottenere un buon
successo di pubblico.
"Manfred" è un dramma
composto per certi versi nei toni angosciati del "Faust" di Goethe.
L'autore, certamente inserendo
elementi autobiografici, descrive Manfred, tormentato dal rimorso per un
delitto che egli aveva compiuto in circostanze assai misteriose, affranto
per la perdita dell'insostituibile amata, nell'atto di evocare gli spiriti
dell'universo.
Essi, peraltro, non possono
concedergli ciò che egli reclama, ossia l'oblio totale. Mentre è
sul punto di suicidarsi gettandosi dalla cima dello Jungfrau, il giovane
viene fermato dalla presenza fortuita di un cacciatore.
Segue nella narrazione del
dramma la visita di Manfred ad Arimane, dal quale riesce ad avere la possibilità
di vedere il fantasma dell'amata.
Ma questo non lo placa,
poichè Astarte gli si palesa con l'annuncio dell'imminente sua dipartita:
egli morrà l'indomani. Il protagonista, allora, sceglie di riconciliarsi
con Dio e attende la morte in una torre solitaria.
Al giungere dei demoni,
egli li sfida, perchè non si sente assolutamente parte del loro
drappello. L'opera ha fine con Manfred che, sempre nello stato di angosciata
inquietudine, spira senza elevare una preghiera, mentre i demoni si allontanano.
Questo dramma dai toni foschi
e crepuscolari delinea un personaggio perennemente teso ad ottenere l'irraggiungibile
pace dell'anima, uomo senza timore di Dio, un disperato che non trova soluzioni
di riavvicinamento con l'Entità Superiore, nemmeno all'approssimarsi
della morte.
Degli altri scritti ricordiamo
"Beppo" (1818), racconto satirico,"Mazeppa" (1819), "Don Giovanni" (1819-1824),
opera incompiuta che spicca per la notevole capacità con cui Byron
tratta la tematica del poema burlesco, dove trova largo spazio una vivace
e mordace ironia soprattutto negli ultimi canti, in cui l'autore tratteggia
una feroce satira della società inglese, i drammi "I due Foscari",
"Sardanapalo" e "Marino Faliero", tutti e tre datati 1821, e i due misteri
"Caino" (1821) e "Werner"(1823).
In questo ultimo periodo
di vita, Byron allaccia relazioni con i capi della Carboneria italiana,
partecipando ai moti del 1820-21.
Nel 1823, con entusiasmo
accettò la nomina a membro del comitato per l'indipendenza greca.
Partì alla volta della Grecia per dirigere la rivolta, ma morì
di febbri a Missolungi il 19 aprile 1824.
Il dramma "Marino Faliero"
fu l'unica opera teatrale di Byron che ebbe la possibilità di venire
rappresentata mentre l'autore era ancora in vita.
Scritta in cinque atti,
tratta le vicende storiche del doge Marino Falier, che attorno al 1354
organizzò una congiura a Venezia con lo scopo di impadronirsi del
potere contro l'oligarchia aristocratica che governava la città.
I cospiratori, tra cui Marino, una volta scoperti, vennero giustiziati.
In tal modo Venezia riaffermava che ogni cittadino doveva essere al servizio
del bene della repubblica, e non dei propri interessi personali.
L'influenza di Byron, che
divenne simbolo dell'eroe Romantico, sui contemporanei fu enorme: fu ammirato,
tra gli altri, da Hugo, Lamartine, Heine, Puskin, Leopardi. Fu esaltato
in tutta Europa e vituperato dagli inglesi, che non gli perdonarono il
suo anticonformismo.
Anche un altro famoso poeta
anglosassone del periodo Romantico tentò la via della scrittura
drammaturgica: Percy Bysshe Shelley.
Egli, nato nel Sussex nel
1792 da nobile famiglia di proprietari terrieri, studiò a Eton ed
in seguito ad Oxford, dove fu espulso per la sua pubblicazione intitolata
"Necessità dell'ateismo" (1811). Scrittore di idee rivoluzionarie,
permeato da varie correnti filosofiche, tra cui il panteismo spinoziano,
rimase sempre legato alle diverse aspirazioni di libertà delle popolazioni
oppresse.
Morì per annegamento
nel golfo de La Spezia all'età di trent'anni (1822).
Di Shelley autore di teatro
ci restano il dramma lirico "Prometeo liberato" (1820) e "I Cenci"(1819).
Nella prima opera Shelley ripercorre il mito di Eschilo, pervadendolo tuttavia
di una nuova freschezza religiosa.
E' la massima espressione
dell'idealismo shelleyano, in cui l'umanità viene affrancata, tramite
la sofferenza, dalle catene dell'oppressione religiosa e politica.
La vicenda non è
ottenebrata dal cupo pessimismo, l'autore si augura la liberazione dell'uomo
da una visione stereotipa della divinità per la scoperta di un Dio
che sia soprattutto amore.
Nella seconda tragedia Shelley
identifica Francesco e Beatrice Cenci con il Male e la Ribellione, ponendoli
a confronto. Francesco è pervaso da un furore satanico che lo porta
all'incesto e la ribelle Beatrice risulta soffocata e sconfitta, catturata
dal terrore che il Male riesca ad avere il predominio anche nell'Aldilà.

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