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Mirella Corvaja
 
La vecchia Europa può ancora riservare emozioni sincere allorché si va alla scoperta di un itinerario antico e suggestivo.  
"El Camino de Santiago" conduce il viaggiatore moderno sulle orme dei grandi pellegrinaggi del Medio Evo in un contatto col passato che arricchisce la mente e conquista il cuore . 
Di certo ne abbiamo sentito parlare almeno una volta, ma cosa sia in realtà Santiago di Compostela non tutti forse lo sanno. Anche i cattolici praticanti possono avere le idee confuse in proposito e la cosa non deve meravigliare più di tanto.  
Per un lungo periodo la fama di Santiago e dei suoi devoti è stata avvolta dall’oblio e le tracce di un cammino fatto di fede e di coraggio sono state sommerse dal polverone sollevato dai secoli contraddistinti dalle conquiste della ragione e dal materialismo più spinto.  
Di colpo ora Santiago di Compostela esce dal passato e ritrova una sua dimensione umana e spirituale. Capire perché cio stia accadendo è abbastanza facile, riscoprire la suggestione di questo luogo di devozione è invece un privilegio riservato solo a coloro che ripercorreranno l’itinerario compostelano, se non a piedi come facevano i pellegrini medievali, almeno con lo stesso desiderio di testimoniare il proprio credo, religioso, etico o morale che sia, giungendo a una meta che - oggi più che mai - sta sospesa fra il reale e il divino, ma è anche una meravigliosa occasione per scoprire un mondo fuori dai consueti itinerari di viaggio.  

L’Apostolo Santiago  
e la città che da lui prende nome  

Tradizione e storia si mescolano e si intrecciano in modo indissolubile attorno al personaggio dell’Apostolo San Giacomo (Santiago, in spagnolo). San Luca, nel suo Vangelo, lo indica come “Giacomo il Maggiore” per distinguerlo dal suo omonimo che veniva indicato come “Giacomo il Minore”. Era fratello di San Giovanni Evangelista, quindi anche lui era figlio del pescatore Zebedeo e di Salomè.  
San Matteo, nel suo Vangelo, ne parla chiaramente e questa testimonianza storica ne suggella l’esistenza. Meno precisa e documentabile è la realtà storica dell’antichissima tradizione che mette in relazione l’apostolo Santiago con la Spagna. Di fatto non esistono documenti che fissino con sicurezza la data del suo arrivo nella penisola iberica, ma d’altra parte la tradizione che avallava la sua presenza sul territorio fu talmente radicata e accettata nel Medio Evo che sarebbe quanto meno azzardato negarle valenza storica.  
Se non esistono documenti storici che provino la presenza di San Giacomo in Spagna, esistono invece tre elementi fondamentali a riprova di questa tradizione: il soggiorno di Santiago in terra spagnola nel suo viaggio di evangelizzazione dalla Palestina attraverso il Mediterraneo e il suo successivo ritorno a Gerusalemme, dove fu martirizzato per ordine di Erode Agrippa nell’anno 44 dopo Cristo. La traslazione dei suoi resti in Spagna, avvenuta per via mare, ad opera dei suoi discepoli che approdarono in Galizia, esattamente a “Finisterrae”, allora considerato il punto estremo dell’Europa conosciuta. Il rinvenimento di questi resti nei pressi di Iria Fluvia, località sede episcopale (oggi si chiama Padròn), ad opera del vescovo Teodomiro, all’inizio del IX secolo dopo Cristo, ossia fra gli anni 812-814.  
A partire dal rinvenimento, la prova storica e la documentazione su Santiago sono una realtà dimostrata, come narra la “Historia Compostelana”, un documento dell’epoca che testimonia appunto come fu rinvenuto il corpo del Santo.  
“In un accampamento in prossimità di Iria Flavia, si cominciarono a vedere nella notte “luci ardenti” che non avevano spiegazione e angeli. Il vescovo Teodomiro verificò di persona questi fatti prodigiosi prima di informarne Alfonso II il Casto, re delle Asturie, il quale ordinò di venire a capo del mistero. Fu così che si giunse alla scoperta dell’arca di marmo che conteneva il corpo del santo.”  
E a partire da quel momento si costruirono, con l’aiuto del re, i primi edifici religiosi e si gettarono le fondamenta di quella che sarebbe diventata la grande città dell’Apostolo. E il luogo in cui erano apparse le “luci ardenti” venne indicato in latino come “campus stellae”, che divenne “Compostela” nella lingua del paese iberico.  

