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Vincent Lopez Majano
"Los toros”, i tori, era la parola magica che riusciva a mobilitare migliaia di appassionati portandoli nell'arena delle corride a vedere le imprese di Pepe Hillo, Cagancho, Belmonte, Armillita, Manolete, Arroza e, tra gli altri, El Cordobés. 
Il calcio, un recente arrivo in Spagna e nell'America Latina, ha ridotto il numero di appassionati della corrida, ma, in alcuni Paesi, esiste ancora un sano equilibrio tra i due sport. 
La corrida si può chiamare sport?  
In un certo senso sì, ma, in effetti, è qualcosa di più: è arte ed illimitata emozione perché esiste pericolo, anche se scarso, per il torero; la corrida è un rituale che segue regole estremamente precise e rigorose, la corrida è anche storia che ha origine nella preistoria quando gli uomini delle caverne dipingevano tori potenti come quello in cui si era trasformato Zeus per rapire Europa. 
Il mito del Minotauro è troppo oscuro, simbolo premonitore ed eccessivamente crudele; la corrida è crudele, ma, in un certo senso, rappresenta una vendetta sulla parte taurina del Minotauro, perché, mentre il toro muore sempre, il torero muore molto raramente, non come a Creta dove la vittima umana veniva sempre uccisa fino al momento in cui Teseo uccise il Minotauro. La sede cambia, perché l'ambiente dove si svolge la corrida è l'opposto di quello cretese, situato nelle viscere della terra:  la sede della corrida, la “plaza de toros” è uno spazio aperto pieno di voci e rumori, anche di musica in certi momenti particolari, ben diverso dalle segrete vie del Labirinto, completamente silenzioso fino a quando la sua oscuritànon veniva lacerata dalle grida delle vittime, scelte per appagare il Minotauro, lo sventurato figlio di Minosse.  
In gioioso contrasto, danzatori piroettano sul toro, in un balletto aggraziato che troviamo elegantemente dipinto a Cnosso. Poiché il toro fa parte integrante della civiltà europea, le lotte con i tori vengono ancora svolte in forma incruenta in Francia e in Portogallo. L'attuale forma persiste in Spagna. Inizialmente, i tori venivano cacciati stando a cavallo, ma, dal XVIII secolo, il torero è a terra e deve incontrare la bestia a piedi. 
La corrida è crudele, ma, paradossalmente, è piena di gioia, i costumi sono ricamati e scintillano al sole che è parte essenziale dello spettacolo. La folla si accalca, quanta più gente vi è, tanto meglio; visi impazienti si riconoscono, le “botas” (borracce di pelle che contengono vino) compaiono e vengono svuotate. Arriva il presidente col suo seguito e chiede al trombettiere di annunciare la corrida, di solito con qualche stonatura. Il presidente deve essere puntuale, altrimenti verrà insultato più del solito. Qualunque cosa egli faccia verrà criticato, più o meno aspramente, chiunque in una corrida ne sa più del presidente perché la corrida - anche se ritualistica - èassolutamente democratica. 

I toreri incedono con un'andatura lenta, gli “Alguaciles” (sceriffi) siedono a cavallo. La parata, metà militare, metà religiosa, raggiunge l'area dove il presidente sta appollaiato nel suo gabbiotto, uno degli “alguaciles” chiede la chiave per aprire l'arena e galoppa nel suo costume nero, che risale al tempo delle Austrie spagnole, per aprire la porta del recinto (toril).  
I toreri lasciano l'arena e lo spettacolo ha inizio. 
Attesa, silenzio interrotto da un grande “Ah” mentre il toro, tenuto in un recinto semibuio, balza fuori pieno di gioia. Lui che era abituato a stare libero in tutti i sensi, incontra muri e ripari da cui i toreri lo esaminano con occhi critici.  
Alza la testa, la abbassa, quale zona preferisce, le sue zampe hanno tutte la stessa forza? Gli sono state smussate le corna? Il torero lascia il riparo di legno e si avvicina al toro con la sua cappa; la trascina sulla sabbia ed il toro la segue. La cappa e le sue gambe sono l'unica difesa fisica del torero, l'astuzia e l'addestramento sono ancor più importanti per sottomettere il mostro. 
