CROATIA The trouble some neighbourg
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.......Livio Caputo
 
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Tra gli stati dell'Europa dell'Est che battono alle porte dell'Unione Europea, ce n'è uno particolarmente discusso: la Croazia del presidente Franjio Tudjman.  
Di tutti i Paesi dell'ex Jugoslavia è politicamente il più stabile, con un partito-egemone (l'Alleanza democratica, o HVD) che vince tutte le elezioni, controlla i gangli vitali del potere ed estende i suoi tentacoli anche su un'economia in cui la componente pubblica resta prevalente.  
Ma la Croazia soffre anche di un certo deficit democratico, al punto che l'Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa ha bollato le elezioni del giugno scorso come “libere, ma non corrette”, che gli Stati Uniti hanno congelato a Zagabria una linea di credito di 30 milioni di dollari e che a Strasburgo si è costituita una forte lobby risoluta a sospendere la Croazia dal Consiglio d'Europa.  
La comunità internazionale rinfaccia al settantaquattrenne presidente-padrone uno scarso rispetto per le minoranze (quella italiana compresa, almeno fino al recente trattato), un controllo semitotalitario dei media, leggi elettorali che non rispondono ai criteri in vigore nelle democrazie occidentali, violazioni ripetute dei diritti umani e un sistema economico largamente controllato da una oligarchia collegata con i vertici del partito di maggioranza. 
Anche il ruolo che la Croazia ha avuto nella guerra dell'ex Jugoslavia è oggetto di molte discussioni: aggredita dalla Serbia quando, dopo un referendum popolare, proclamò la propria indipendenza, ha perduto all'inizio larghe fette di territorio ma, dopo avere arginato l'offensiva nemica, è poi riuscita a riconquistare, grazie agli aiuti militari ricevuti sottobanco sia dalla Germania, sia dagli Stati Uniti, tutte le province perdute. In Bosnia, Tudjman ha tenuto e tiene tuttora un atteggiamento ambiguo.  
Formalmente alleato con il governo di Izetbegovic, continua nondimeno a coltivare il sogno di spartire il Paese con la Serbia e annettersi così quell'Erzegovina, abitata in prevalenza da croati, da cui gli è sempre arrivato il massimo sostegno politico.  
E', per cosi dire, agli atti uno schizzo di carta geografica di suo pugno, tracciato su un tovagliolo durante uno dei tanti incontri (ufficiali e anche segreti) con il dittatore serbo Milosevic, da cui risulta con molta chiarezza che cosa egli ha in mente. Ma, almeno per ora, Tudjman rispetta gli accordi di Dayton e spera che, una volta che la tregua si sia trasformata in autentica e consolidata pace, la sua Croazia cessi di essere discriminata e possa perlomeno avviare le procedure di accesso all'Unione Europea. 
La travagliata storia croata ha probabilmente contribuito ad alimentare le tendenze scioviniste oggi dominanti.  
Dopo circa due secoli di indipendenza a cavallo dell'anno Mille, la Croazia fu infatti incorporata prima nel regno d'Ungheria, poi nell'impero asburgico, infine nella neonata Jugoslavia, di cui ha fatto parte fino al 1990. Convertiti al cristianesimo nel IX secolo e poi diventati ferventi cattolici di frontiera, i croati hanno servito per secoli da sentinelle avanzate dell'Europa verso l'impero ottomano, ma non hanno mai visto riconosciute le loro aspirazioni all'indipendenza.  
La parte orientale del Paese - la grande pianura tra la Drava e la Sava - era dominata dagli ungheresi, mentre Istria e Dalmazia sono state controllate per tre secoli dalla Repubblica di Venezia prima di diventare a loro volta, dopo le guerre napoleoniche, province dell'Impero austroungarico.  
Anche se l'adesione dei croati alla Jugoslavia nel 1918 fu spontanea, i contrasti con Belgrado esplosero ben presto, e diventarono cruentissimi durante la seconda guerra mondiale in cui la Croazia degli ustascia si schierò ufficialmente con l'Asse.  
Quando Tito (che era mezzo croato e mezzo sloveno, ma non fu mai accettato del tutto dai suoi connazionali) prese il potere e portò la Jugoslavia nel campo comunista, centinaia di migliaia di croati emigrarono negli Stati Uniti, in Canada e in Australia, senza peraltro mai tagliare i ponti con la madrepatria.  