Il cammino giacobeo 

Come nacque la devozione a Santiago e quindi il pellegrinaggio fino alla sua tomba? Di certo fu il risultato di fattori diversi, dettati soprattutto dal desiderio di conoscenza e di nuove scoperte, dall’ansia di nuove emozioni anche religiose, probabilmente per rispondere a quella necessità di espiazione che caratterizzò gran parte del Medio Evo e infine perché l’itinerario correva lontano dall’invasione araba e dai pericoli che essa comportava per i cristiani: dalla Terra Santa si era estesa a gran parte del bacino del Mediterraneo e impediva di compiere il tradizionale pellegrinaggio a Gerusalemme.  
A partire dall’XI secolo Santiago de Compostela conobbe uno sviluppo che può essere definito straordinario. Recarsi sulla tomba dell’apostolo aveva tanto valore quanto visitare Roma, luogo del martirio di Pietro e Paolo, e Gerusalemme, luogo della crocefissione di Gesù. 
Se all’inizio i pellegrini erano stati spagnoli e abitanti della catena pirenaica, col passare del tempo si mossero a migliaia dall’ intero continente secondo quattro itinerari ben precisi: chi proveniva dal nord Europa seguiva la strada che passava per Parigi ed era detta “Via Turonense”; chi proveniva dal centro Europa si immetteva nella “Via Lemoincense”, che prendeva avvio dalla città di Vezelay e nome da Limoges.  
Una terza alternativa era costituita dalla “Via Podense”, che iniziava a Le Puy; infine la “Via Francigena” partiva da Roma e passava  per Arles e Tolosa.  
Tutti gli itinerari si congiungevano nella località di Puente la Reina, dopo aver scavalcato i Pirenei attraverso il passo di Roncisvalle, e a partire da quel momento “Todos los caminos a Santiago se hacen uno solo” (tutti i cammini verso Santiago diventano un’unica strada), come affermava l’antica “Guida del pellegrino di Santiago”, vero vademecum in cui erano indicati gli itinerari, le tappe, gli alloggi disseminati lungo la strada dove trovar rifugio, le devozioni da compiere, i pericoli da affrontare o da fronteggiare prima di giungere alla meta. 
E una volta giunti alla meta, esaurite le devozioni sulla tomba del Santo, il viaggio non era finito: bisognava arrivare fino al mare, fino a quel “finis terrae”, oggi Finisterre, che veniva appunto considerato il punto estremo, la fine delle terre allora conosciute e sulle cui spiagge si potevano raccogliere quelle conchiglie, dette appunto di St. Jacques e che noi, molto più prosaicamente , chiamiamo capesante.  
Erano il segno distintivo dei pellegrini giacobei, segno di riconoscimento per quanti avevano compiuto l’intero percorso e simbolo di un iter spirituale, oltre che materiale.  
Fu allora che nacque un’Europa come oggi la si vorrebbe: comunità di popoli di lingua diversa, di usi e costumi disparati e di culture profondamente  radicate, ma capaci - nonostante tutto - di venire a contatto fra loro nel segno della fraternità e della fede. Questo fu probabilmente il miracolo più grande compiuto da Santiago e questo fu il messaggio luminoso che rischiarò i secoli bui del Medio Evo e fece da ponte verso l’epoca moderna, consentendo ai giorni nostri il recupero di quel patrimonio che sarebbe stato tragico disperdere.  

L’itinerario del “Camino” 