Confronti tra l'uomo e la bestia hanno avuto luogo fin dalla preistoria; esistono tori negli affreschi di Lascaux dove graziose figure umane si confrontano con enormi bestie e loro, gli umani, così esili ma armati di arco e frecce, avranno ragione dei tori e li uccideranno o li addomesticheranno facendoli lavorare per loro e,  se necessario, l'uomo li castrerà.  
Il combattimento nell'arena è un omaggio a questi antichi combattimenti, un ricordo ed un sacrificio propiziatorio per ingraziarsi gli Dei, appagarli e  renderli più disponibili alle necessità umane e piùvicini a noi. Naturalmente di questo non si fa cenno durante la corrida, ma risiede nel subconscio represso di tutti noi che dichiariamo di essere monoteisti, ma nel nostro intimo non lo siamo e accettiamo i santi ed i beati, ricordi della nostra natura politeista,  in cui alcuni dei sono molto assetati di sangue perché il sangue è l'unico liquido capace di placare certe seti divine. 
Il primo torero viene raggiunto da un secondo per iniziare un lavoro di cappa per mostrare il “diestro” (il destro), il punto debole e quello forte dell'animale, per valutare quanto sia grande la sua testa e quanto potenti le sue corna.  
Il “diestro” prepara la strategia successiva, così che tanti giri di cappa vengono fatti a destra quanti a sinistra, stando attenti alle tendenze dell'animale (derrotas) quando esso carica. 
Il toro rincorre il torero, che perde la cappa e deve correre per mettersi in salvo, saltando al di là della “barrera” (il muro dell'arena) mentre un altro membro della squadra affronta il toro ed un altro ancora recupera la cappa.  
Dopo altri 6-8 minuti di questa schermaglia introduttiva, ha inizio un combattimento più serio e pericoloso, in cui un torero solo con due “banderillas” (corti arpioni), uno in ciascuna mano, spinge il toro a  caricare. 
Il torero evita la testa dell'animale all'ultimo momento e conficca le banderillas nella parte superiore della base del collo del toro. 
Un torero più ardito ne conficca un altro 
paio ma in modo diverso e molto pericoloso: quando il toro carica, all'ultimo momento, invece di affrontare il bruto, egli gli volta la schiena e pianta le “banderillas” da sopra le spalle. Un terzo paio di banderillas è facoltativo e dipende da quanto tempo è già passato. Molte volte è il “diestro” che conficca l'ultimo paio di banderillas nel toro. Il sangue scorre e molto altro ne scorrerà nella fase successiva, “la pica”, in cui lunghe lance (picas) vengono infilzate nella potente muscolatura del toro alla base del collo, che deve venire colpita, per fargli piegare la testa. 
Il “picador” è un cavaliere armato di lancia che cavalca nell'arena un cavallo di poco valore, ma con una bella gualdrappa. Il cavallo ha gli occhi bendati,  ma sente l'odore del sangue e la strana atmosfera e non vuole proseguire. 
Il “picador” lo sprona, ma senza risultato, alcuni aiutanti (monosabios) arrivano per istigare il povero cavallo che cerca  debolmente di sfuggire ai suoi tormentatori che lo prendono a calci sul posteriore; il cavallo con molta riluttanza avanza verso il toro che viene tenuto occupato dai toreri. Uno di questi trascina il toro, col suo astuto gioco di cappa, verso il picador, il quale, non appena gli è possibile, conficca la lancia alla base del collo del toro. La lancia ha un punto di arresto che le impedisce di penetrare per più di 3 pollici, ferendo in tal modo a morte il toro.  
Il “picador” rigira la lancia nella ferita, il toro mugghia e la gente comincia ad insultare il picador: viene menzionata l'assenza di un padre riconoscibile, si parla di sue gesta criminali, si insinuano dubbi sulla sua virilità, si allude al fatto che è senza famiglia, e così via,  insulto dopo insulto. E' un buon picador? Di quelli che infieriscono sul toro finché questo è molto debole ma ancora in grado di sostenere un buon combattimento in cui il “matador” può dimostrare il suo valore senza correre un grave pericolo.In rare occasioni i tori vengono uccisi da picador corpulenti, che possono farlo perché mettono tutta la loro forza nella lancia mentre colpiscono il toro. 
