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L'AGONIA
DELLA
DISTINZIONE
ha
 
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Alla fine dello scorso  anno Walter Pedullà, illustre letterato, professore ordinario dell'Università “La Sapienza” e presidente del Teatro Stabile di Roma - sempre inserito negli ultimi trent'anni nella nomenklatura del PSI e in questa veste anche ex presidente della RAI del dopo Manca (per citare solo ciò che mi viene in mente) - mi domanda uno scritto per la rivista trimestrale del Coni “il Podio”, di cui è “garante” stando alla gerenza.  
E' un intervento (“in piena libertà”, mi disse, naturalmente...) che non ha mai più pubblicato.  
Ve lo servo così come glielo ho inviato. Spero che, come in un racconto di Borges ma “politicissimo”, sia utile per qualche riflessione... 

"La verità è concreta"  sosteneva con fenomenale icasticità da falegname uno che predicava benissimo e razzolava assai meno bene, Bertold Brecht. Mi regolo su quello che oggi sarebbe pubblicitariamente un efficace slogan per parlare di “etica e sport”.  
Lo faccio riesumando  un documento annerito da oltre dodici  anni di buio “pubblicistico”, e poi proverò a chiosarlo. Seguitemi, senza allarmarvi perché viene citato il Coni, editore di queste pagine: niente paura, si parla dell'inverno '84-'85, preistoria pura... 

 Sostengono gli analisti sociali che in una società di massa la trasmutazione degli ideali in miti possa essere qualcosa di molto pericoloso.  
La nostra storia recente a base di anni di piombo ne sarebbe l'ultima dimostrazione.  
Vediamo se tale trasformazione non possa essere colta oggi in un altro, vistoso aspetto della società italiana. Partiamo da una notizia, uscita alla fine dell'anno testé concluso e degnata di attenzione e commento quasi nulli, forse perché mischiata ai consuntivi trionfali dell'anno d'oro dello sport italiano. 
La notizia è che il Coni ha presentato alla procura della Repubblica un esposto contro una delle sue federazioni, il baseball: le ipotesi di reato vanno dalle irregolarità amministrative al peculato, dall'abuso di atti di ufficio al falso in bilancio.  
Manca l'abigeato, e poi per uno studente di giurisprudenza sarebbe un “Bignami” prezioso.  
Tutto ciò perché nell'ultimo periodo la federbaseball avrebbe accumulato un deficit  accertato di 2 miliardi e 600 milioni. 
Nel  merito, la cosa che sembra aver più colpito della vicenda è che il Coni  “sia arrivato al punto  di denunciare una sua federazione”, con fermezza, celerità ecc., “per dare l'esempio”. Quasi a dire che anche in questo spiacevole frangente “lo sport ne sia uscito bene, offrendo l'ennesima testimonianza della propria pulizia morale ed efficienza”. L'ultima virgolettatura è di chi scrive, ed è in qualche modo la traduzione diacritica di un sentimento popolare, della fiducia in un'immagine: il vero sponsor dello sport in Italia sembra restare l'Etica. 
Poco da aggiungere sulla sostanza del pasticcio baseball: sì, il presidente uscente del Coni, Carraro, bene ha in fatto a denunciare la federazione “pecora nera” che è istituzionalmente sotto il controllo (ma quale?) dell'Ente, anche se fino all'ultimo ha cercato di lavare i panni sporchi in casa. Quando il fatto era ormai incontrollabile, ha preso il toro per le corna, attestando la propria condizione al di sopra di ogni sospetto. C'è naturalmente da domandarsi, per chiudere le perifrasi ovine e bovine, se i buoi non siano già scappati dalla stalla, e cioè se dopo il caso baseball non premano diversi altri casi. Qualora si fosse solo all'inizio e per la stessa famiglia di reati, bisognerebbe alzare il tiro del discorso specifico. 
Che è sostanzialmente questo: oggi c'è una federazione che può arrivare ad accumulare un deficit come quello citato in altri tempi incredibile, perché lo sport  italiano è uno dei pochi  settori del paese travolti dai miliardi.  
Se non sono ancora noccioline, forse un paio di cifre possono rendere l'idea: nel '79 il Totocalcio riversava sulla federazione delle federazioni, appunto il Coni, e sui suoi adepti circa 150 miliardi, Per l'85 se ne prevedono quasi 600. Nessun paese al mondo, in termini di finanziamenti “spiccioli”, è così generoso verso lo sport. 
I paesi cosiddetti civili, a Est come a Ovest, hanno tradizioni  e strutture molto più solide, e l'intervento dello Stato sia pure nelle forme peculiari delle diverse situazioni, nelle varie dosi di liberismo e dirigismo, si fa sentire.  
Da noi no: lo Stato prende dal Totocalcio, ma non fa, e  - a metà tra l'alibi e il ricatto giacché sono pur sempre le squadre di calcio  a far girare il volano della schedina - profonde tutti questi miliardi su un'organizzazione, il Comitato Olimpico Nazionale Italiano, istituzionalmente atta a “preparare le Olimpiadi”, ossia lo sport dei campioni che confluisce nello spettacolo sportivo per sua intrinseca necessità (accorcio i passaggi per brevità schematica).  
L'Italia in sostanza finanzia il proprio spettacolo sportivo ma “non riesce” a finanziare la propria  attività motoria (e di qui distinzione mai davvero chiarita tra prodotto e servizio, geremiadi sulla scuola ecc.). 
Nell'originale via italiana allo sport, cifre alla mano, c'è dunque una questione economica.  
Ma ce ne è anche una politica.  
La sempre grande e ultimamente, da un lustro a questa parte, addirittura straordinaria politicità dello sport è perspicua a chiunque voglia osservarla, compiendo la fatica di “vedere ciò che si ha sotto gli occhi”.  
Ma queste sono cose da sociologia dei circenses, materia pressoché sconosciuta da noi... 
La politicità cui mi riferisco qui è quella “solita”, quella partitica: l'eventuale passaggio del presidente del Coni alla presidenza di qualcosa di meno sportivo, sia la RAI o una banca, che altro sarebbe?  
E da quando le cariche di alto dirigente sportivo sono diventate assai appetite, come si può pensare per tali carriere a percorsi differenti da quelli seguiti da tutti gli altri Grand Commis in Italia?  
E l'atteso e imminente congresso nel Consiglio Nazionale del Coni dei rappresentati degli enti di promozione sportiva, cinghie di trasmissione dei partiti, come si può focalizzare altrimenti che in termini politici? 
Si può, si può: basta non farlo. Basta rimanere speculativamente (nei due sensi) alla considerazione di sport e spettacolo sportivo nell'abituale e indistinto calderone della “ricreazione principe” di questo paese.  
Non esiste questione economica, non esiste questione politica se non si vuole che esistano.  
E' troppo comodo evidentemente, per governo, partiti, dirigenti e mass media, che le cose stiano così, in un modo alla fine rassicurante.  
Ma... e la questione morale? 
E sì, forse il caso baseball da cui siamo partiti attiene a buon diritto a una questione morale, e a una questione morale elevata al quadrato. Se simile formulazione vale per la classe politica che per antonomasia ha con la morale “rapporti diversi”, pensate che cosa può significare una diffusa questione morale per un settore che è sponsorizzato essenzialmente dall'immagine dell'Etica, del “vinca il migliore”, della retorica della pulizia e dell'efficienza. 
Pensate che pastrocchio: che cosa succederebbe se il cittadino, il lettore, il telespettatore dovesse essere indotto a riflettere e a convenire che “lo sport è come tutto il  resto”, che è fittizia la sua - di lui come soggetto - partecipazione agli eventi sportivi, manipolati fuori dalle sue possibilità di controllo, che l'investimento etico di sé nello spettacolo sportivo è “irreale” e che gli resta solo quello “estetico”, dedicato  abitualmente ad altre forme di spettacolo, come il cinema, il teatro, la lirica o il rock? 
E' chiaramente, questo, “materiale sociale infiammabile”, con il fanciullino non si scherza.  
Se ne rendono conto i gestori dell'affare Sport? Sono all'altezza di gestirlo? Se, per raggiunti limiti di sopportabilità (economica, politica), l'ideale  ormai travestito da mito andasse in pezzi, il reato sarebbe sì di falso in bilancio, ma metaforico, su scala sociale.  
Vogliamo parlarne? 

