| Il famoso modello
giapponese comincia a mostrare le prime crepe, mentre si risvegliano i
vecchi demoni
Il
pronostico era molto diffuso: all'era atlantica sarebbe seguita quella
del Pacifico, e dopo il secolo americano sarebbe venuto quello del Giappone.
La
costante ascesa industriale e finanziaria del Sol Levante avrebbe sconvolto,
prima del 2000, i vecchi equilibri e proiettato alla vetta del mondo un
Paese che, pur avendo imitato con enorme successo il modello occidentale,
è rimasto sostanzialmente diverso, imperscrutabile e quindi intrinsecamente
pericoloso.
Oltre
che un concorrente fortissimo e privo di scrupoli, molti giudicavano il
Giappone un potenziale nemico, un Paese che, il giorno in cui avesse deciso
di rinunciare al suo basso profilo politico, avrebbe potuto esercitare
una influenza dirompente sull'intera scena mondiale.
Sia
negli Stati Uniti, sia in Europa una forte corrente di pensiero sosteneva
perciò la necessità di "contenere" il Giappone prima che
esso riuscisse a condizionare la nostra economia al punto da renderci ricattabili.
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come "Sol Levante" di Michael Crichton hanno contribuito a diffondere nel
mondo occidentale una diffidenza nei confronti dei giapponesi così
profonda da confinare con il razzismo: un razzismo che potremmo definire
alla rovescia, fatto non di disprezzo e senso di superiorità, ma
di paura, di invidia e di avversione per abitudini e strutture sociali
che consideriamo aliene.
Ma,
negli ultimi tempi, sono arrivati dall'Estremo Oriente segnali contrastanti,
che hanno fatto nascere il dubbio che il famoso "modello giapponese" abbia
cominciato a scricchiolare, che l'avvenire del Paese non sia più
tanto roseo e che la crisi possa portare al risveglio di vecchi demoni
che si credevano esorcizzati per sempre.
Sono
segnali spesso scoordinati tra loro e tutt'altro che univoci, ma che portano
via via alla luce difetti, carenze e contraddizioni dell'azienda Giappone
che negli anni Ottanta tendevano a passare inosservati.
Il
primo e più spettacolare campanello d'allarme fu, probabilmente,
lo scoppio della cosiddetta "bolla finanziaria", di cui si sentono ancor
oggi le conseguenze.
Dal
1985 al 1989, la Borsa di Tokio salì in maniera vertiginosa: l'indice
Nikkei, partendo da una base di 8.000 yen, arrivò quasi a toccare
i 40.000, quintuplicando così il suo valore in corrispondenza con
una crescita del PIL di poco più del 30 per cento.
All'origine
del boom, che ha modificato profondamente i rapporti sociali creando una
numerosissima casta di nuovi ricchi, non c'era soltanto una fiducia illimitata
e in parte irragionevole nel futuro, ma anche la decisione della Banca
centrale di aiutare le imprese, messe in difficoltà da una cospicua
e troppo rapida rivalutazione dello yen, portando il costo del danaro al
livello più basso del dopoguerra.
L'eccessiva
liquidità ha scatenato la speculazione, che ha subito investito
anche il settore immobiliare spingendo i prezzi di case e terreni a vette
da capogiro e mettendoli fuori dalla portata dei comuni mortali.
A
mano a mano che i prezzi aumentavano, chi deteneva beni riusciva a ottenere
altri crediti dalle banche, in un vortice di yen che consentì ai
più fortunati le più inverosimili stravaganze.
Fu,
tanto per dirne una, il periodo in cui i magnati nipponici pagavano 60
miliardi per un Van Gogh. Ma il risveglio fu bruttissimo. Il crollo del
Nikkei comportò fallimenti e suicidi a catena, e una perdita di
credibilità del mercato mobiliare da cui il Paese non si è
ancora ripreso.
Milioni
di miliardi furono bruciati nell'arco di pochi mesi, innumerevoli famiglie,
rimaste per così dire con il cerino in mano, si ritrovarono più
povere e anche molti istituti di credito attraversarono un periodo di estrema
difficoltà.
Ancora
oggi, il Nikkei stenta a tenere quota 20.000. Questo significa che, nonostante
i progressi registrati dall'economia e un costante attivo della bilancia
commerciale, il valore globale delle azioni quotate a Tokio è meno
della metà di quello che era quattro anni or sono: un caso unico
nel mondo industrializzato, indice di un malessere diffuso quanto persistente.
La
situazione è resa più difficile dalla mancanza di trasparenza
di un sistema economico tuttora chiuso e verticistico, in cui i dirigenti
hanno troppo spazio di manovra e possono infischiarsene degli interessi
dei piccoli azionisti.
