Quando,
nel 1963, furono tirati fuori i resti di Hamabour Mohammed Haj Saleh dalla
fossa comune di Suleimaniya dove giaceva con altri curdi giustiziati dall'esercito
iracheno, uno dei genitori era presente all'esumazione.
Disse a chi, con una piccola
Kodac, si affannava a documentare il massacro avvenuto: “Non ho immagini
mie con lui, perciò, per favore, ci riprenda insieme”. La foto mostra
un vecchio, sull'attenti, un lungo barracano, lo sguardo fisso. Su una
barella di fortuna giace il corpo putrefatto del figlio, la testa all'altezza
dei piedi paterni...
Nel 1992 la bella Yildiz
Alpdogan, studentessa, aveva 21 anni. Le autorità turche l'arrestarono
per complicità con la guerriglia curda. In tribunale, quel mattino
di luglio in cui fu condannata a 12 anni e sei mesi, indossava una camicetta
candida e una gonna blu a pois bianchi. Dietro di lei c'erano quattro militari
in tuta mimetica e mitragliatore ma sembravano dei poveracci rispetto alla
determinazione del suo volto, alla fierezza del portamento. Un fotografo
del “National Geographic” la riprese così. Quando uscì, la
rivista fu sequestrata e la foto vietata.
Bella e fiera era anche
il deputato turco Leyla Zana, allorché, nel dicembre del 1994, pronunciò
in tribunale la sua arringa difensiva. In tailleur grigio, foulard al collo,
i capelli lunghi e mossi sulle spalle, parla in un'aula gremita, una fila
di poliziotti alle spalle. “Respingo le accuse della Corte. Le nostre idee
sono riconosciute da tutti. Combattiamo nel rispetto della democrazia,
per i diritti umani e la fratellanza dei popoli. Continueremo a farlo fino
alla fine della nostra vita”. Quindici anni di carcere, è la risposta:
complicità con il disciolto e fuori legge Partito curdo dei lavoratori.
In galera riceverà il premio Sacharov.
Sessant'anni prima Hasan
Hayri, indossando il costume nazionale curdo, era entrato alla Camera di
Ankara. Lo aveva convinto Kemal Ataturk, il capo del governo. A Losanna
le potenze europee chiedevano garanzie per la minoranza curda in Turchia.
“Il popolo curdo e quello turco hanno deciso di vivere insieme”, disse
Hayri, in curdo, di fronte a tutti i deputati e in tal senso scrisse ufficialmente
ai delegati del Vecchio continente. Il documento fu letto e l'accordo con
la Turchia siglato. Dopo la firma, Hayri fu processato da un tribunale
speciale: “Sei un separatista, vuoi secedere dalla Turchia e fare un Kurdistan
indipendente”. “No, no, sapete bene chi sono. Sono Hasan Hayri, ho tenuto
un discorso in Parlamento, ho scritto a Losanna: come potete dire che sono
un secessionista?”. Gli risposero: “Quello che è certo è
che un giorno, vestito da curdo, ti sei presentato al parlamento turco.
Perciò sei un secessionista”. Condannato a morte, gli chiesero quale
fosse il suo ultimo desiderio: “Essere seppellito in un luogo dove i curdi
possano passeggiare e sputarmi addosso per il mio tradimento”. Una foto-ritratto,
su uno sfondo liberty di marmi e fiori, ce lo presenta in pieno fulgore,
frustino in mano, stivali, pantaloni con lo sbuffo, fusciacca, nastrino
con le decorazioni, il colletto della camicia di velluto. Ha l'aria di
uno che crede nel prossimo.
Queste immagini, queste
storie non sono che alcune delle innumerevoli raccolte nello straordinario
“Kurdistan. In the Shadow of History” (Random House) di Susan Meiselas.
Fotografa dall'agenzia Magnum, Susan arrivò la prima volta nel Kurdistan
nel 1991, al tempo in cui Saddam Hussein aveva lanciato la campagna Anfal
con l'intento dichiarato di liquidarli tutti e chiudere così una
partita che durava ormai da mezzo secolo. Veniva dal Centroamerica, ai
massacri era abituata. Eppure: “Non avevo mai visto una così completa
e sistematica opera di distruzione...”. Fotografando i morti, l'annientamento,
cominciò a interrogarsi sui vivi, su ciò che erano stati.
In un piccolo negozio di ottica a Paveh, in Iran, recupera vecchie stampe
di matrimoni e battesimi, insieme con cruente immagini di esecuzioni. Viaggi
successivi in Turchia, a Dyarbakir, la mettono in contatto con famiglie,
album fotografici, ricordi orali, documenti. Comincia a collezionare, classificare,
commentare. Uno studente curdo di New York le dà l'indirizzo del
figlio di un fotografo curdo di Arbil, in Iraq. Nel suo studio sono passati,
fra le due guerre mondiali, la gioia e il dolore di un popolo: feste, funerali,
anniversari, comizi, leader politici e religiosi, gente comune... In un
appartamentino preso in affitto, Susan rifotografa tutto: da piccole scatole
color arancio, fino ad allora sotterrate in un luogo sicuro, torna alla
vita il passato.
