Di
come
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essere valido dopo 13 anni e
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Alla fine dello scorso
anno Walter Pedullà, illustre letterato, professore ordinario dell'Università
“La Sapienza” e presidente del Teatro Stabile di Roma - sempre inserito
negli ultimi trent'anni nella nomenklatura del PSI e in questa veste anche
ex presidente della RAI del dopo Manca (per citare solo ciò che
mi viene in mente) - mi domanda uno scritto per la rivista trimestrale
del Coni “il Podio”, di cui è “garante” stando alla gerenza.
E' un intervento (“in piena
libertà”, mi disse, naturalmente...) che non ha mai più pubblicato.
Ve lo servo così
come glielo ho inviato. Spero che, come in un racconto di Borges ma “politicissimo”,
sia utile per qualche riflessione...
"La verità è
concreta" sosteneva con fenomenale icasticità da falegname
uno che predicava benissimo e razzolava assai meno bene, Bertold Brecht.
Mi regolo su quello che oggi sarebbe pubblicitariamente un efficace slogan
per parlare di “etica e sport”.
Lo faccio riesumando
un documento annerito da oltre dodici anni di buio “pubblicistico”,
e poi proverò a chiosarlo. Seguitemi, senza allarmarvi perché
viene citato il Coni, editore di queste pagine: niente paura, si parla
dell'inverno '84-'85, preistoria pura...
Sostengono gli analisti
sociali che in una società di massa la trasmutazione degli ideali
in miti possa essere qualcosa di molto pericoloso.
La nostra storia recente
a base di anni di piombo ne sarebbe l'ultima dimostrazione.
Vediamo se tale trasformazione
non possa essere colta oggi in un altro, vistoso aspetto della società
italiana. Partiamo da una notizia, uscita alla fine dell'anno testé
concluso e degnata di attenzione e commento quasi nulli, forse perché
mischiata ai consuntivi trionfali dell'anno d'oro dello sport italiano.
La notizia è che
il Coni ha presentato alla procura della Repubblica un esposto contro una
delle sue federazioni, il baseball: le ipotesi di reato vanno dalle irregolarità
amministrative al peculato, dall'abuso di atti di ufficio al falso in bilancio.
Manca l'abigeato, e poi
per uno studente di giurisprudenza sarebbe un “Bignami” prezioso.
Tutto ciò perché
nell'ultimo periodo la federbaseball avrebbe accumulato un deficit
accertato di 2 miliardi e 600 milioni.
Nel merito, la cosa
che sembra aver più colpito della vicenda è che il Coni
“sia arrivato al punto di denunciare una sua federazione”, con fermezza,
celerità ecc., “per dare l'esempio”. Quasi a dire che anche in questo
spiacevole frangente “lo sport ne sia uscito bene, offrendo l'ennesima
testimonianza della propria pulizia morale ed efficienza”. L'ultima virgolettatura
è di chi scrive, ed è in qualche modo la traduzione diacritica
di un sentimento popolare, della fiducia in un'immagine: il vero sponsor
dello sport in Italia sembra restare l'Etica.
Poco da aggiungere sulla
sostanza del pasticcio baseball: sì, il presidente uscente del Coni,
Carraro, bene ha in fatto a denunciare la federazione “pecora nera” che
è istituzionalmente sotto il controllo (ma quale?) dell'Ente, anche
se fino all'ultimo ha cercato di lavare i panni sporchi in casa. Quando
il fatto era ormai incontrollabile, ha preso il toro per le corna, attestando
la propria condizione al di sopra di ogni sospetto. C'è naturalmente
da domandarsi, per chiudere le perifrasi ovine e bovine, se i buoi non
siano già scappati dalla stalla, e cioè se dopo il caso baseball
non premano diversi altri casi. Qualora si fosse solo all'inizio e per
la stessa famiglia di reati, bisognerebbe alzare il tiro del discorso specifico.
Che è sostanzialmente
questo: oggi c'è una federazione che può arrivare ad accumulare
un deficit come quello citato in altri tempi incredibile, perché
lo sport italiano è uno dei pochi settori del paese
travolti dai miliardi.
Se non sono ancora noccioline,
forse un paio di cifre possono rendere l'idea: nel '79 il Totocalcio riversava
sulla federazione delle federazioni, appunto il Coni, e sui suoi adepti
circa 150 miliardi, Per l'85 se ne prevedono quasi 600. Nessun paese al
mondo, in termini di finanziamenti “spiccioli”, è così generoso
verso lo sport.
I paesi cosiddetti civili,
a Est come a Ovest, hanno tradizioni e strutture molto più
solide, e l'intervento dello Stato sia pure nelle forme peculiari delle
diverse situazioni, nelle varie dosi di liberismo e dirigismo, si fa sentire.
Da noi no: lo Stato prende
dal Totocalcio, ma non fa, e - a metà tra l'alibi e il ricatto
giacché sono pur sempre le squadre di calcio a far girare
il volano della schedina - profonde tutti questi miliardi su un'organizzazione,
il Comitato Olimpico Nazionale Italiano, istituzionalmente atta a “preparare
le Olimpiadi”, ossia lo sport dei campioni che confluisce nello spettacolo
sportivo per sua intrinseca necessità (accorcio i passaggi per brevità
schematica).