Proprio questi fuorusciti hanno infatti dato un sostegno formidabile, sia politico, sia finanziario, a Franjo Tudjman (ex comunista convertito al nazionalismo dopo la rottura con Tito), quando proclamò l'indipendenza da Belgrado e coronò finalmente il secolare sogno dei croati di avere una patria. 
Questa ossessione nazionalista è alla radice dei problemi che la Croazia ha in continuazione con i suoi vicini.  
Nonostante ottant'anni di “convivenza”, una lingua quasi comune e innumerevoli matrimoni misti, i serbi sono considerati tuttora come nemici. Alle reciproche stragi commesse durante la seconda guerra mondiale, in cui perirono centinaia di migliaia di persone, ha fatto seguito negli ultimi sette anni un nuovo round di atrocità, completo di assassini, stupri e pulizie etniche.  
Ai serbi che hanno occupato la Slavonia orientale, radendo al suolo Vukovar e Osijek e costringendo la minoranza croata alla fuga, i croati hanno risposto con pari ferocia tre anni dopo cacciando i serbi dalla Krajina. Con il passare del tempo, qualche rapporto tra Zagabria e Belgrado è stato ristabilito, ma prima che le nuove ferite si rimarginino ci vorrà ancora moltissimo tempo e il ritorno a qualsiasi forma federativa è oggi come oggi inconcepibile. 
La necessità di rintuzzare l'aggressione serba ha consigliato una specie di matrimonio di convenienza con la Bosnia (la cosiddetta federazione croato-musulmana), ma abbiamo visto quanto sia precario. E uno dei modi più sicuri per conquistarsi i consensi dei croati è di elogiare il loro ruolo di “baluardo cristiano” di fronte al pericolo che, da Sarajevo, il fondamentalismo islamico dilaghi in Europa. 
Neppure con la Slovenia, che fin dal 1991 si è tirata fuori dalla bagarre jugoslava, proclamando la sua vocazione europea e fissando la “frontiera dei Balcani” sul Dragogna, le cose vanno molto bene.  
Zagabria rinfaccia a Lubiana soprattutto il tentativo, neppure troppo mascherato, di ostacolare la sua marcia verso l'Europa, ritardando la costruzione di due autostrade verso l'Austria e verso l'Italia che le permetterebbero di uscire dal suo relativo isolamento.  
A questo contrasto si aggiungono una disputa per il possesso di una striscia di terra in Istria, un'altra per la delimitazione delle acque territoriali nel Golfo di Trieste e tante altre punture di spillo, che hanno trasformato le frontiere tra i due Paesi in autentiche barriere e l'intera Slovenia in un “ostacolo da saltare” nella corsa verso la UE.  
I rapporti con l'Italia sono invece in via di miglioramento, anche se molte questioni rimangono aperte e il problema dell'autonomia istriana potrebbe essere presto foriero di nuove complicazioni. Quando la Croazia è diventata indipendente, si è affrettata a proclamarsi erede del trattato di Osimo, ma per vari anni non ha poi ratificato la parte che tutelava i 30.000 cittadini di origine italiana tuttora residenti in Istria, Quarnaro e Dalmazia.  
Durante la breve stagione del governo Berlusconi, Roma ha dal canto suo chiesto, senza ottenere risposte soddisfacenti, la restituzione dei beni confiscati dal regime di Tito agli esuli del 1947, e mai adeguatamente compensati.  
Nella scia di questi contrasti Tudjman in persona ha ripetutamente attaccato, con espressioni anche oltraggiose, il presunto “imperialismo italiano”, accusando gli ambienti revanscisti di Trieste di spalleggiare la domanda di autonomia della Dieta istriana, grande avversaria dell'HVD e trionfatrice di tutte le consultazioni elettorali nella penisola.  
Ultimamente, tuttavia, Zagabria si deve essere resa conto che - in chiave europea - una politica antitaliana sarebbe stata controproducente e che Croazia in generale e Dalmazia in particolare non possono fare a meno della collaborazione economica con Roma.  
Così, dopo molto tira e molla, Zagabria ha finito con il rinunciare alla pretesa di vedere riconosciuta una fantomatica minoranza croata nel Nord-Est (che effettivamente esiste, ma non può in alcun modo essere considerata autoctona) e ha consentito a firmare un trattato sulla tutela delle minoranze abbastanza accettabile.  
Se poi i croati lo rispetteranno per davvero, o continueranno a creare difficoltà alle nostre scuole, a tassare abusivamente il materiale scolastico che Roma fornisce alla minoranza e conculcare i diritti della Dieta, rimane da vedere.  