La
voce si sparge, e nello studio newyorkese della donna cominciano a giungere
pacchi sigillati. Arrivano i documenti degli europei e degli americani
che visitarono il Kurdistan: esploratori, missionari, giornalisti... Contengono
lettere, diari, taccuini. Da Baku, in Azerbaijan, fanno fortunosamente
rotta per gli States dichiarazioni, atti ufficiali, vicende pubbliche e
private... Con l'aiuto di Martin van Bruinessen, un antropologo olandese
che insegna la storia e la lingua curda alle università di Utrecht
e di Berlino, Susan comincia a dare un senso compiuto al gigantesco materiale
raccolto. E' un lavoro durato sei anni, ma il risultato, 400 pagine di
grande formato, centinaia di foto e di interviste, una documentazione sterminata,
è superiore a qualsiasi aspettativa. Per la prima volta, la storia
del più grande popolo senza uno Stato si dispiega così completa
sotto i nostri occhi.
Narra l'emiro Sharafuddin
che, dopo la morte del grande re persiano Jamshid, il tiranno Zahahak ne
prese il posto. La sua crudeltà non era solo d'animo: due serpenti
gli nascevano dalle spalle e lo facevano soffrire. Per placarli, quotidianamente
occorreva dal loro da mangiare cervella fresche umane. Così, ogni
giorno, due giovani venivano sacrificati alle bisogna. Il boia incaricato,
però, aveva un cuore e così, dopo un po', cominciò
a ucciderne uno solo, a rimpiazzare con cervella di pecora quella umana
mancante e a spedire il superstite sulle montagne più inaccessibili.
Nel tempo i giovani così salvati crebbero senza contatto con il
mondo esterno, costituirono una comunità, elaborarono una lingua,
si sposarono fra loro. A essi venne dato il nome di curdi.
La leggenda è del
XVI secolo, e la dice lunga sul carattere, la fierezza e la singolarità
di questo popolo. Nel suo “Esquisse Historique et Etnographique” pubblicato
alla fine dell'Ottocento, l'antropologo francese Ernest Chantre annoterà:
“La fisiognomica dei Curdi esprime selvaggeria. I loro tratti caratteristici
sono duri, i loro occhi, di fiera luminosità, sono piccoli e infossati.
Gli uomini sono scuri, alti, magri e hanno una forza non comune. Il loro
passo è fermo, tengono il capo eretto con orgoglio, il loro sguardo
è arrogante”.
Freya Stark, viaggiatrice
indefessa e romantica donna inglese, più prosaicamente commenterà:
“Sono i più belli. Non ho mai visto uomini così, agili e
forti, le gambe nude fino alle cosce, turbanti rossi che raccolgono lunghi
capelli, un'avvenenza quasi intossicante. Il mio solo desiderio è
dipingere tutto ciò”. Allora si diceva così. Con i curdi
gli inglesi sapevano di avere la coscienza sporca. L'Iraq era una loro
invenzione a tavolino, in spregio a tutte le promesse fatte all'indipendenza
curda. Gertrude Bell, altra viaggiatrice d'eccezione, scriveva nel 1923
a Sir Percy Cox, dopo che la Raf aveva iniziato i bombardamenti a tappeto
della enclave turca dello sceicco Mahamud a Suleimaniya: “A esser franca
con voi, definirei la nostra politica nei loro confronti come opportunistica.
E' l'unica parola che mi viene”. Ancora cinque anni prima era tutto un
entusiasmo per le qualità guerriere di quelli che erano allora considerati
alleati. Nel suo diario, il maggiore Edward Noel scrive: “Bedr Khan ha
90 figli. Questa enorme famiglia è sempre stata identificata con
i movimenti insurrezionali contro il governo ottomano. Negli archivi dei
servizi segreti turchi c'è un fascicolo speciale interamente riservato
a loro. Tutti i suoi membri hanno sperimentato esilio e prigionia”.
Il primo giornale curdo
esce al Cairo il 22 aprile 1898. Nell'editoriale si legge: “I curdi sono
più sensibili e intelligenti di altri popoli, sono cavallereschi,
forti e religiosi. Ma non sono educati né ricchi. Non sanno cosa
accade nel mondo. Bene, in questo giornale si parlerà della bellezza
della conoscenza e dell'istruzione, si mostrerà dove la gente studia
e quali sono le migliori scuole, si spiegherà dove sono le guerre
e cosa fanno le grandi potenze”.
