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ALL PROBLEMS OF EURO

Livio Caputo
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La moneta unica  
porterà all'Italia  
 grandi vantaggi,   
ma il governo   
ha perduto   
buona parte   
della sua autonomia
The single currency   
will bring Italy big advantages, but the government lost a   
great deal of its   
autonomy   
 
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   English
 
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L'Euro è alle porte, ma i cittadini europei non hanno ancora imparato ad amarlo. A parte l'Italia, dove il 76% degli elettori si dice favorevole alla moneta unica (forse perché si è resa conto che il vincolo esterno è essenziale per mantenere bassi i tassi d'interesse e salvare così i conti pubblici), in tutti gli altri Paesi dell'Unione i fautori dell'UEM sono o in maggioranza assai risicata o addirittura in minoranza.   
Moltissimi europei, cioè, sembrano condividere il parere del governatore della Banca d'Italia Fazio, che recentemente ha paragonato l'Euro al purgatorio.   
Questo scetticismo è particolarmente accentuato nei Paesi a moneta forte - come Germania, Olanda e Austria - dove prevale il timore di dovere scontare sempre possibili follie dei governi-cicala e di doversi far carico  dei debiti degli altri, ma è diffuso anche in quelli che hanno fatto carte false per aderire alla moneta unica e dovrebbero riceverne più benefici che danni.  
La paura di tedeschi e olandesi è basata su un misto di orgoglio per la solidità delle proprie valute, da sempre esempio di "virtù monetaria", e di diffidenza per le monete dei vicini, particolarmente del Sud, che nel corso degli anni hanno svalutato cinque, sei, dieci volte.   
Un collega tedesco che frequentavo alla fine degli anni Cinquanta, quando ero un giovanissimo corrispondente da Bonn, mi ha recentemente scritto per ricordarmi che, in quell'epoca, un marco valeva 143 lire e oggi ne vale 990. "Come possiamo essere certi che un Paese che ha sempre utilizzato le svalutazioni competitive per rimediare alla sua finanza allegra abbia messo definitivamente la testa a posto?   
Come possiamo fidarci di un Paese che per tre lustri si è indebitato allegramente per finanziare la spesa corrente, raggiungendo un rapporto tra debito e prodotto interno lordo da tempo di guerra, e da un giorno all'altro, come folgorato sulla via di Damasco, scopre le virtù che noi pratichiamo da 40 anni?   
Chi ci garantisce che, una volta entrata nell'Euro, l'Italia non ritorni alle perverse pratiche di prima, magari sotto un governo politicamente diverso da quello che ha preso l'impegno del risanamento?   
Sappiamo che c'è il patto di stabilità, che ci sarà la solenne dichiarazione in sei punti dei capi di Stato e di governo, che la situazione verrà assiduamente monitorata dalla Commissione, dalla nuova Banca centrale europea e dai cosiddetti mastini del rigore: ma, con la pressione che si va accumulando nel vostro Mezzogiorno, la situazione potrebbe facilmente sfuggire di mano; e noi, che ci siamo già dovuti prendere carico della riunificazione tedesca, non abbiamo nessuna intenzione di pagare anche per la follie dei Paesi Associati".  
Si tratta, come si vede, di una paura radicata e quasi ancestrale, dovuta in parte al diverso percorso seguito dai vari Paesi per arrivare al traguardo di Maastricht, in parte anche a una congenita differenza di mentalità tra Nord e Sud che ci vorrà ancora molto tempo per superare.  
Se queste sono le paure che vengono, per così dire, da destra, ce ne sono di assai radicate anche dalla parte opposta.   
La paura dell'Euro, per esempio, ha sicuramente influenzato la svolta a sinistra che - con la sola eccezione della Spagna - ha caratterizzato negli ultimi die anni l'Europa dei quindici e che potrebbe portare, in autunno, addirittura alla "defenestrazione" del cancelliere Kohl.   
