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Carlo Franza
 
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Il recente invito alla Biennale di Cremona con tre grandi opere insieme a Emilio Tadini e Valerio Adami (tutti accomunati dalla stessa vena narrativa), la recente mostra al Museo Tencalla di Bissone-Lugano e una grande antologica al Museo delle Belle Arti di Montreal, hanno dato conferma al vivace interesse che il collezionismo, italiano e straniero, ha manifestato intorno all'opera di Marisa Settembrini, una delle giovani artiste italiane più significative e più coraggiose, oltreché nuove per via di quelle scelte di poetica e di ricerca estetica manifestata in tempi a noi vicini.  
Era partita sul finire degli anni Settanta con un tratto di pittura espressionista che innervava nelle tele il mondo e i colori del Sud, mai tralasciando l'immagine di un volto, di un profilo, di un ritratto salvato nei ricordi e nella memoria, o anche inserito in un paesaggio i cui toni avevano il mistero dell'attesa. 
Già allora questa giovane pittrice si rivelava come votata alla ricerca del nuovo, e di sicuro talento, e fra i ritrattisti italiani poteva vantare una classifica ai primi posti. Tant'è che lo stesso Comune di Milano ospitava una mostra di “ritratti milanesi” nel Museo di Via Sant'Andrea. 
Ma non c'era soltanto un fenomeno di segno e disegno, quanto una forza psicologica, una trepida emozione, un colore altalenante. Il grande rispetto della classicità, e soprattutto la volontà di rientrare in quella nicchia di pittura, come ritorno alla pittura dipinta, che legasse il nuovo all'antico, il presente come ricerca, e la tradizione, poneva alla fine degli anni Ottanta la Settembrini nella condizione di aprire quella fase nuova della “citazione” così bene individuata da Roberto Sanesi e Domenico Montalto. 
Quella breve fase di paesaggio informale, di tela o supporto carico di colore magmatico, si aprivano in quel lacerto collage che l'artista inseriva, ed era poi un'immagine sacra e profana, un'immagine di corpo e di viso, di sguardo e posizione, ad essere quasi strappata dal contesto originale, per essere qui inserita a significare un diverso sistema estetico. 
Un collage, un'immagine strappata, un decollage che non rammenta la posizione di Rotella o di altro nomi della pittura italiana e straniera, ma una finestra antica nel presente, un calco di sottile lirismo, una quotata cultura che innesta l'apparato visivo fra nubi di colori, segni e tracce visibili. 
Era dunque, e lo è oggi, ancora, questa ricerca pittorica della Settembrini una sottile e inventiva campionatura, che ha abbandonato solo apparentemente l'immagine dipinta e ritratta, per ristabilire quel “chiasmage” che già Kolar e prima di lui i poeti visivi e gli stessi futuristi e dada berlinesi, usarono. 
Ma l'incantevole nuvola di colore e materia che circonda queste icone del Duemila, frammentata a segni, a segmenti e in quest'ultimo periodo a un mondo geometrico di quadrati, triangoli e lunette, mette ancora una volta in luce l'anima sottile e misteriosa che sovrasta ogni cosa, ne assegna il profilo, ne ristabilisce l'aura. 
 
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