In anni recenti si è verificato un risveglio religioso nei confronti del pellegrinaggio compostelano dovuto soprattutto alla celebrazione degli “Anni Santi”.  
Infatti, tutte le volte che il 25 luglio, festa di San Giacomo apostolo, cade di domenica viene proclamato un “Ano Santo compostelano”, con le stesse prerogative e indulgenze di quello romano, ma con una frequenza diversa, dato che avviene con un ritmo di 6-11-6-5 anni.  
Il privilegio di questo evento risale a una Bolla di Papa Alessandro III del 1179 e nel 1993 è caduta appunto la ricorrenza. Il precedente Anno Santo compostelano fu nel 1982 e vide la presenza di Giovanni Paolo II. Il prossimo si avrà nel 1999 in coincidenza con la fine del secondo millennio. 
E’ stato un evento particolare quello che si è vissuto lo scorso anno e quel tempo di perdono e di misericordia ha condotto a Santiago pellegrini da tutta Europa, compresa quella dell’Est.  
Molti sono giunti con torpedoni, con treni speciali, voli charter, auto private; ma non pochi, e sono stati i più fortunati, hanno scelto di compiere a piedi l’antico percorso, un po’ lungo strade di grande comunicazione e talvolta recuperando l’antico tracciato fra campi e boschi, lungo sentieri che datano di centinaia di anni e che sono peraltro tenuti in eccellente stato dal governo spagnolo in collaborazione con le provincie interessate.  
Da Roncisvalle a Santiago di Compostela corrono 750 km, come dire dalla Francia all’Atlantico passando per Navarra, Rioja, Castiglia e Galizia.  
Le tappe classiche sono 13, così come le descrisse nel XII secolo un religioso francese nel suo “Liber Sancti Jacobi”.  
Diventano 14 se si aggiunge la tappa che da Santiago di Compostela porta a Capo Finisterre; sono 140 km fino all’Atlantico, ma vale la pena di affrontarli per godere lo spettacolo di questo promontorio che si protende nel mare a segnare il punto più estremo nord occidentale del nostro continente. Fino al XV secolo si credeva segnasse la fine del mondo terreno, poi venne Colombo a dimostrare che non era così. Tuttavia la sensazione che si prova scrutando dal faro che sovrasta il promontorio le onde grige dell’oceano dà ancor oggi un brivido.  
Era su queste spiagge che i pellegrini raccoglievano le “vieires”, le conchiglie di San Giacomo. Oggi si trovano solo nei negozi di souvenirs e viene il sospetto che provengano da allevamenti biologicamente controllati, ma tant’è chi arriva fin qui, se ne va con almeno una conchiglia, a riprova del pellegrinaggio compiuto.  