Questo articolo, da me scritto nel gennaio del 1985, quindi ormai tredici anni fa, per “Repubblica”, quotidiano per il quale lavoravo, non fu mai pubblicato. Censura, e pazienza. Se ora, invece di incamminarmi sul sentiero culturalmente “raffinato” di etica e sport, per disquisire sui valori connaturati al gesto sportivo, l'eredità pindarica ecc., ho invece qui rievocato un caso e una riflessione, l'ho fatto con i seguenti obiettivi: 
1) storicizzare il tema, nel tempo e nello spazio, a metà degli anni '80 e in Italia. Questo metodo permette di fare confronti con l'oggi, ammiccare a Maradona e poi Ronaldo, miti d'oggi nella trasmutazione post-idealistica, ragionare su Schumacher e l'etica in Formula 1, ecc. 
2) Cogitare sul percorso di “normalizzazione” dello sport verso uno sviluppo sempre più macroscopico dal punto di vista industriale (e politico) e contemporaneamente una sorta di limbo etico, di sospensione dell'etica, di dimensione inetica negli anni successivi al mio scritto. 
3) Interrogarsi sul fatto che, a fine millennio, persino l'Economia e la Politica - rigorosamente maiuscole - sembrano ritirare  fuori dalla naftalina della psicologia individuale e collettiva la Morale, o la necessità di un poco di essa: rimarrà indietro proprio lo sport? Sarebbe un paradosso eclatante. 
4) Ancora oggi è difficile focalizzare tali questioni, profondamente culturali. O le si stacca da un contesto di fatti, cifre, organizzazione, persone o in definitiva Poteri, oppure le si ignora. All'epoca, Scalfari non pubblicò quello che avete letto. Tutt'altro che eversivo, mi pare.  
O mi sbaglio ancora una volta?  
 
 

 
 
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