Viene preso in parola. Quando
Mark Sykes, l'inglese che insieme con il francese Picot legherà
il suo nome alla spartizione del Medio Oriente, incontra nel 1906 il leader
curdo Ibrahim Pasha, si sente domandare: “La conferenza di Algesiras è
veramente fallita? Come vanno le vostre cose con l'Irlanda? E' vero che
Sarah Bernhardt possiede per i suoi spostamenti teatrali una tenda più
grande della mia?”. Nel 1930 su “Paris midi” appare un'intervista con Leila
Bedirkhan, ballerina e principessa curda: “Quando ero bambina, danzare
per me era solo un passatempo. Dopo la morte dell'emiro mio padre fuggii
dal mio paese in guerra, e danzare divenne la mia ragione di vita. Ho ricercato
i vecchi riti, le danze orientali. Uso soprattutto le mie braccia e il
mio corpo”. Una foto ce la mostra sul palcoscenico della Scala, nel ballo
“Belkis”. Ci sono anche le donne intellettuali, rarità in una comunità
guerriera e maschilista. Hapsa Khan, la figlia dello sceicco Abdul Kadir
è una di queste. Dopo la morte del padre tiene lei salotto in casa,
ospita artisti, discute con poeti... Quando lei entra, il marito si alza
in piedi. Commenta il cognato: “Meno male che non sei un uomo, sarebbe
stata una bella sfida”.
Traditi da tutti, traditori
di tutti, anche di loro stessi, il '900 ha visto i curdi allearsi e poi
rivoltarsi con tutti, persino con i russi, sia zaristi, sia comunisti.
Persino perché, come ricorda William O. Douglas in “Strange Lands
and Friendly people”, quando una mamma voleva fermare il pianto del proprio
figlio gli diceva: “Taci o ti sentono i russi”. Nel 1946 Mustafà
Barzani, dopo la breve stagione della Repubblica del Kurdistan, si rifugiò
in URSS. Gli chiesero il perché: “Potevamo scegliere di combattere
e arrenderci in Iran, combattere e arrenderci in Iraq, essere impiccati
in Turchia. Andammo in Russia. Non ci ricevettero, ma non ci ricacciarono
indietro. Ci dispersero. Ci sono stato 12 anni e non sono diventato comunista”.
Fra repressioni, insurrezioni,
autonomie, indipendenze, resistenze, lotte armate, esodi, pacificazioni,
imprigionamenti, massacri, l'avventura curda si era finora consumata all'interno
di uno scenario medio-orientale che aveva per confini Turchia, Siria, Iraq
e Iran. Lo scenario esotico e barbaro del “grande gioco” delle potenze
occidentali alla fine del secolo scorso e su su, fino al dopoguerra e,
ancora, fino al conflitto del Golfo. Un bel romanzo di J.J. Langendorf,
“Una sfida nel Kurdistan”, rivela alla perfezione il meccanismo mentale,
individuale e collettivo, che muoveva la strategia di potenza dei vari
Stati che a quel gioco presero parte. L'idea di poter agire in corpore
vili, su realtà ancora feudali e premoderne, il gusto dell'avventura
disgiunto da qualsiasi remora di retto comportamento o accordo diplomatico,
la lontananza che giustificava ogni dimenticanza, ingerenza, supponenza.
C'erano, ci sono, interessi economici altissimi in ballo, ma fuori dal
teatro d'azione europeo tutto sembrava rivestire i colori dell'irrealtà:
le reti spionistiche, gli addestramenti, le marce, i picchi inviolabili,
le mappe topografiche, l'oriente misterioso, il tè nel deserto...
Il Duemila alle porte sembra
scaraventarci, per la prima volta, quello scenario in casa, nel suo aspetto
più macilento e meno affascinante, più contorto e meno comprensibile.
I curdi rischiano di non essere più un problema buono per gli organismi
internazionali e per qualche appassionato di cause perse. La storia, divertita,
sembra volerci ridare la pariglia, far ritrovare sul Vecchio continente
ciò che si andò a sconquassare in terra altrui. L'Europa
non sembra averlo ancora capito: preoccupata del suo benessere e delle
sue tensioni crede si tratti di un problema di frontiere. E che basti chiuderla
e vigilare perché la serenità non sia turbata. E invece è
ciò che l'Europa elaborò più di mezzo secolo fa che
è ora giunto al capolinea, sono i resti, i brandelli di un'idea
di potenza che arrivano su barche di fortuna, fra naufragi, imbrogli, mafie
e dannazioni. Se non ci sarà un'inversione di tendenza, una ridefinizione
degli scenari, un'attenzione geopolitica, una logica di alleanze che dia
di nuovo all'Europa un ruolo e un significato, questi esodi, queste pressioni
migratorie non cesseranno. E, via via, saranno sempre meno arginabili.
Oggi come oggi, il sonno
dell'Europa genera mostri.
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