Gianfranco Malafarina
 
 
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Il più grande saltimbanco dell'arte di tutti i tempi. In fondo Picasso è stato proprio questo: una maschera, un guitto, un coboldo della pittura beffardo e inafferrabile, onnivoro e rapace. Tutti i maestri del Novecento prima o poi hanno trovato una loro sigla personale, la cifra stilistica e concettuale in cui racchiudere la loro vicenda artistica e umana. Lui no.  
Inquieto e caparbio, si è sempre rimesso in discussione, pescan- do a piene mani nella realtà, nel paesaggio, nella donna, nella storia, nel mito, nel lento, travagliato processo creativo dei compagni d'avventura, stimoli sempre nuovi e nuove, inedite soluzioni ai problemi della forma e della visione. Per questo Picasso non è un pittore ma un intero universo presente in tutti grandi musei del pianeta e sempre prodigo di scoperte e di nuove rivelazioni.  
Se pensiamo che le trecento opere presenti in questi giorni a Palazzo Grassi sono state assicurate per 1.200 miliardi di lire, possiamo immaginare quale possa essere, oggi, il valore commerciale di tutta la sua opera. Mercificazione dell'arte? Certamente. Ma forse solo così è possibile afferrare la dimensione mitica, assolutamente inarrivabile, di questo personaggio che ha attraversato come una meteora questo nostro secolo al tramonto arricchendolo di icone indimenticabili e della sua inesauribile vitalità.  
Del resto, bastano sette anni della sua attività per dare vita, qui a Venezia, a un mondo esuberante e pagano, traboccante di felicità creativa e di geniali metafore visive. Tra queste, le più intriganti sono senza dubbio quelle legate alla Commedia dell'Arte e al mondo circense dei clown e dei saltimbanchi. Picasso ha visto certamente in tutto questo una metafora della condizione umana e più precisamente della condizione dell'artista nella società. Così i suoi personaggi non sono ripresi nel momento in cui danno sfogo al loro talento, ma sempre nei loro alloggiamenti di fortuna o in mezzo a una strada, oppressi dalle necessità quotidiane che incombono su di loro come su chiunque altro. Quasi a sottolineare l'assurdità della loro situazione, la figura che spesso appare in atto di nutrirsi, di lavarsi, di cullare un bambino, porta il costume anacronistico di un giullare medievale con un berretto a sonagli, mentre in seguito verrà sostituito dalla maschera di Arlecchino in cui, a volte, si identificherà lui stesso o rivestirà il figlio Paul.  
Travestimento vitale e catartico in cui Picasso sperimenta il potere liberatorio della maschera e del trucco rispetto alle proprie inibizioni. Sono anni fecondi e creativi per l'artista, che in Italia vive un'intensa passione per la russa Olga Koklova, una ballerina classica dalla bellezza solenne e statuaria. Ben presto, le tragedie europee degli anni trenta, dalla guerra civile spagnola all'avvento del nazismo, cancelleranno a poco a poco l'immagine di Arlecchino per sostituirla con la mostruosa apparizione del Minotauro di Guernica.  
 

Gianfranco Malafarina

 
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Pablo Picasso - Arlecchino (1923) - Olio su tela - 130 x 97 cm 
Parigi, Musée National d'Art Moderne  
Centre Georges Pompidou
 
Pablo Picasso - Maternità (1921) - Olio su tela - 94,8 x 92,7 cm 
Collezione privata, Courtesy Jan Krugier Gallery, New York.
 
 
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