Ma a mano a mano che una forte presenza dell'industria e della finanza italiana viene riconosciuta utile per controbilanciare l'influenza tedesca, una rottura su questo terreno diventa più improbabile.  
E anche la vessata questione dei beni potrebbe trovare una soluzione di compromesso, magari in una più vasta cornice europea. 
L'interesse dell'Italia - che è ormai la prima partner commerciale della Croazia, dopo un recentissimo sorpasso alla Germania - a stabilire un solido rapporto con questo vicino orientale è più che evidente.  
Per cercare di consolidarlo, si sono mossi di recente sia Scalfaro, sia Prodi. Per quanto piccola (56.000 chilometri quadrati, neppure un quinto dell'Italia), non molto densamente popolata (4 milioni e 800.000 abitanti) e con un reddito pro capite di otto milioni scarsi, la Croazia ha un notevole potenziale di crescita e offre, a chi vuol investire, un prezioso serbatoio di manodopera qualificata a buon mercato. Le industrie del Nord-Est, sempre alla ricerca di nuovi sbocchi, ci hanno infatti messo gli occhi sopra, e sarebbero anche più attive se ci fosse una maggior certezza del diritto e un quadro giuridico-economico più affidabile.  
Un Paese uscito da 45 anni di socialismo autogestito e da cinque di guerra ha bisogno di tutto, e gli italiani, dal Friuli all'Abruzzo, sono nella situazione ideale per fornirlo.  
Non bisogna dimenticare, infatti, che a causa della peculiare forma della Croazia e delle condizioni precarie in cui il conflitto ha ridotto le sue reti ferroviarie e viarie, da Spalato o Ragusa si fa molto più presto - usando il traghetto - a raggiungere Ancona o Pescara che Zagabria o Slavonski Brod.  
E' proprio lungo la fascia adriatica, ricchissima di monumenti romani e veneziani e tuttora impregnata di cultura italiana, che esistono le migliori possibilità per la nostra imprenditoria. Da Umago al Nord al confine montenegrino al Sud, questo è un immenso paradiso turistico, con mare bellissimo, isole favolose e città piene di fascino, ma le cui attrezzature risalgono in buona parte all'era socialista.  
Quando, nella sua corsa verso l'Europa, la Croazia sarà costretta ad aprirsi davvero verso l'esterno, qui ci sarà moltissimo da fare.  
E se anche nessun italiano di buon senso pensa alla possibilità di recuperare a pieno titolo le province orientali perdute cinquant'anni or sono, non c'è dubbio che una nostra maggiore presenza economica e culturale finirà con il sottrarle allo sciovinismo di Zagabria e trasformarle in una specie di cuscinetto tra l'Europa latina e l'Europa slava.  
Ogni mese che passa, la “opzione occidentale” della Croazia diventa sempre più evidente.  
Per rendersene conto, basta guardare i titoli del Croatia weekly, il settimanale che Zagabria pubblica a uso degli stranieri. Ecco alcuni titoli di prima pagina degli ultimi numeri: “La Croazia chiederà presto l'ingresso nell'Unione europea”; “La Croazia interessata ad acquisire basi NATO”; “La Croazia si propone di partecipare alla integrazione euro-atlantica”; e, dulcis in fundo, “Dove cominciano i Balcani?” (con un dotto saggio per dimostrare che la Croazia non ne fa parte). 
Non si tratta solo di parole. Per dimostrare che fa sul serio, Zagabria ha ancorato la sua nuova moneta, la kuna, al marco, e per il momento si rifiuta di svalutare anche se la situazione economica lo richiederebbe.  
Per abbattere l'inflazione, ormai su livelli da parametri di Maastricht, il governo ha adottato una politica monetaria così severa da strangolare addirittura l'economia, e non si scompone neppure davanti ai sempre più frequenti sintomi di rivolta sociale da parte dei suoi disoccupati e sottoccupati. 
Sul futuro pesa tuttavia una grossa incognita: la tenuta del presidente Tudjman, che con tutti i suoi difetti assicura la stabilità all'interno e il rispetto degli accordi di Dayton all'estero.  
Due anni fa fu colpito dal cancro, e la stampa internazionale lo diede più o meno per spacciato. Invece, i medici americani lo hanno rimesso in piedi e un mese fa, davanti al Congresso dell'HVD, ha tenuto a braccio un discorso di quasi tre ore senza manifestare alcun segno di fatica.  
