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CARLO FRANZA
 
Tutta una serie di libri, una serie di indagini, è fiorita intorno al problema della “melanconia”, fin dai tempi di Michelangelo che scriveva: “vivo della mia morte e se ben guardo, felice vivo d’infelice sorte”. Era un autoritratto della sua condizione d’artista, che faceva specchio in quanto s’era già avvertito in Marsilio Ficino quando aveva tratteggiato la figura dell’artista: melanconico che vuol dire poi, “nero d’umore”, come i figli prediletti di Saturno, creativi ancor più dei sanguigni, dei flemmatici e dei biliosi ma condannati all’infelicità del proprio genio. 
La parola “melanconia” si carica di suggestioni ed evocazioni e, dall’origine, indica la bile nera, umore naturale responsabile della costituzione melanconica, facendo sì che l’itinerario melanconico traversi tutti i saperi interessati del dolore e della umana natura, ove convergono esigenze mediche, argomentazioni letterarie, spunti filosofici atti a sviluppare il duplice enigma della costituzione naturale dell’uomo e del suo destino del mondo.  
Molti sono stati gli artisti e i letterati mediati dalla malinconia, e nei quali il tratto melanconico è stato determinante alla loro poetica perché il loro stesso sentire e vedere le cose era indirizzato in tal senso. La concezione del melanconico accostata al genio, ovvero del melanconico-genio che troviamo nel testo francese “L’homme de génie et la melancolie”, a cura di J. Pigeaud, Rivages, 1988, chiarisce con un rapido esempio come il vino induca ad una serie graduata di alterazioni del comportamento e del carattere: così la bile nera può indurre a seconda delle variazioni del suo stato una serie di manifestazioni anche sconfinanti nella patologia.  
La quantità della sostanza determina la qualità dei diversi caratteri e le caratteristiche della sostanza diventano anche le caratteristiche dell’individuo melanconico, dell’uomo genio, che “per natura e non per malattia” possiede una quantità maggiore di bile rispetto agli altri uomini.  
Tutto ciò comporterà nel genio, dice Pigeaud, un equilibrio più precario e fragile, più vulnerabile alla melanconia-malattia. 
La poesia e l’arte, il dono poetico, diventano frutto della composizione umorale, mentre gli stati psichici vengono legati a stati fisici: con una interrelazione tra patofisiologia e comportamenti che diverrà una concezione cardine della scienza occidentale, una vera fisiologia delle passioni. Ippocrate, ad esempio, nelle “Lettere a Damagesto” ci narra dell’incontro tra il filosofo Democrito di Abdera e il medico Ippocrate, chiamato a consulto dagli abderiti, preoccupati dello stato di salute del loro illustre concittadino afflitto da follia melanconica. Lettere certamente apocrife, con il clima della falsità e del mascheramento che rappresentano un topos melanconico.  
Alla fine, Ippocrate riconoscerà la saggezza di Democrito e la follia degli abderiti, che avevano giudicato pazzia la sapienza.  
Ecco che due sistemi di sapere si confrontano e si avverte il dissipamento dell’opinione fallace del popolo, mentre ci si inchina dinanzi alla tecnica del medico.  
C’é anche chi ha studiato l’argomento scrivendo una “Storia del trattamento della melanconia dalle origini al 1900”, ossia lo Starobinski con un testo edito da Guerini e associati, nel 1990. In esso è contenuta una storia delle teorie sulla melanconia con la loro efficacia terapeutica.  
Il melanconico è, dunque, oggetto di cura più che di conoscenza, evidenziando bene che il problema nodale è nel rapporto tra anima e corpo.  
Ma il melanconico è per Starobinski un simbolo stesso dell’essere inaccessibile. 
Nel clima melanconico vi troviamo anche la passione amorosa, la più “melanconica”, a detta di Ferrand che, con il suo trattato medico “La malinconia erotica. Trattato sul mal d’amore” pubblicato da Marsilio nel 1991, fa intuire e scoprire la ricca letteratura secentesca del tema.  