E' vero che, in questa fase, i margini di manovra dei governi nazionali sono molto ristretti dalle scadenze di Maastricht e che, al di là di qualche giro di valzer come quello delle 35 ore che Italia e Francia vogliono introdurre per legge, non si percepisce una differenza sostanziale tra le politiche economiche dei governi di destra e di sinistra.  
E' anche vero che alcuni principi che negli anni Ottanta erano stati patrimonio esclusivo della Destra, come le privatizzazioni e il ridimensionamento dello Stato sociale, sono ormai stati accettati anche dalla Sinistra.   
Ma, nell'immaginario collettivo, i partiti cosiddetti progressisti rimangono più sensibili ai problemi della povertà e della disoccupazione, più disponibili a tutelare le famose "conquiste" dell'ultimo ventennio, meno supine alla politica dei banchieri centrali.   
Ecco perché è legittimo definire le recenti elezioni in Francia o nei Laender tedeschi "voti difensivi", contro i pericoli che molti si ostinano a vedere nella globalizzazione, nella liberalizzazione del mercato del lavoro, nella progressiva riduzione dell'assistenza sociale, insomma in tutti i concetti in qualche modo legati alla moneta unica.   
Specie tra i pensionati e i lavoratori dipendenti, molti temono che, una volta entrati in vigore il Trattato di Maastricht e il relativo patto di stabilità, gli europei saranno chiamati a fare nuovi sacrifici in nome del Dio-Euro e progressivamente privati di quella condizione privilegiata che si sono costruita nell'ultimo quarto di secolo, ma che è difficilmente sostenibile nel tempo, ora che una qualsiasi azienda è libera di trasferire i suoi impianti in Tunisia o a Singapore.  
L'uomo della strada, che sia a Palermo o a Monaco di Baviera, ha ragione quando pensa che l'Euro non ci costringerà solo a cambiare i conti della spesa, ma rivoluzionerà progressivamente il nostro modo di vita.   
La prima novità, che forse non tutti hanno ancora assorbito,  è la perdita di sovranità da parte dei singoli Stati, a favore di un'entità sovranazionale ma priva di qualsiasi carattere rappresentativo, come la nuova Banca centrale europea.   
L'Italia (e, naturalmente, gli altri dieci soci dell'UEM) perderà non solo il governo della moneta, ma anche quello della sua politica economica e finanziaria. Avendo la stessa moneta, tutti dovranno fare la stessa politica, a pena di sfasamenti che potrebbero risultare fatali all'intero progetto. E a chi non righerà dritto, l'inesorabile "patto di stabilità" voluto dalla Germania imporrà multe  così severe, da scoraggiare a priori qualsiasi volontà di ribellione.  
Qualche esempio? Finora (o almeno, fino a due anni fa, quando il "serpente monetario" è diventato rigido per tutti), chi aveva accumulato costi del lavoro troppo alti e non ce la faceva più a competere sui mercati internazionali, o chi doveva riequilibrare la sua bilancia dei pagamenti, o chi aveva la necessità di ridurre artificiosamente il proprio debito interno, svalutava la propria moneta.   
E' un'arma cui hanno fatti ricorso quasi tutti, ultima la Grecia che ha svalutato la dracma del 14% prima di entrare nel "serpente" all'inizio di marzo.  
D'ora in avanti, invece, il solo strumento utilizzabile sarà la flessibilità, con la "F" maiuscola: flessibilità del mercato del lavoro, flessibilità degli orari, perfino flessibilità degli stipendi, come si comincia finalmente a capire anche in Italia quando si parla di piani di sviluppo del Mezzogiorno.   
Per questo, la decisione di introdurre l'orario di lavoro ridotto per legge, e in particolare le 35 ore settimanali pagate per 40 (con un aumento quasi automatico del costo del lavoro del 12-15%), ha suscitato una reazione così violenta, inducendo un economista di sinistra come il Nobel Franco Modigliani a sentenziare addirittura che essa è incompatibile con la nostra permanenza nella UEM.   
Se questo sia esatto, potremo vederlo soltanto quando la legge sarà entrata in vigore, ma è inconfutabile che la moneta unica ha ridotto al minimo i margini di manovra anche delle parti sociali.   