Il giorno in cui dovesse ritirarsi, si scatenerebbe quasi certamente nell'HVD la lotta tra l'ala ultranazionalista che fa capo al ministro della Difesa Susak (non a caso originario dell'Erzegovina) e quella europeista che ha il suo capo nel ministro degli Esteri Granic.  
Dal suo esito dipenderà, probabilmente, se la frontiera dei Balcani si fisserà sul Dragogna, come dicono gli sloveni, o sulla Sava, come vuole la maggioranza degli stessi croati. 
On the other side of the Adriatic Sea there is state full of problems with which, however, we must find an agreement and that may offer our enterprises big opportunities  
Among the Eastern European states knocking on the European Union's doors, one is currently being the object of particular discussions: Pres. Franjo Tudjman's Croatia. Among all the countries of the former Yugoslavia, Croatia is the most stable one from a political standpoint: it has a hegemonic party (the Croatian Democratic Union, or HDZ) that wins all the elections, controls the nerve centres of the power and extends its tentacles also on an economy where public presence is still prevailing. Croatia, however, also has some sort of democratic deficit that pushed the Organisation for Security and Co-operation in Europe (OSCE) to brand last June's elections as “free but not correct”, the United States to freeze a 30-million dollar credit line in Zagreb and the setting up of a strong lobby in Strasbourg resolved to suspend Croatia from the Council of Europe.  
The international community is reproaching the seventy-year-old president and master for little respecting the minorities (including the Italian one, at least until the recent treaty), for a semi-totalitarian control of the mass media, for electoral laws that do not meet the criteria in force in western democracies, for the repeated violations of human rights and for an economic system widely controlled by an oligarchy having a close connection with the majority party's top officials.  
Croatia's role in the war of former Yugoslavia is a very vexed question, too: attacked by Serbia when, following a popular referendum, it proclaimed its independence, at the beginning it lost large parts of its territories but, after holding the enemy's offensive in check,  later managed to re-conquer all the provinces it had lost thanks to the  military aid it secretly obtained both from Germany and the United States. Tudjman's behaviour in Bosnia was and continues to be ambiguous.  
He is formally allied with Izetbegovic's government, but never stops hoping to share the country out with Serbia thus annexing Herzegovina, chiefly peopled by Croats, that he always supported politically. However, at least for the moment, Tudjman is respecting the Dayton  Accords and hopes that, after the truce becomes a real peace, his Croatia may stop being discriminated and can at least begin the procedure leading to obtain the European Union's membership.  
Croatia's troubled history probably contributed to foster the currently prevailing chauvinist trends, and its National Socialist obsession lies at the bottom of the problems that Croatia continually has with the other neighbouring countries. Despite living together for eighty years, having an almost common language and countless mixed marriages, the Serbs are still considered as enemies. The reciprocal  massacres during World War II, where hundreds of thousands of people died, were followed by a new series of atrocities - made of murders, rapes and ethnical cleansing -  in the past seven years. The Serbs occupied eastern Slavonia, razed Vukovar and Osijek to the ground and forced the Croat minority to leave; three years later the Croats answered with equal fierceness by driving the Serbs out of Krajina.  
As time went by, a relationship between Zagreb and Belgrade was re-established, but it will take a very long time before the new wounds heal. The return to a federalist structure, furthermore, is currently inconceivable.  
The need to repel the Serb attacks convinced Croatia to make some sort of marriage of convenience with Bosnia (the so-called Croat-Muslim Federation) although it resulted to be extremely precarious. One of the safest ways to conquer the Croats' approval consists in praising their role as the “Christian bulwark” that should prevent Islamic fundamentalism from spreading from Sarajevo throughout Europe.  
Things are not going well even with Slovenia that tried not be involved in the Yugoslavian chaos any more as from 1991 by underscoring its European vocation and setting the “border of the Balkans” on the Dragogna. Zagreb is reproaching Ljubljana chiefly for openly trying to hamper its route towards Europe, delaying the building of two motorways that should connect it with Austria and Italy and which should allow it to get out of its relative isolation.  
Other two controversies add to this clash: one concerns the possession of a strip of land in Istria and another the delimitation of territorial waters in the Gulf of Trieste, as well as a large number of other issues that turned the two countries' borders into real barriers and the whole Slovenia into an “impediment to be avoided” in the race towards the EU.  
The relationships with Italy, on the other hand, are getting better although many questions remain unsolved and the issue of the Istrian autonomy may soon herald new problems. When Croatia reached independence, it hurriedly proclaimed itself the heir of the Osimo's treaty but, for many years, it did not ratify the part protecting 30,000 citizens of Italian origin that are still living in Istria, Quarnaro and Dalmatia.  