Dopo due o tre picas,  i cavalli tornano alla stalla nell'interno della plaza in condizioni più o meno ragionevoli. 
Successivamente, si prepara il palcoscenico per l'ultimo atto prima del sacrificio, il momento della verità , quando il toro andrà incontro al suo destino nelle mani del “diestro”. 
Ciascuna delle tre fasi è annunciata dal suono perentorio di una tromba ordinato dal signore supremo della corrida, il presidente, la cui  autorità  può essere criticata ma è inappellabile; in quest'ultima fase lo squillo della tromba ha un suono sinistro, forse perché sappiamo cosa seguirà. Ora la cappa è corta (muleta) e molto rossa, più dello stesso sangue. Il “diestro” arriva col cappello in mano e lo lancia alla persona a cui dedica il toro, come avveniva nei tornei medievali.  
Se il torero desidera dedicare il toro al pubblico, appoggia con cura il cappello per terra dopo aver fatto un movimento circolare che abbraccia tutti gli spettatori della plaza. Una banda di 10 o 12 strumenti che sa a malapena essere intonata suona pasodobles quando viene fatto un buon gioco di cappa (faena); quando viene suonato il “relicario”, gli anziani della plaza gridano perché è la prima melodia che hanno sentito dopo la ninna-nanna.  
I musicisti stanno in guardia, il “diestro” inizia il suo gioco di cappa, spingendo il toro a caricarlo, mostrandogli la cappa e facendogliela seguire da vicino o da lontano, a seconda di come preferisce il torero stesso. 
Si sentono delle grida quando un fuggevole momento di disattenzione da parte del torero gli provoca una ferita più o meno grave; la “faena” continua se la ferita è lieve o se non va al di là della paura (non è cosa da poco se il contatto ravvicinato avviene con un animale di cinque o sette tonnellate). 
Alcuni toreri ardimentosi toccano il corno del toro o si inginocchiano di fronte al'animale, ma i tori, più saggi degli uomini, per la maggior parte non prestano loro attenzione.  
Quando il torero nota che il toro incomincia ad essere stanco, decide che il momento della verità è arrivato e toglie dalle pieghe della cappa la spada (estoque), tenuta nascosta fino alla fine. 
Il toro abbassa la testa, è così stanco che non carica il torero, il quale sulla punta dei piedi balza sul toro e con tutta la sua forza spinge la spada alla base del collo cercando di recidere l'aorta toracica.  
Se questo avviene il toro muore immediatamente, ma per la maggior parte non è così ed la bestia, ferita a morte, cammina verso il recinto, seguendo il proprio istinto di cercare riparo in quel posto semibuio da dove era uscito per incontrare una fine prematura (dato che non ha più di 7 anni). 
Il “diestro” e la sua squadra osservano ogni passo del toro barcollante e se uno degli assistenti cerca di fare qualcosa che il matador pensa sia poco saggio o fuori tempo, gli ordina di fermarsi con un gesto imperioso. 
Il toro piega le ginocchia e si accascia, l'arena si copre del suo sangue. Il pubblico applaude, la gente si alza in piedi se il presidente ritiene che la “faena” lo meriti, ed ordina alla banda di suonare un pasodoble vibrante.  
Nella metà dei casi il toro non è ferito gravemente ed il “diestro” lo deve colpire nuovamente con la spada, se fallisce dopo tre o quattro tentativi, il toro viene finito con un corta daga (puntilla) che colpisce il midollo spinale e lo uccide istantaneamente. I musicisti suonano a tutta forza, con più entusiasmo che tecnica. 
Il pubblico reclama un orecchio, il presidente agita il fazzoletto (i presidenti delle corride devono essere le uniche persone che usano ancora fazzoletti di lino), il pubblico applaude. Talvolta il presidente riceve in premio due orecchie e, se la faena era realmente eccezionale, la coda del toro e, molto di rado, una zampa. 
Se vengono consegnate le appendici del toro, il torero viene autorizzato alla “vuelta al ruedo” (giro dell'arena) al suono della banda. 