L'Italia in sostanza finanzia
il proprio spettacolo sportivo ma “non riesce” a finanziare la propria
attività motoria (e di qui distinzione mai davvero chiarita tra
prodotto e servizio, geremiadi sulla scuola ecc.).
Nell'originale via italiana
allo sport, cifre alla mano, c'è dunque una questione economica.
Ma ce ne è anche
una politica.
La sempre grande e ultimamente,
da un lustro a questa parte, addirittura straordinaria politicità
dello sport è perspicua a chiunque voglia osservarla, compiendo
la fatica di “vedere ciò che si ha sotto gli occhi”.
Ma queste sono cose da sociologia
dei circenses, materia pressoché sconosciuta da noi...
La politicità cui
mi riferisco qui è quella “solita”, quella partitica: l'eventuale
passaggio del presidente del Coni alla presidenza di qualcosa di meno sportivo,
sia la RAI o una banca, che altro sarebbe?
E da quando le cariche di
alto dirigente sportivo sono diventate assai appetite, come si può
pensare per tali carriere a percorsi differenti da quelli seguiti da tutti
gli altri Grand Commis in Italia?
E l'atteso e imminente congresso
nel Consiglio Nazionale del Coni dei rappresentati degli enti di promozione
sportiva, cinghie di trasmissione dei partiti, come si può focalizzare
altrimenti che in termini politici?
Si può, si può:
basta non farlo. Basta rimanere speculativamente (nei due sensi) alla considerazione
di sport e spettacolo sportivo nell'abituale e indistinto calderone della
“ricreazione principe” di questo paese.
Non esiste questione economica,
non esiste questione politica se non si vuole che esistano.
E' troppo comodo evidentemente,
per governo, partiti, dirigenti e mass media, che le cose stiano così,
in un modo alla fine rassicurante.
Ma... e la questione morale?
E sì, forse il caso
baseball da cui siamo partiti attiene a buon diritto a una questione morale,
e a una questione morale elevata al quadrato. Se simile formulazione vale
per la classe politica che per antonomasia ha con la morale “rapporti diversi”,
pensate che cosa può significare una diffusa questione morale per
un settore che è sponsorizzato essenzialmente dall'immagine dell'Etica,
del “vinca il migliore”, della retorica della pulizia e dell'efficienza.
Pensate che pastrocchio:
che cosa succederebbe se il cittadino, il lettore, il telespettatore dovesse
essere indotto a riflettere e a convenire che “lo sport è come tutto
il resto”, che è fittizia la sua - di lui come soggetto -
partecipazione agli eventi sportivi, manipolati fuori dalle sue possibilità
di controllo, che l'investimento etico di sé nello spettacolo sportivo
è “irreale” e che gli resta solo quello “estetico”, dedicato
abitualmente ad altre forme di spettacolo, come il cinema, il teatro, la
lirica o il rock?
E' chiaramente, questo,
“materiale sociale infiammabile”, con il fanciullino non si scherza.
Se ne rendono conto i gestori
dell'affare Sport? Sono all'altezza di gestirlo? Se, per raggiunti limiti
di sopportabilità (economica, politica), l'ideale ormai travestito
da mito andasse in pezzi, il reato sarebbe sì di falso in bilancio,
ma metaforico, su scala sociale.
Vogliamo parlarne?
Questo articolo, da me scritto
nel gennaio del 1985, quindi ormai tredici anni fa, per “Repubblica”, quotidiano
per il quale lavoravo, non fu mai pubblicato. Censura, e pazienza. Se ora,
invece di incamminarmi sul sentiero culturalmente “raffinato” di etica
e sport, per disquisire sui valori connaturati al gesto sportivo, l'eredità
pindarica ecc., ho invece qui rievocato un caso e una riflessione, l'ho
fatto con i seguenti obiettivi:
1) storicizzare il tema,
nel tempo e nello spazio, a metà degli anni '80 e in Italia. Questo
metodo permette di fare confronti con l'oggi, ammiccare a Maradona e poi
Ronaldo, miti d'oggi nella trasmutazione post-idealistica, ragionare su
Schumacher e l'etica in Formula 1, ecc.
2) Cogitare sul percorso
di “normalizzazione” dello sport verso uno sviluppo sempre più macroscopico
dal punto di vista industriale (e politico) e contemporaneamente una sorta
di limbo etico, di sospensione dell'etica, di dimensione inetica negli
anni successivi al mio scritto.
3) Interrogarsi sul fatto
che, a fine millennio, persino l'Economia e la Politica - rigorosamente
maiuscole - sembrano ritirare fuori dalla naftalina della psicologia
individuale e collettiva la Morale, o la necessità di un poco di
essa: rimarrà indietro proprio lo sport? Sarebbe un paradosso eclatante.
4) Ancora oggi è
difficile focalizzare tali questioni, profondamente culturali. O le si
stacca da un contesto di fatti, cifre, organizzazione, persone o in definitiva
Poteri, oppure le si ignora. All'epoca, Scalfari non pubblicò quello
che avete letto. Tutt'altro che eversivo, mi pare.
O mi sbaglio ancora una
volta?

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