During Berlusconi's government, Rome asked, although received no satisfactory answers, that all goods confiscated by Tito's regime to the exiles of 1947 should be given back.  
Tudjman reacted by personally and repeatedly attacking, even with insulting words, the alleged “Italian imperialism” and accused Trieste's revanchist circles of supporting the autonomy claims of the Istrian Dieta, HDZ's major rival, that triumphed in all the electoral referendums of the peninsula. Lately, however, Zagreb probably became aware of the fact that, from a European perspective, an anti-Italian policy would have had a harmful effect, and that Croatia in general and Dalmatia in particular needed to establish an economic co-operation with Rome.  
Thus, after much hesitation, Zagreb gave up the claim of recognising a phantom Croat minority in the north-east (that actually exists but cannot be considered as native) and agreed to sign a treaty on the protection of minorities that is rather acceptable. Whether the Croats will respect it  still remains to be seen.  
The interest of Italy - now Croatia's first trading partner, after recently overcoming Germany - to establish a strong relationship with its eastern neighbour is absolutely evident. To make it stronger, both Pres. Scalfaro and Pres. Prodi recently took some steps. Despite being small (56,000 square kilometres, less than one fifth the size of Italy), not much densely populated (4 million and 800,000 inhabitants) with a per capita income of some eight million lira, Croatia has a considerable power strength and may provide prospective investors with cheap skilled manpower.  
The industries in the north-east, always looking for new markets, showed their interest and would be much more active if safer laws and a reliable legal and economical scenario existed. A country where a self-managed Socialism ruled for 45 years and war raged for five now needs everything and Italians, from Friuli down to Abruzzi, are in the ideal situation to supply it. It should not be forgotten, in fact, that because of Croatia's particular shape and the precarious conditions of its railroads and road network after the war, it is far more easier to reach Ancona or Pescara from Split or Ragusa by ferry-boat than reaching Zagreb or Slavonsky Brod.  
The best opportunities for the Italian entrepreneurs are exactly located along the Adriatic coast, so rich of Roman and Venetian monuments and still imbued with Italian culture. A huge tourist paradise, with a wonderful sea, incredible islands and charming towns whose facilities, however, mostly go back to the Socialist period, stretches from Umago up in the north down to the Montenegrin border in the south. When Croatia will be forced to open towards to the external world in order to enter Europe, there will be much to do here. And even if there are no Italians having some common sense who believe they will be given back the eastern provinces lost fifty years ago, there is no doubt that Italy's greater economical and cultural presence will end up removing Zagreb's chauvinism from them and turn them into some sort of buffer area between Latin Europe and Slavic Europe.  
Croatia's “western option” is becoming increasingly evident as months go by. A look at the headlines in Croatia Weekly, the newspaper that Zagreb publishes for foreigners, would be enough to make people clearly understand this point. Here are some taken from the last issues' front pages: “Croatia will soon ask to enter the European Union”; “Croatia interested in obtaining NATO bases”; “Croatia intends to participate in the Euro-Atlantic integration” and, last but not least, “Where do the Balkans begin?” (with a scholarly essay showing that Croatia is not part of them).  
It is not just a matter of words. To show people that it is behaving seriously, Zagreb anchored its new currency, the kuna, to the mark, and is currently  refusing to devalue even if the economical situation would require it.  To fight inflation, now in compliance with Maastricht's standards, the government is currently adopting a monetary policy that is so strict that it is choking even the economy, and does not even get upset when it has to face the increasingly frequent social upheavals triggered by unemployed and underemployed people.  
The future, however, is jeopardised by a major unknown factor: Pres. Tudjman's tenure who, with all his defects, is ensuring stability inside and the respect of the Dayton Accords outside.  
Two years ago he got cancer and the world-wide press gave up all hope for him. But the American physicians managed to cure him and a month ago, in front of the Congress of the HDZ, he made an almost three-hour impromptu speech without showing any signs of weakness.  
Should he resign, a fight between the ultra-nationalist wing headed by the Minister of Defence Susak (who, by no accident, is from Herzegovina) and the pro-Europeanism one headed by the Minister of Foreign Affairs Granic would certainly trigger off inside the HDZ. Its result would probably determine whether the Balkans' border will be set on the Dragogna, as the Slovenes say, or on the Sava, as most of the Croats wish. 
 
 
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