Cappelli, sigari, fiori, guanti e scarpe vengono gettati al torero che li getta indietro, la gente applaude, il sole risplende e gli dei accettano il sacrificio. 
Una vera resistenza è dimostrata dal pubblico e dai partecipanti quando piove. 
Ad Ambato, il terzo giorno della fiesta pioveva, tutti erano bagnati fino alla biancheria intima, ma nessuno si alzava dai sedili di pietra inzuppati d'acqua. 
Dall'anno scorso, i primi quattro giorni di febbraio sono dedicati alla “fiesta de toros” ad Ambato contemporaneamente ad una fiera di fiori e frutta. 
Queste corride sono “novilladas”, in cui si usano tori di età inferiore ai 3 anni; molte volte i “novilleros” (aspiranti toreri) danno prove migliori dei toreri anziani con maggiore esperienza e tecnica, ma con minore ambizione. 
Il desiderio di diventare un “torero” affermato è molto forte, il “novillero” ha piùentusiasmo, riflessi più pronti e, soprattutto, il desiderio di diventare un “matador” consacrato.

“Los Toros”, the bulls, was the magic word that could mobilize thousands of fans and bring them to the bullfight arena to see the likes of Pepe Hillo, Cagancho, Belmonte, Armillita, Manolete, Arruza and El Cordobes among others. 
Should the bullfight be called a sport? Yes, in a sense it is but it is more than that: it is art, and boundless emotion because there is danger, albeit small, for the bullfighter; the bullfight is a ritual that follows very specific and strict rules, a bullfight is also history that originates in prehistory with men in caves painting bulls as powerful as the one in which Zeus was transformed to kidnap Europe.The Minotaur myth is too dark, foreboding and excessively cruel; the bullfight is cruel but in a sense it is a revenge on the bullish part of the Minotaur.Because the bull is an integral part of the European civilitation, games with bullfights are still held in incruent form in Portugal and France. The current form persists in Spain, first, the bulls were fought from horses, and since the XVIII century on the ground the bullfighter has to meet the beast on foot. 
The bullfight is cruel but paradoxically it is full of joy, the costumes are embroidered and shine in the sun that essential part of the bullfight. The moltitude is there. The president and his advisers arrive and he asks the trumpeteer, to announce the bullfight which he does usually off tune.  
The bullfighter walk in with very leisurely steps, “Alguaciles” (Sheriffs), ride horses. The parade, half military, half religious reaches the area where the president is perched high in his box, one of the “alguaciles” asks for the key to open the ring and gallops in his black costume dating to the time of the spanish Austrias to open the door to the bullpen (Toril). The bullfights leave the arena and the spectacle is ready to begin.Expectation, silence interrupted by a big “Ah” as the bull, kept in a semi-dark bullpen, jumps out full of joi. He who used to live free in every sense, encounters walls and shelters from wich the bullfighters examine the bull with critical eyes. The bullfighter leaves the wooden shelter and approaches the bull with his cape; he fans it on the sand and the bull follows it . 
Confrontations between man and beast have taken place since prehistoric times. The fight in the arena in an hommage to those old fights, a remembrance and a propitiatory sacrifice to please the gods, remainders of our polytheistic nature in which some gods are very blood-thirsty, because blood is the only liquid able to quench certain divine thirsts. The first bullfighter is joined by a second one to start their cape work to show the “diestro” - the dexterous one, the strenghts and weakness of the animal, to gauge how big is his head and how powerful his horns. The “diestro” prepares his tactical plan, so many twists with the cape to the right, so many to the left, careful with his tendencies (derrotas) during the charge. 
The bull runs after the bullfighter, who loses his cape and has to run for dear life, jumping over the barrera (arena wall) while another member of the team fights the bull and still other retrieves the cape. After six or eight minutes of these introductory skirmishes more serious and much more dangerous business starts, when a lonely bullfighter with two “banderillas” (short harpoons) one in each hand, entices the bull to charge. The bullfighter avoids the head of the bull at the last second and plants the two harpoons on the upper part of the base of the bull’s neck. A more daring bullfighter plants another pair but in a new and very dangerous manner. When the bull charges, at the last moment, instead of facing the brute, he turns his back to the bull and plants the “banderillas” over his shoulders. A third pair of banderillas is optional and depends on the time lapsed. Many times the “diestro” is one who plants at least one pair of banderillas on the bull. Blood is shed and more is going to be shed in the next step, “la pica”, the poking of the bull with long lances (picas), the bull’s powerful muscle at the base of the neck has to be damaged to make him drop his head. 