Ecco perché la melanconia erotica è una vera e propria malattia che in seguito verrà a scomparire dalla nosografia psichiatrica. Recentemente, tutta una serie di libri di Francesco Alberoni, non ultimo “L’amicizia” o “Innamoramento e amore” hanno svelato interessanti passi sulla casistica della malinconia erotica, attraverso una recitazione dell’anima che subisce questo dramma.  
La passione amorosa ha, dunque, tratti di follia, presenta disordini dell’animo, lo stato di salute è pessimo con dimagrimento, astenia, esaurimento, fissazioni. Il pieno possesso delle facoltà razionali tende a scomparire.  
Corpo e anima entrano in lotta, e sciogliere il nodo se dare ascolto prima alle cause morali anziché materiali, diventa l’enigma da svelare. Mens sana in corpore sano dicevano i latini, e non solo, a diagnosticare insomma la classica stasi melanconica che immette in un tunnel di irrazionalità, nervosismo e disturbi psico-somatici, laddove la somatizzazione delle passioni è al centro di questa nozione che è la melanconia, cui artisti, poeti e scrittori, se non uomini di genio, sono stati prima o dopo coinvolti.  
Un recente libro di Borgna, “Malinconia” edito da Feltrinelli nel 1992, ci introduce nel cuore dell’esperienza patologica, nella condizione depressiva psicotica.  
Per Borgna la melanconia psicotica si radica nella profondità della condizione umana, fino alle radici della vita in sé, divenendo anche un’esperienza letteraria e filosofica.  
Non per nulla conviene ricordare come per i “crepuscolari” ad iniziare da Corazzini, la malinconia è dato essenziale, e per lo stesso Pascoli del “fanciullino” o per altri letterati cui la nozione ha costituito entità di poetica, Borgna nel suo libro coglie l’unitarietà delle varie forme di melanconia clinica e della “stimmung” melanconica dell’esperienza creativa nell’identità degli svolgimenti tematici.  
Ecco, allora, che tutta una serie di figure della malinconia, proposte o da proporre non possano non farci dire con Nietzsche “se la nostra sete di conoscenza e di autoconoscenza non abbia tanto bisogno dell’anima malata quanto di quella sana” come giustamente ha sottolineato il Borgna e come ogni intellettuale potrebbe rilevare.  
Ecco il melanconico, il fascinoso artista creativo, che vive dentro prima che fuori; ecco che alla nostra postilla del genio si rifà la concezione di quel saggio di Klibansky, Panofsky e Saxl la stessa che affascinò Albrecht Durer, contemporaneo di Michelangelo e intriso della cultura italiana che gli perviene da una fascinazione che fonda e precede il Winckelmann e Goethe. Prendiamo, ad esempio, la sua incisione intitolata “Melancholia”, incisione su rame del 1514, oggi attentamente studiata anche dal collega Maurizio Calvesi nel suo libro edito da Einaudi, “La melanconia di Albrecht Durer”. Ebbene, in quest’opera, già studiata da Klibansky e gli altri due nel “Saturno e la malinconia” (Einaudi 1983) ci sarebbe l’interpretazione di una sorta di autoritratto allegorico in cui l’artista si propone in veste di personificazione del temperamento saturnino.  
Per Calvesi non un’allegoria dell’artista ma “Opus alchemico”, per cui la Melancholia sarebbe un’immagine di speranza che, partendo al basso, l’uomo si può elevare.  
Eppoi, da sempre, tutta una serie infinita di artisti e tutta una complessa e avvolgente casistica di opere si contendono in quella nozione di “Melanconia”, laddove in pittura, autoritratti, scene e altro si chiariscono in quel clima di stupore e di attesa, di vissuto interno.  
Ecco, allora, non solo l’Ottocento con il suo clima romantico ma ancor prima nei secoli, via via dalla grecità, fino a Piero della Francesca, nel Seicento e non ultimo fino ai nostri giorni, per non chiudere con quel clima di smarrimento che se ne ricava nell’arte del “Novecento”, del “realismo magico” e della “scuola romana” 
Oggi, persino le nuove scuole di pittura, da quelle americane con Hockney fino a Salvo, da noi in Italia, e alla recente presa di possesso della figurazione totale che trema per l’ansia che l’anima angosciata e triste scarica sui volti e sui corpi. 
