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| All'indomani
del colpo di Stato che costò il trono ad Hailé Selassié,
imperatore d'Etiopia dal 1930 al 1974, Ryszard Kapuscinski, un giornalista
polacco, si recò ad Addis Abeba per cercare di ricostruire, attraverso
il racconto e le testimonianze degli uomini del Palazzo, che cosa era veramente
stata la monarchia assoluta del Negus e come e perchè essa fosse
caduta.
Non era un compito facile: la capitale si trovava in quell'anno in preda alla più totale anarchia, tutti sospettavano tutti e ciascuno si riteneva in dovere di sottoporre il suo prossimo ad arresti e persecuzioni. Incontrare i rappresentanti dell'entourage imperiale caduto in disgrazia non era né agevole né privo di rischi. Grazie all'aiuto di Teferra Gebrewold, un capo sezione del Ministero dall'informazione da lui conosciuto dieci anni prima, al tempo in cui l'Etiopia aveva ospitato un summit dei paesi africani indipendenti, Kapuscinski riuscì nel suo intento.
Da questi incontri notturni, dai racconti stupiti, addolorati, drammatici e involontariamente comici egli ricavò un libro, "The Emperor", che quando usci, una quindicina di anni fa, venne incluso dal settimanale americano Newsweek "fra i dieci libri dell'anno”. "L'Imperatore" è la storia dell'Etiopia, nazione alla quale l'Italia è legata per averne, negli anni Trenta, attraversato la strada annettendola come colonia, e del suo sovrano assoluto, per circa quarant'anni. E' la narrazione di che cosa sia una monarchia per origine divina, di fino a dove possa arrivare il servilismo e l'adulazione, dei misteri dell'Africa nera e della gente che la abita. Hailé Selassié incarnò al massimo grado le contraddizioni di un paese di antica tradizione che si affacciava all'indomani della seconda guerra mondiale alla modernità e al progresso. Ultimo esemplare di un mondo ormai scomparso, spazzato via dalla decolonizzazione, riuscì per più di un quarto di secolo a conservare il potere
praticamente avvolgendo l'intera nazione in un viluppo di segreti, di informatori
di inganni e di paure.
Non fu, rispettoalla media di altri dittatori o monarchi assoluti, particolarmente feroce, e questo gli assicurò un potere ancora più lungo. Ciò in cui riusci benissimo fu nel bloccare completamente ogni attività del paese, qualsiasi crescita, qualsiasi tentativo di migliorare le condizioni di vita.'
Per far questo, impedì alla sua élite di governo di governare: ogni ministero, ogni responsabile di province o di distretti che cercava di agire in proprio, magari alla luce del buon senso, senza cioè il desiderio di potere personale, veniva da lui deposto o allontanato. Non si circondò, insomma, di uomini capaci, scelse sempre e preferì uomini fedeli, replicanti della sua volontà. Un tale metodo di governo, nota Kapuscínski, produsse una duplice immagine di Hailé Selassié: “L'una, nota nell'opinione pubblica internazionale, presentava I'imperatore sotto la specie di un monarca alquanto esotico, ma valido, dotato d'instancabile energia, di un cervello di prim'ordine, di una non cornune sensibilità, un uomo che aveva opposto resistenza a Mussolini, riconquistando l'Etiopia e il trono e che ambiva a sviluppare il suo paese, nonchè a svolgere un ruolo importante nel mondo. L'altra immagine, elaborata gradualmente da un settore critico e inizialmente esiguo della pubblica opinione interna, vedeva nel sovrano un uomo deciso a difendcre con ogni mezzo il suo potere, ma soprattutto un demagogo nato, un paternalista, che con parole e gesti mascherava la corruzione, l 'ottusità ed il servilismo di una classe dirigente da lui creata e blandita “. Come spesso accade, ambedue queste immagini avevano la loro dose di verità. Hàilé Selassié, scrive ancora Kapuscinski, «governava su un paese che conosceva soltanto i metodi più brutali di lotta per il potere, ove il veleno e la spada sostituivano le libere elezioni, la fucilazione e la forca prendevano il posto delle libere discussioni. Era un prodotto di quella tradizionc e lui stesso vi si appellava.