Neppure
la macchina produttiva, pur essendo ancora all'avanguardia in molti settori,
funziona più con l'implacabile efficienza di prima.
Esattamente
come nel resto del mondo, quest'anno molti giganti dell'industria hanno
chiuso i conti in rosso, accusando perdite non meno imponenti di quanto
fossero, prima dell'inizio della crisi, i loro guadagni. In testa alla
lista delle imprese disastrate stanno le grandi fabbriche di automobili,
la cui espansione non sembrava conoscere fine e che venivano considerate
con invidia dalle loro concorrenti europee.
Ma
nell'elenco ci sono anche industrie siderurgiche, cementifere e molte imprese
di ccstruzioni, con un "indotto" che dava da vivere a milioni di lavoratori
oggi in serie difficoltà. Per la prima volta i grandi "keiretsu"
hanno cominciato a licenziare in maniera massiccia, rompendo con una tradizione
di "impiego a vita" che costituiva uno dei vanti del modello giapponese
e che era anche una importante componente della pace sociale.
Si
moltiplicano i fallimenti, con tutte le tragedie che questo comporta in
un Paese dove il senso della responsabilità permane fortissimo:
poco dopo il crack di una grande impresa edilizia di Osaka, il suo ragioniere
capo si è gettato sotto un treno, imitato nei giorni successivi,
come in una reazione a catena, da tre dei suoi collaboratori.
Per
reagire alla crisi del mercato interno, l'industria giapponese ha premuto
ulteriormente il pedale sulle esportazioni, anche se gli altri Paesi industrializzati
cercano in tutti i modi di contenere la sua invadenza e la forza dello
yen la priva di una parte della sua competitività.
Uno
degli assi del Giappone era la leadership pressoché incontrastata
nell'Asia orientale, che nel corso degli anni Ottanta aveva praticamente
"colonizzato" grazie alla sua superiore capacità di fornire aiuti
economici e capitali per investimenti.
A
mano a mano che il costo della manodopera domestica cresceva, i "keiretsu"
avevano gradualmente spostato una parte della loro produzione in altri
Paesi in via di sviluppo della regione, dalla Corea a Taiwan, dalle Filippine
all'Indonesia, da Singapore alla Thailandia. In una famosa allegoria, l'Asia
fu allora rappresentata come un volo di oche in formazione a "V", con il
Giappone in testa a guidare lo stormo nella direzione che prediligeva e
il resto che ne seguiva disciplinatamente le evoluzioni.
Oggi
questo ordine non vige più: l'irruzione sulla scena di Pechino,
con i suoi tassi di sviluppo a due cifre, l'enorme potenziale del suo mercato,
e la capacità di attrazione che esercita sulle potenti comunità
cinesi d'oltremare, ha scombinato i giochi di Tokio. Le naturali resistenze
all'egemonia nipponica, dovute ai sinistri ricordi della guerra e all'arroganza
dei "samurai", sono state molto rinforzate dalla esistenza di una alternativa.
Per
quanto il Giappone rimanga di gran lunga la potenza economica numero uno
della regione, esso non ha più la possibilità che aveva un
tempo di usare gli altri Paesi come disciplinate pedine nella grande partita
per la supremazia mondiale.
Intanto,
come scrive Vittorio Volpi nel suo bel libro "Il Giappone, nemico o concorrente?"
una serie di crepe, piccole e meno piccole, si stanno aprendo nell'edificio
di Japan Inc., dell'azienda Giappone.
Per
quanto abbiano sulla carta uno dei redditi pro capite più alti del
mondo, nettamente superiore a quelli europei, i giapponesi vivono molto
peggio dei tedeschi, dei francesi o anche degli italiani.
A
parte la condanna di lavorare quasi un terzo di ore annuali in più
(un sacrificio che non è molto risentito da un popolo con uno spiccato
senso del dovere e che comunque ha modeste attrezzature per il tempo libero),
la mancanza di case moderne, di infrastrutture sociali, di un sistema previdenziale
adeguato comincia a farsi sentire, inducendo soprattutto i giovani a interrogarsi
sul futuro.
Il
sistema scolastico, un tempo molto competitivo, ha cominciato a sua volta
a deteriorarsi.
L'ingresso
massiccio nel mondo del lavoro delle donne, che fino alla scorsa generazione
erano relegate in un ruolo subordinato e oggi reclamano quasi con ferocia
la parità dei sessi, sta creando frizioni e squilibri non indifferenti.
Mentre
la vita media si allunga, producendo un esercito di pensionati che non
ha nulla da invidiare a quello italiano, il tasso di natalità continua
a scendere a precipizio, soprattutto nelle grandi città dove le
coppie mancano dei mezzi per acquistare una casa propria.