Ancora oggi, la melanconia è nella credenza dell’uomo, nei cassetti del corpo, si legge negli occhi sbarrati sull’universo.
A whole catalogue of books and a series of investigations fluorished around the problem of “melancholy” from the time of Michelangelo who wrote: “I live of my death and, if I look carefully, I live happy with a sad fate”. It was a self-portrait of his condition of artist, which mirrored what was already felt by Marsilio Ficino, when he described the figure of an artist: melancholic, which means “black of mood”, like the best-loved sons of Saturn, creative more than the sanguine, phlegmatic and bilious temperaments, but damned to the unhappiness of their own genius. The term “melancholy” is charged of suggestions and evocations and from its etymology it means the dark bile, natural mood responsible for the melancholic constitution, so that the melancholic path crosses all the concerned knowledge of pain and human nature, where medical needs, literary topics, philosphical hints converge, capable to develop the double enigma of the natural constitution of mankind and its world fate. Many were the artists and literary men mediated via melancholy. The concept of the melancholic man besides the genius which we find in the French text “L’homme de génie et la melancholie”, edited by J. Pigeaud, Rivages, 1988, clears how the black bile could induce a series of manifestations even reaching the pathology, depending on the variations of his state. Poetry and art, the poetical gift, become the fruit of the humoral composition, while the psychic states become linked to physical states, with an inter-relationship between pathophysiology and behaviours, which will become a critical concept of the Western society, a true physiology of passions, which makes us to lie passively. Some authors studied this topic and wrote a “History of the Treatment of Melancholy from the Origins to 1900”, namely Starobinski, with a text published by Gierini e Associati, in 1990. This book contains a history of the theories of melancholy with their therapeutic efficacy.  
Therefore, melancholic man is the object of care more than knowledge, well evidencing that the core problem is in the relationship between mind and body.  
However, the melancholic man, in the opinion of Starobinski, is a symbol of being inaccessible. In the melancholic climate we also find a love passion, the “most melancholic”, in the opinion of Starobinski, is a symbol of being inaccessible. In the melancholic climate we also find a love passion, the "most melancholic", in the opinion of Ferrand, who, with his medical treatise "Erotic Melancholy. A Treatise on the Love Passion",  published by Marsilio in 1991, suggests and discovers the rich literature of the XVI century about this topic. This is why erotic melancholy is a true disease, which later will disappear from psychiatric nosography.   
A recent book by Borgna, "Malinconia" (Melancholy) published by Feltrinelli in 1992, introduces us into the core of pathologic experience, into the psychotic depressive condition. For Borgna psychotic melancholy is rooted in the depth of human condition, till the roots of live in itself, becoming also a literary and philosophic experience. Borgna in his book seized the unitariety of the various forms of clinical melancholy and of melancholic "Stimmung" (mood) of the creative experience in the identity of thematic developments.  
Here is  the melancholic, the fascinating creative artist, who lives inside before outside; here is the concepts of that essay of Klibansky, Panofsky and Saxl made reference to the marginal note of the genius, which fascinated Albrecht Durer, contemporary of Michelangelo and permeated with the Italian culture he received from a fascination which ground and precedes Winckelmann and Goethe. We also could mention an infinite series of artists and works compete in that notion of "melancholy". Here not only the XIX century, with its romantic climate, but still early in the centuries, From Greek age to Piero della Francesca, in XVII century, and not last on our days, not to  close with that climate of dismay which is drawn from the art of XX century, of the "magic realism" and of the "Roman school". To-day even the new schools of painting, from the American ones with Hochney, to Salvo, here in Italy, and to the recent possession of the total figuration which trembles for anxiety which the anguished and sad soul discharges onto the faces and bodies. Still to-day, melancholy is in the belief of mankind, in the drawers of the body, it is read in the eyes open wide on the universe.
 
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