Al tempo stesso si rendeva conto che in tutto ciò c'era qualcosa di impossibile, di non assimilabile al mondo nuovo, ma non poteva certo mutare il sistema che lo teneva al potere, e il potere precedeva per lui ogni cosa. Di lì il ricorso alla demagogia, al cerimoniale, ai discorsi sullo sviluppo... II tutto desolantemente vuoto in quel paese di un'indigenza e un'ignoranza schiaccianti». Il libro di Kapuscinski conquista il lettore non solo per quel tanto di stravagante, di estraneo alla mentalità occidentale che esso presenta raccontando cerimoniali insulsi quanto incredibili: un cortigiano addetto a pulire la pipì che il cane dell'imperatore faceva sulle scarpe dei dignitari; quello addetto a fungere da orologio del sovrano; quello che faceva da apriporta e guai ad aprire troppo presto, sarebbe stato come fare fretta alla maestà imperiale, o troppo tardi, perché lo avrebbe costretto a rallentare il passo.
II suo merito maggiore è nella descrizione e nella comprensione di una monarchia la cui politica non è altro che una lenta diarrea che svuota tutto e tutti, fino a consegnarsi nelle mani di chi ne decreterà la fine. Non c'è un colpo di Stato breve e vioIento, un assalto al Palazzo d'Inverno: c'è un gruppo dì congiurati, il comitato militare del Derg, che per più mesi gli fa il vuoto attorno fingendo di agire in suo nome ma che dal sovrano non viene mai contraddetto, in un disperato gioco a rimpiattino, in una sorta di sapiente quanto disperata strategia della resa. Quando il 12 settembre del 1974 Hailé Selassié viene infine deposto, egli è un vecchio di 81 anni di cui negIi ultimí mesí è stato rivelato aI popolo etiopico tutto: Ie sue ruberie, quelle della classe dirigente, la corruzione dell'apparato di potere... Eppure, gli viene risparmiata l'onta dell'arresto, del processo, gli viene fatta salva la vita. Morirà un anno dopo per collasso cardiocircolatorio. Purtroppo per questo disgraziato paese, il dopo Negus non è stato fortunato. Da una dittatura autocratica gli etiopi passarono a una dittatura comunista, sotto Menghistu, durata 16 anni e che ha immerso l'Etiopia nella disgregazione razziale. Un vero peccato se si pensa che secondo una vecchia tradizione, l'Etiopia era il paradiso terrestre che ospitò Adamo ed Eva.
Basta andare a sud di Addis Abeba, verso la Rift Valley, l'immensa spaccatura della crosta terrestre che taglia in due l'altopiano etiopico, per incontrare un paesaggio mozzafiato: laghi popolati da fenicotteri, marabù, anatre selvatiche, ippopotami, coccodrilli. E a nord, ecco la via che porta al lago Tana, da dove nasce il Nilo Azzurro, un vero mare interno da cui emergono 37 isole con una ventina di chiese e monasteri. E che dire di Harrar, la città in cima ad una collina, circondata da alte mura incise da cinque porte e 25 torri? O di Lnileba e le sue 11 chiese monolitiche scavate nella viva roccia, così' belle e inaccessibili che le leggende locali ne attribuiscono la costruzione a creature divine? E ancora: il palazzo di Taakha Merycem, ad Axum, l'antica capitale, con le sue steli funerarie monolitiche decorate
risalenti al IV secolo e iI bacino artificiale scavato nella roccia, meglio
noto come il bagno della regina di Saba ; Gonder, con la sua cerchia imperiale
di palazzi di Fasilidas del 7600 e di Yassou il Grande del I700; le rovine
di Cohaito, con le sue tombe e i suoi affreschi quelle di Matara; il parco
nazionale di Awash...
Interessante è anche il cibo; il dorowat, un intingolo piccante a base di pollo, cipolle, pomodoro e berberé (la tipica spezia etìope) che si versa sull'ingera, il pane piatto ottenuto dalla fermentazione del teff, un cereale locale; il dorodabbo, una variante festiva deI primo in cui la pasta del pane viene amalgamata con carne di pollo disossata e spezie e poi cotta al forno; l'aliccia, uno stufato di verdure miste insaporito con lo zafferano; lo scirò, purea di cecí. Un mangiare povero, certo, proprio di una terra povera, segnata, in questo secolo, come purtroppo tante altre del continente che la ospita. La modernità non conosce pietà. |
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