Una sciocchezza come "il salario variabile indipendente dal costo del lavoro", che fu una delle cause del nostro dissesto negli anni Settanta, sarebbe oggi addirittura inconcepibile. Ma anche le resistenze sindacali ai contratti a termine, al part-time, al lavoro interinale, insomma a tutto ciò che serve a eludere la regola del posto fisso e aiuta la competitività delle imprese, finiranno con il cadere di fronte alla necessità di rimanere al passo con gli altri.  
Ancora più legate, peraltro, saranno le mani dei governi, e in particolare di quello italiano, posto brutalmente di fronte alle sue responsabilità dall'ammissione condizionata a Maastricht.   
Nel dare, un po' obtorto collo, luce verde all'Italia, sia la Commissione europea, sia l'Istituto monetario europeo, sia e soprattutto le Banche centrali di Germania e Olanda, hanno messo impietosamente il dito su tutte le nostre piaghe e ci hanno virtualmente dettato le grandi direttrici delle leggi finanziarie dei prossimo dieci anni.   
Dovremo sostituire i provvedimenti una tantum che ci hanno permesso di passare sotto le forche caudine degli esami di ammissione con provvedimenti strutturali di riduzione di spesa, cioè con un nuovo intervento sulle pensioni.   
Dovremo passare gradualmente da un deficit del 3% del PIL a un bilancio in pareggio, sia per soddisfare i nuovi canoni della virtù finanziaria imposti dall'Europa, sia per fare rientrare un debito che i nostri partner giudicano - giustamente - eccessivo (è non solo il doppio di quello consentito da Maastricht, 121% del PIL invece di 60, ma rappresenta addirittura il 27% del totale del debito europeo).   
Dovremo operare in modo da evitare nuove spinte inflazionistiche anche quando, come del resto tutti auspicano, l'economia riprenderà a tirare e ci saranno da sconfiggere vizi atavici della nostra società: "L'effetto disciplina che ha operato fin qui è importante" ha scritto Giacomo Vaciago sul "Sole 24 Ore" "ma non basta a garantirci la permanenza in Europa. Occorre che diventi virtù, cioè sia condiviso dagli italiani nei prossimi anni, e anche oltre l'attuale maggioranza, il valore primario della stabilità  monetaria e dell'equilibrio finanziario".  
Il fardello maggiore che gli italiani dovranno portare nel prossimo decennio è quello della riduzione del debito, cioè del risanamento degli sperperi compiuti negli ultimi dieci anni della Prima Repubblica. Per ottenere l'ammissione all'Euro con il primo gruppo, il governo ha dovuto presentare un piano di rientro pluriennale, così protratto negli anni da sconfinare nella profezia.   
Al di là di un impegno a scendere comunque sotto il 100% del PIL in sei anni (cioè con un abbattimento del 3% annuo, circa 60.000 miliardi), il Tesoro ha presentato ai partner europei due scenari per il rientro nei parametri: il primo, più ottimista, prevede una crescita nominale del PIL del 4,5%, un avanzo primario del 5,5% e un costo medio del debito pubblico del 5%; il secondo, più pessimista, prevede invece una crescita del 3,5, un avanzo primario del 5,5, un costo del debito del 6. Ebbene, con il primo che richiederà il concorso di molte circostanze favorevoli, l'Italia andrà a regime nel 2009, con il secondo solo nel 2015.   
Ciò significa che, per tutto questo periodo, sarà per noi impossibile ricorrere a quel deficit spending che John Meynard Keynes aveva addirittura codificato e cui, prima dell'UEM, molti governi solevano fare ricorso ogni qualvolta volevano rilanciare l'economia.   
In particolare, saranno pressoché impossibili quei grandi stanziamenti pubblici che le sinistre hanno sempre chiesto contro la disoccupazione, contro l'ingiustizia sociale, per lo sviluppo del Mezzogiorno: con le prevedibili ripercussioni interne alla maggioranza di governo.  
La chiave, in questo ragionamento, sta nel cosiddetto avanzo primario, cioè nella differenza tra entrate e spese al netto degli interessi.   