Tredici tappe fra sentieri e nastri d’asfalto 

Il “Camino” inizia al confine franco-spagnolo, per la precisione a St. Michel le Vieux e questa prima tappa termina, dopo solo 28 km, a Viscarret. Lungo il percorso il paesaggio è aspro e suggestivo fino al Passo di Roncisvalle, dove un cippo ricorda il paladino Orlando (o Roldan, come lo chiamano gli Spagnoli) che qui morì nel 778. Ne parla Eginardo, biografo di Carlomagno, che ricorda come a Orlando fosse stata affidata la retroguardia dell’esercito franco attaccato dai montanari baschi che si ribellavano, sin d’allora, al dominio di Carlo. Le epiche gesta del paladino sarebbero poi state mitizzate dalla “Chanson de Roland” e cantate dai trovatori attraverso i secoli.  
La seconda tappa conduce a Pamplona, un tempo piazzaforte medievale e capitale del regno di Navarra. Situata su uno sperone roccioso sulla riva sinistra del fiume Arga, ai piedi dei Pirenei occidentali, oggi è una città moderna che conserva un nucleo storico. Nelle sue strade per San Firmino fra il 6 e il 14 luglio si celebra la famosa “feria de San Firmin”, durante la quale i tori destinati alle corride vengono lasciati liberi di giungere all’arena secondo un percorso che si snoda attraverso la città vecchia. La terza tappa arriva a Estella, passando per la città di Puente la Reina. Qui le strade dei pellegrini medievali si congiungevano in un unico cammino.  
Ancor oggi è visibile e percorribile a piedi lo splendido ponte che dà il nome alla città fatto costruire da Dona Mayor nell’XI secolo, onde facilitare il passaggio dei pellegrini attraverso il fiume Arga.  
Da Estella si giunge a Najera, nella provincia della Rioja, terra famosa per i suoi vini. Lungo il percorso si incontra la località di Clavijo, dove nell’844 Ramiro I d’Asturia riportò una grande vittoria sui Mori.  
La leggenda vuole che nel corso della battaglia, che volgeva a favore degli Arabi, comparisse l’Apostolo Santiago che su un cavallo bianco sgominò non pochi nemici ridando slancio ai cristiani.  
Da qui l’appellativo di “Matamoros” che spesso accompagna il suo nome e che in fondo non deve meravigliare, se ricordiamo che Gesù chiamo Giacomo “Figlio del tuono” per il suo carattere impetuoso e forse intemperante.  
La quinta tappa porta a Burgos, splendida città e antica capitale della Castiglia e Leon, nonchè teatro delle leggendarie imprese del Cid Campeador, eroe nazionale spagnolo. Lungo il percorso si incontra la città di Santo Domingo della Calzada, che prende nome da un monaco che qui visse intorno al 1100 e si prodigò moltissimo per dare aiuto ai pellegrini.  
Ancora oggi, nella cattedrale gotica, il visitatore incontrerà un gallo e una gallina vivi e in gabbia a ricordo del “miracolo dell’impiccato”. Si dice infatti che nel XIV secolo, un giovane in viaggio per Santiago con i genitori venne accusato ingiustamente di furto e impiccato. Sconvolti, i genitori pregarono il Santo di intercedere per il loro sventurato figliolo e di colpo udirono la sua voce che li rassicurava: era vivo grazie all’aiuto di Santiago. Tornati in città, i genitori si recarono dal giudice che aveva emesso la sentenza per informarlo del fatto. Questi  era seduto a tavola davanti a due polli arrostiti. Alla notizia rispose con sarcasmo: “Vostro figlio è vivo come questi polli che sto per mangiare”. Ma non aveva fatto i conti con il Santo perché, appena pronunciate quelle parole, i due pennuti risuscitarono lasciando il giudice esterrefatto.  
La sesta tappa conduce da Burgos a Framista, nella provincia di Palencia. Chi può, segue l’antico tracciato attraverso la campagna, passando per paesi di impronta medioevale che altrimenti non sarebbe dato di vedere. Il cammino prosegue da Fromista a Sahagùn nella provincia di Leon, località che prende nome da un martire di epoca romana, San Fagùn.  
La tappa successiva conduce a Leon, città d’arte fondata dai Romani nel 70 dopo Cristo sul versante meridionale della Cordigliera Cantabrica. Fu capitale di un regno indipendente che poi si unì a quello di Castiglia. A Leon, ancor oggi, le cicogne nidificano sulle guglie della cattedrale e sui tetti delle case. 
La nona tappa va da Leon a Rabanal, attraverso paesi e cittadine di grande suggestione, malgrado siano oggi praticamente disabitati.  
Da Rabanal a Villafranca del Bierzo il percorso si fa molto suggestivo.  
La strada si inerpica fino a toccare i 1400 metri di altezza che sono il punto più alto di tutto il “Camino”.  
Lungo la strada si incontra la Croce di Ferro, collocata in cima a una montagnola di pietre ammassate dai pellegrini che le portavano per penitenza.  
L’undicesima tappa conduce a Triacastela passando per la località di Cebreiro, un villaggio a 1300 metri di quota dove il fascino del passato è ancora fortissimo: casette dal tetto di paglia, a forma circolare, che derivano direttamente dalle capanne dei Celti, in un contesto paesaggistico in cui il sole si alterna alla nebbia e d’inverno alla neve.  
Da Triacastela a Palas do Rei siamo in piena Galizia e Santiago dista solo 63 km di cammino. L’antico tracciato affianca la strada nazionale e riserva paesaggi solitari. Subito dopo Triacastela si incontra Samos con il suo poderoso monastero, uno dei maggiori centri culturali nel Medio Evo e ancora oggi famoso centro di studi internazionali.  
Ed ecco infine l’ultima tappa che porta a Santiago de Compostela, ricca di fascino e dominata dall’antica cattedrale, imponente nella sua maestosità, dedicata al Santo. Città antica e centro mistico sin dal X secolo, è percorsa da una animazione che la rende viva e ribollente.  
I locali tipici accolgono turisti e moderni pellegrini con tutto il calore della terra “galliega”, mentre una antica tradizione fa sì che ancor oggi gruppi di studenti universitari percorrano a notte le stradine del “Barrio viejo” intonando le “tunas”, antiche canzoni al suono delle chitarre.  
Un’esperienza unica quella che può riservare “El Camino”, come semplicemente viene indicato in Spagna il percorso che abbiamo descritto.  
Tanto più importante quanto più si prenda coscienza che ci siamo allontanati dal passato per vivere in questo nostro presente così pragmatico, così superficiale, cosi logorroico, pressapochista e spesso ipocrita.  
Nel silenzio dei lunghi percorsi, spesso rotto solo dalle voci della natura, forse sarà dato di cogliere l’eredità tramandata dal flusso ininterrotto dei pellegrini che ci hanno preceduto su questo tracciato fatto di fede, di speranza e di carità, le tre virtù teologali che abbiamo seppellito sotto cumuli di paradossi, di ideologie fasulle, di scuse menzognere e di contorcimenti morali. 

 
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