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Fujio
Nishida racconta con semplice sincerità la sua vita. Una vicenda
umana che a noi europei, italiani in particolare, può sembrare lontana,
ma che poi risulta simile a tante storie di artisti.
Lasciare la campagna per fare il “pittore”. Sono nato vicino a Kobe,
una città di oltre un milione di abitanti, che secondo gli affollamenti
urbani giapponesi non è poi tanto grande.
Poi è andato in città? Sì, volevo studiare e così dopo le superiori mi sono laureato all'Università d'Arte di Kanazawa nel '74. Perché la scelta di una facoltà artistica? Perché quando frequentavo la scuola media superiore un mio insegnante, amante dell'arte, aveva intuito le mie possibilità artistiche e influì molto sulle mie scelte future. Inoltre Kanazawa, dove studiavo, è una città satura di atmosfera artistica, di tradizioni giapponesi... qualcosa come Perugia in Italia, tanto per fare un paragone, anche se le culture sono molto differenti. Ma conosceva già la cultura italiana? Sì. A scuola i miei
studi sull'arte internazionale si sono indirizzati sulla pittura del Rinascimento
italiano, dopo un grande amore per l'arte del vostro '400 e anche del '300,
i vostri fondi oro e le splendide invenzioni di Giotto.
Allora, appena possibile, di corsa in Italia? No. Dopo essermi laureato
ho insegnato sei anni a Tokio.
L'arrivo in Italia? Sì; questo avvenne nel 1980 e la scelta cadde su Milano. Mi sono iscritto subito a Brera per seguire regolarmente i corsi di pittura e avere contatti diretti con la vostra cultura. Difficoltà? Non molte. In breve riuscii
a partecipare a mostre collettive e nell'83 feci la mia prima personale
italiana alla Citybank di Torino.
Nishida oramai è da
considerarsi un pittore italiano, anche se sente la necessità di
tornare in Giappone, sia per la famiglia che per esporvi.
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