Nel 1997, al culmine del nostro sforzo per rientrare nei parametri di Maastricht, esso ha toccato addirittura i 130 mila miliardi, pari al 6,8% del PIL, ma dovrebbe rimanere intorno ai 110 miliardi per diversi anni prima di potere essere ridotto di  pari passo con il "servizio" del debito. Esso dovrebbe, cioè, rimanere il più elevato di tutta l'UEM almeno per i prossimo dieci anni, sottraendo risorse  sia agli investimenti strutturali, sia al processo di riduzione della pressione fiscale.  
L'unico strumento che abbiamo a disposizione per allentare un po' la stretta di questo cappio è un ricorso, molto più massiccio e soprattutto più celere, alle privatizzazioni.   
A essere messe sul mercato non dovrebbero essere solo le azioni dell'ENI, o dell'ENEL o della Banca Nazionale del Lavoro, ma tutto l'immenso, e in genere sottoutilizzato, patrimonio immobiliare dello Stato.   
Anche con una valutazione prudente, ma comprendendo tutto - dal demanio militare alle proprietà delle ferrovie, dai palazzi pubblici alle isole - si potrebbe arrivare a 4-500 miliardi, cioè a un quinto circa del totale del debito.   
Con il ricorso a strumenti finanziari adeguati, queste privatizzazioni potrebbero portare il loro beneficio - abbattimento del debito e quindi degli interessi - in tempi abbastanza brevi, con l'ulteriore  vantaggio di assorbire una parte della liquidità che il popolo dei BOT rovescia oggi sulla Borsa.   
Ma per realizzare un'operazione del genere, che ha un precedente parziale solo nella Gran Bretagna della signora Thatcher (oltre che in alcuni Paesi dell'America latina, come l'Argentina), ci vorrebbe una fortissima e fermissima volontà politica, che sembra fuori della portata di una maggioranza che ha ancora una componente comunista.  
Ce la farà dunque il nostro Paese a conciliare le esigenze dello sviluppo, particolarmente forti nel momento in cui si accentua ulteriormente la competizione internazionale, con quelle del risanamento definitivo dei conti pubblici?   
I molti elementi che devono concorrere al successo, ma che non sono interamente sotto il nostro controllo - tassi di interesse bassi, nessuna crisi internazionale, andamento dell'economia mondiale abbastanza buono per trainare il nostro export - saranno presenti per tutta la durata del piano di rientro?   
Sono questi gli interrogativi che inquietano i nostri partner "virtuosi", e che anche noi dobbiamo tenere sempre presenti.   
Oggi, infatti, i vantaggi dell'Euro per l'Italia sono evidenti e il sostegno che la politica dei sacrifici ha ottenuto è stato quasi unanime. Ma questi umori potrebbero cambiare, perché è chiaro che l'UEM durerà nel tempo solo se contribuirà ad elevare il benessere dei suoi abitanti, favorendo la crescita del reddito e dell'occupazione in un contesto di coesione sociale.   
Se ciò non avvenisse - e  il discorso non vale soltanto per l'Italia - ci sarebbe ben presto una reazione, magari demagogica e strumentale, ma proprio per questo ancora più pericolosa per la stabilità della nuova costruzione.   
Non dobbiamo dimenticare, infatti, che l'UEM, anche se rappresenta un passo importante verso l'unificazione del continente, resta per ora uno strumento senza una guida democratica, e perciò molto esposto ai venti della contestazione.   
Una contestazione che potrebbe arrivare, seguendo lo schema esposto all'inizio, sia da destra (se l'Euro si rivelasse una moneta più debole e ballerina di quelle che si appresta a sostituire), sia da sinistra (se, per l'eccessiva severità con cui viene gestita, la moneta unica frenasse la crescita e costringesse gli europei a una modifica delle proprie abitudini di vita cui non sono disponibili). Al momento, non ci resta che incrociare le dita, rinviando a un'altra occasione l'esame delle innumerevoli novità che l'Euro porterà nella vita quotidiana di noi tutti.  
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