Questa
crisi demografica, e la riluttanza dei giovani ad accettare i lavori più
ingrati, ha a sua volta provocato un massiccio afflusso - clandestino e
no - di manodopera dal Terzo mondo, che però la società giapponese,
culturalmente ed etnicamente omogenea - si rifiuta di accettare. Acquista
intanto sempre maggior potere ed influenza la Yakuza, o criminalità
organizzata, che nelle sue infinite diramazioni ha molti punti in comune
con la nostra mafia e gode di protezioni ancora maggiori nella giustizia,
nelle forze dell'ordine e nel mondo politico.
Quest'ultimo
è stato sconvolto, negli ultimi anni, da una tempesta senza eguali
nel mondo industrializzato, che ha lasciato virtualmente il Paese senza
guida, se non quella dell'alta burocrazia.
Ben
quattro presidenti del consiglio e un numero imprecisato di ministri, sottosegretari
e semplici deputati, sono stati spazzati via dagli scandali, rivelando
meccanismi di corruzione e di complicità ancora più capillari
di quelli portati alla luce in Italia da "Mani pulite".
Come
conseguenza quest'anno il partito liberaldemocratico, che aveva avuto il
monopolio del potere per oltre quarant'anni, si è prima spezzato
in due tronconi e poi ha conosciuto una bruciante sconfitta elettorale.
Al
suo posto è subentrata una eterogenea coalizione di sette partiti,
diretta da Morihiro Hosokawa, in cui convivono faticosamente nazionalisti
e socialisti, buddisti e conservatori, che non avevano alcun programma
in comune.
A
complicare ulteriormente le cose, a novembre anche l'uomo forte del nuovo
regime, quell'Ichiro Ozawa che aveva avuto una parte determinante nella
"operazione ricambio", è stato colto con le mani nel sacco.
Nel
vuoto di potere e di idee che è così venuto a crearsi, sono
ricomparsi i movimenti di estrema destra, eredi della tradizione imperiale
della prima metà del secolo, che dopo la sconfitta del 1945 avevano
perduto qualsiasi influenza. Viene pertanto ridiscusso a ogni livello anche
il ruolo del Giappone nel mondo.
Per
lungo tempo il Paese aveva vissuto al riparo dell'ombrello nucleare americano,
accontentandosi di una forza di difesa destinata unicamente alla protezione
del territorio nazionale, cui veniva destinato appena l'uno per cento del
Pil. La Costituzione (imposta dagli Stati Uniti dopo la guerra) vietava
a questi reparti di operare al di fuori del Paese, tant'è vero che
in occasione della guerra del Golfo Tokio fu costretta a supplire alla
sua incapacità militare con un contributo finanziario di ben 13
miliardi di dollari.
Militarismo
era considerata una brutta parola, addirittura cantare l'inno nazionale
in pubblico era considerato sospetto e nei dibattiti i pacifisti avevano
sempre l'ultima parola. Perfino il reclutamento di ufficiali e sottufficiali
era diventato un problema: ormai, si diceva, i giapponesi avevano perduto
il loro "otokogi", o spirito maschio, e forse non sarebbero neppure stati
in grado di reagire a un'aggressione. Adesso le cose
stanno cambiando.
La
discussa partecipazione alla missione dell'Onu in Cambogia, che per la
prima volta dopo cinquant'anni ha consentito alla forza di difesa di affacciarsi
oltre confine e di mostrare i muscoli, ha risvegliato vecchi orgogli sopiti
e reso i giapponesi più consci del loro ruolo nel "nuovo ordine
mondiale".
La
richiesta di un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza e l'esigenza
di ottenere dalla Russia la restituzione delle isole Curili, che Stalin
scippò al Giappone nella fase conclusiva della guerra, sono così
diventate punti fermi della politica estera del nuovo governo.
Nello
stesso tempo, Tokio si rende conto che, con il progressivo ritiro degli
Stati Uniti dall'Asia, deve mettersi in condizione di fronteggiare da solo
la Corea del nord, la Cina e le altre potenze regionali che volessero alzare
la cresta.
E
già oggi qualcuno ha cominciato a pensare l'impensabile, cioè
che il Giappone, dimenticando l'olocausto di Hiroshima e di Nagasaki, dovrà
dotarsi un giorno di un suo deterrente nucleare.
Il
tutto produce un "mix" non ancora esplosivo, ma certo inquietante. Un cosa
è certa: la fase "pacifista" e "produttivista" della storia giapponese
si sta esaurendo, anche se non si vede ancora con precisione a chi, e quando,
toccherà voltare pagina.

Manifesto
americano di M.Melzian Drew, stampato dopo l'attacco giapponese a Pearl
Harbour
Caricatura
di G.Lewis dal titolo "Questo è il nemico"
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