A “picador” is an armored horseman with a pike who rides a paltry but well padded horse into the arena, the horse is blindfolded but he smells the blood and feels the strange surroundings and is not interested in proceeding any further. 
The horse very reluctantly goes toward the bull who is being kept busy by the bullfighters. One of them leads the bull, with his tricky cape work, to the “Picador” who, whenever possible, hits the bull with his pike in the base of the neck. The lance has a stopper to keep it from penetrating more than 3 inches and hurting the bull irremediably.  After two or three picas, the horses return to their stalls in the bowels of the plaza in a more or less reasonable condition. Each of the three stages has been announced by a peremptory sound of a trumpet ordered by the supreme lord of the bullfight, the president, whose authority can be criticized but is unassailable; at the last stage the blast of the trumpet sounds ominous perhaps because we know what is to follow. Now the cape is short (“muleta”) and very red, brighter than arterial blood. The “diestro” arrives with his hat in hand and throws it to the person to whom he dedicates the bull, as during the jousts in the Middle Ages. If  the bullfighter wants to dedicate the bull to the public, he carefully places the hat on the ground after making a circular motion that encompassed everybody in the “plaza”. A 10 or 12-piece band that barely knows how to stay in tune plays pasodobles when a good “faena” (cape work) is made. 
The “diestro” begins his capework, enticing the bull to charge him, showing him the cape and making him follow it as closely or distantly as the bullfighter choses. 
Screams are heard when a fleeting moment of carelessness on the part of the bullfighter leads to him being more or less seriously wounded; the “faena” continues if the damage is light or does not extended beyond the fright (no small matter when the close contact is with a five or seven tons beast). 
Some daring bullfighters touch the bull’s horn or kneel in front of the animal but the bulls, wiser than they, most of the time do not pay them much attention.  
When the bullfighter notices that the bull starts to tire he decides moment of truth has arrived and removes from the folds of the cape the sword (estoque), hidden until the end. 
The bull lowers his head, he is so fatigued that he does not charge the bullfighter who on the tip of his toes jumps over the bull and, with all his might, pushes the sword into the base of the neck trying to sever the thoracic aorta. If this occurs it will kill the bull instantly, most of the time it does not and the bull, mortally wounded, walks with death in his hearth (or at least close to it) toward the bullpen, following his instinct to seek shelter in that semidark place from where he went to meet his untimely death (he can not be more than 7 years old). 
The bull bends his forelegs and rolls over, the area is covered with his blood. The audience applauds, people stand up if the president considers that the “faena” deserves it, he will order the band to play a vibrant pasodoble. Half of the time the bull is not seriously wounded and the “diestro” has to hit him again with his sword, if this fails after three or four attempts the bull is dispatched with a short dagger (puntilla) that hits the spinal bulb and kills instantly. The musicians with more enthusiasm than technique blare away. 
The audience clamours for an ear, the president waves his handkerchief the audience applauds.On occasion, the president awards two ears, and if the faena was really exceptional the tail of the bull and very rarely, a leg. If bull’s appendages are given, the bullfighter is entitled to “vuelta al ruedo” (walk around the arena) to the sound of music. Hats, cigars, flowers, gloves, and shoes are thrown to the bull-fighter who sends them back, the people applaud, the sun shines and the gods accept the sacrifice. Real endurance is shown by the audience and the participants when it rains. 
In Ambato, on the 3rd day of the fiesta it poured, everybody got soaked down to their underwear, yet no one budged from the wet stone seats. Since last year the first four days in February are dedicated to the “fiesta de toros” in Ambato in conjuction with a fair of flowers and fruits. 
The wish to become a full-fledged “torero” (bull fighter) is very powerful, the “novillero” has more enthusiasm, sharper reflexes and above all that wish to become a consecrated “Matador”. 
 
 
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